L’e-commerce B2c raggiunge 35,2 miliardi di euro

L’e-commerce B2c, ovvero, gli acquisti online di prodotto, nel 2023 crescono del +8% rispetto al 2022, e raggiungono circa 35,2 miliardi di euro. Un incremento spiegato in parte dall’impennata dell’inflazione, soprattutto per alcuni comparti. Nel Food&Grocery, ad esempio, i volumi online di fatto nel 2023 registrano un calo. Inoltre, da parte di diversi merchant, c’è molta incertezza sulla reale capacità di raggiungere questo target, considerati i risultati non sempre rosei conseguiti nel primo trimestre 2023 e l’instabilità di contesto.
Rimane invece stabile il tasso di penetrazione dei prodotti. L’incidenza dei consumi online sui consumi totali anche nel 2023 è pari all’11%. Sono alcuni dei dati emersi dall’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano.

Abbigliamento +11%

Tra i settori rappresentativi del Made in Italy, l’Abbigliamento (capi di vestiario, scarpe e accessori) cresce del +11% rispetto al 2022, e raggiunge un valore di 5,8 miliardi di euro. Le principali aree di lavoro per gli operatori del comparto riguardano l’ottimizzazione dei processi in logica di sostenibilità economica, ad esempio, negozi fisici utilizzati come centro di evasione degli ordini, gestione controllata dello smaltimento delle rimanenze di magazzino, sistemi di gestione integrata dell’inventario, e ambientale, come second-hand market, soluzioni innovative per la gestione dei resi, noleggio dei prodotti. Nonché la sperimentazione di nuovi modelli di business, in primo luogo, i marketplace.

Beauty&Pharma +10%, Arredamento +6%

La categoria Beauty&Pharma, che riunisce i prodotti farmaceutici e quelli destinati alla cura e l’igiene della persona, raggiunge i 2,4 miliardi di euro (+10%). Entrambi i segmenti, seppur con livelli di maturità differenti, stanno lavorando al consolidamento della strategia omnicanale. Il Beauty attraverso l’apertura di pop-up store omnicanale, mentre il Pharma tramite il potenziamento delle iniziative online di farmacie e attori tradizionali. L’Arredamento (arredo da interno e da esterno, oggettistica e decorazioni, accessori per la cucina, tessile, illuminazione) cresce del +6% e tocca quota 4,1 miliardi di euro. I progetti più innovativi in via di sperimentazione si concentrano soprattutto sul miglioramento della customer experience, dall’apertura di negozi di prossimità con funzionalità omnicanale a servizi di consulenza online e soluzioni di realtà aumentata per visualizzare i prodotti, e di potenziamento dei servizi in ottica di sostenibilità ambientale, come servizi di consegna green, tramite locker, o vendita di prodotti di seconda mano.

Food&Grocery +1%

Il Food&Grocery si ferma invece a +1%, e vale 4,4 miliardi di euro. Il mercato italiano nei tre i segmenti Food Delivery (piatti a domicilio), Grocery Alimentare (spesa online da supermercato) ed Enogastronomia (cibi e bevande di nicchia), attraversa una fase di consolidamento sia dell’offerta sia della domanda. Gli investimenti dei merchant, finora focalizzati sul potenziamento dell’infrastruttura logistica e sulla sperimentazione di servizi di consegna a valore aggiunto, sono sempre più finalizzati a minimizzare i costi logistici e a incrementare gli ordini, agendo sulla frequenza di acquisto o sull’ampliamento della base utenti.

Un e-commerce di successo deve saper comprare la fiducia degli acquirenti 

La prima sfida da vincere per avere successo online è costruire un rapporto di fiducia con l’acquirente. Se infatti il 47,1% degli italiani acquista settimanalmente qualcosa online, tra chi è ‘offline’ una nutrita schiera di irriducibili ritiene ancora pericoloso acquistare in rete.
“Online è possibile costruire un sito web dedito alla vendita di prodotti contraffatti, e di conseguenza il consumatore non può sentirsi totalmente protetto da venditori disonesti, il cui obiettivo finale magari è solo quello di sottrarre dati personali, o ancora peggio, quelli della carta di credito – spiega Vendula Cirova, responsabile marketing in Italia per l’e-commerce di lentiamo.it -. Una transazione online non offre, per forza di cose, le stesse opportunità di una vendita tradizionale, e all’acquirente è chiesto di rinunciare a esercitare un giudizio ‘a pelle’ sull’esercente”.

Basta poco per individuare i siti meno affidabili

“Questa riluttanza verso lo shopping online, che esiste ancora, non scomparirà mai del tutto, ma certamente negli anni è diminuita grazie a una maggiore capacità di analisi da parte dei consumatori. Infatti, basta veramente poco per individuare gli e-commerce meno affidabili”, aggiunge Cirova.
Il team IT di lentiamo.it ha quindi preparato un vademecum per orientarsi prima di procedere all’acquisto online. Prima di tutto, analizzare l’url del sito. Basta cliccare sull’icona a forma di lucchetto che precede il link e verificare se la connessione è considerata sicura o meno. Inoltre, esistono strumenti come Google Transparency Report che in pochi secondi certificano la sicurezza dei siti.

Se è troppo bello per essere vero probabilmente è una truffa

Se il business esiste già da qualche tempo e l’attività è legittima, sicuramente online è possibile reperire informazioni utili. In ogni caso, è meglio verificare le recensioni. Se il venditore è corretto, solitamente, è possibile leggere già sulla home page le recensioni raccolte da un servizio esterno certificato.
Ma se ‘è troppo bello per essere vero’ probabilmente è una truffa. Online si risparmia, a volte anche tanto, ma se il prezzo del prodotto è incredibilmente più basso rispetto ad altri e-commerce, probabilmente si nasconde una truffa. Pertanto, ogni e-commerce deve riportare i dati della società, compresa la Partita Iva. Collegandosi al sito dell’Agenzia delle Entrate, ed entrando nella sezione Verifica della partita Iva, è possibile verificare se il numero corrisponde effettivamente alla società proprietaria del sito.

Fidelizzare il cliente è un cammino molto più lungo

Se il dubbio permane, può essere un’idea contattare il servizio clienti. Se il sito è vero e reale il team dedicato all’assistenza risponderà in tempi brevi dipanando ogni incertezza.
“Conquistare la fiducia del consumatore – sottolinea Cirova – prima ancora che questo possa constatare la qualità del servizio è la sfida più importante per chi opera nel mondo dell’e-commerce: se è vero che per perderla basta una sola esperienza negativa, perché si generi un rapporto e si fidelizzi il cliente il cammino è molto più lungo”.

Smart City: un mercato da 900 milioni di euro

Il 39% dei comuni italiani con oltre 15.000 abitanti nel 2022 ha avviato almeno un progetto di Smart City. E l’89% delle amministrazioni che hanno avviato progetti negli ultimi anni vuole continuare a investire in nuove iniziative. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart City della School of Management del Politecnico di Milano, il 2022 è stato un anno positivo per il mercato della Smart City, caratterizzato da una crescita del + 23% rispetto al 2021, arrivando a 900 milioni di euro. A pesare di più sono applicazioni ormai consolidate, come illuminazione pubblica, smart mobility, smart metering e smart building (12%). E grazie ai primi fondi assegnati del PNRR crescono anche soluzioni legate all’energia, come smart grid e comunità energetiche rinnovabili.

Progetti destinati ad aumentare in futuro

Il 41% dei comuni afferma di voler investire in iniziative di Smart City nel prossimo triennio. L’anno scorso era il 33%. In particolare, questi comuni si concentreranno sullo sviluppo di progetti di smart mobility, smart building, e analisi dei dati legati al turismo, alla mobilità e agli eventi in città, tutti ambiti che hanno grande potenziale per lo sviluppo di soluzioni connesse e integrate. In netto contrasto è la posizione dei comuni che non hanno ancora avviato progetti. Tra questi, solo il 28% si dichiara interessata a implementarli nei prossimi anni.

Un tema che inizia a essere conosciuto dal grande pubblico

Secondo un’indagine svolta in collaborazione con BVA Doxa, il 65% dei cittadini ha sentito parlare di Smart City, a cui la maggior parte associa il concetto di ‘città innovativa’. Il 64% reputa però ancora futuristica e distante la realizzazione di una città interamente smart. Solo l’11% esprime un parere pienamente positivo su quanto implementato, mentre il 47% crede che si potrebbe fare di più.
Il 35% poi non ritiene adeguata l’offerta digitale in città. In particolare, lamenta soprattutto difficoltà nel trovare parcheggio (54%), pessime condizioni del manto stradale (53%), criminalità e vandalismo (39%), eccessivo livello di traffico e trasporto pubblico carente (37%). È chiaro, dunque, come le priorità suggerite dai cittadini siano fortemente legate ai temi della mobilità smart e della sicurezza (41%).

Più investimenti grazie al PNRR

L’82% dei comuni ha in programma investimenti finanziati con fondi del PNRR, puntando su digitalizzazione, sostenibilità e inclusione. Degli oltre 17 miliardi di euro di finanziamenti del PNRR dedicati alle città intelligenti 2,9 rientrano nella Missione 1, relativa alla digitalizzazione della PA, ma gran parte del potenziale smart del PNRR deriva dalla Missione 2, relativa alla rivoluzione verde e transizione ecologica. Oltre dieci miliardi e mezzo (10,7) sono infatti allocati a soluzioni finalizzate ad aumentare l’efficienza energetica e la sostenibilità in chiave Smart Land.  La Missione 5 invece prevede finanziamenti ad hoc per le città, con 2,5 miliardi destinati ai Piani Urbani Integrati, che mirano a migliorare le periferie di 14 Città Metropolitane, e 1 miliardo destinato a progetti di rigenerazione urbana.

Usa, altro che lavoro: i dipendenti utilizzano i dispositivi aziendali per usi personali 

Secondo un recente sondaggio condotto da ExpressVPN, molti dipendenti americani stanno sprecando centinaia di ore lavorative ogni anno per svolgere attività personali sui loro dispositivi di lavoro. L’indagine, che ha coinvolto 2.000 dipendenti che lavorano da remoto e in modalità ibrida nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ha rivelato che solo il 33% delle ore annuali previste dal contratto viene effettivamente dedicato alle attività lavorative. 

Quali sono le attività personali più “praticate” sui dispositivi aziendali?

Con l’aumento del lavoro ibrido e a domicilio, molte aziende hanno fornito ai dipendenti dispositivi di lavoro da utilizzare nella comodità della propria casa, tra cui laptop, desktop, telefoni e microfoni. La ricerca ha rilevato che oltre due terzi dei lavoratori statunitensi hanno ammesso di utilizzare il computer di lavoro per controllare le email personali (70%), svolgere attività personali generali, come leggere le notizie o cercare informazioni online (69%), fare acquisti online (65%) e navigare sui social media (64%). In particolare, il sondaggio ha rivelato che il 41% dei lavoratori ammette di aver trascorso 196 ore lavorative all’anno per guardare film hard su un dispositivo di lavoro e 200 ore per accedere al dark web. Inoltre, gli uomini si sono dimostrati più inclini a utilizzare i dispositivi di lavoro per attività personali rispetto alle donne. 

Quasi impossibile farla franca

Tuttavia, l’indagine ha anche evidenziato che l’84% dei dipendenti che hanno utilizzato il computer di lavoro per navigare nel dark web è stato contattato dal proprio datore di lavoro.  Inoltre l’83% è stato contattato per aver guardato film porno e l’81% per aver giocato d’azzardo online. Insomma, farla franca dinanzi a simili comportamenti è quasi impossibile. 
Per questi dipendenti, la ripercussione più comune è stata una formazione sull’uso appropriato dei dispositivi di lavoro, che il 28% ha ricevuto dal proprio datore di lavoro. Il 25% ha invece ricevuto un ammonimento verbale.

Occorre una formazione adeguata ai dipendenti

Lauren Hendry Parsons, portavoce di ExpressVPN e difenditrice della privacy, ha sottolineato l’importanza di fornire ai dipendenti una solida formazione in materia di sicurezza per comprendere i rischi che si corrono e evitare attacchi di phishing. “È preoccupante la quantità di tempo che gli americani dedicano ad attività personali durante l’orario di lavoro, soprattutto se utilizzano i loro dispositivi di lavoro per queste attività” ha ribadito Hendry. “Questo non riguarda solo la produttività, ma può influire negativamente sui livelli di rischio per la privacy e la sicurezza dell’azienda”.

Il 7% delle richieste di mutui è green 

I mutui green servono a finanziare l’acquisto o la costruzione di abitazioni con elevate prestazioni energetiche (classe A o B), o a sostenere interventi di riqualificazione che consentano un miglioramento di almeno il 30% delle stesse. Secondo l’osservatorio di Facile.it e Mutui.it nel 2022 la richiesta di mutui green è stata pari al 7% del totale, per un importo medio richiesto di 150.000 euro, circa l’11% in più rispetto ai mutui tradizionali. E il valore medio degli immobili è stato pari a 216.090 euro, il 15% in più rispetto a quello degli immobili legati a un mutuo tradizionale.
Una differenza così elevata dipende dal fatto che le abitazioni che possono godere di finanziamenti verdi sono normalmente edifici in classe energetica A o B, pertanto il loro valore è più alto rispetto a quelli in classe energetica inferiore.

Quattro domande su 10 presentate da under 36

“I mutui green iniziano a rappresentare una quota significativa del mercato e sono destinati a crescere ulteriormente in futuro, soprattutto se pensiamo a norme come la direttiva Ue sull’efficientamento energetico delle abitazioni – spiega Ivano Cresto, Managing Director prodotti di finanziamento di Facile.it -. Le ragioni del successo sono diverse: da un lato l’aumento della platea di abitazioni che possono accedere a questo tipo di finanziamento, dall’altro, il numero di istituti di credito che offrono mutui green riconoscendo uno sconto sul tasso”.
In ogni caso, Trentino-Alto Adige (18,64%), Friuli-Venezia Giulia (8,68%), Umbria (7,81%) Sicilia (7,63%), Lombardia (7,62%) e Veneto (7,61%) sono le aree dove questo tipo di finanziamento è più richiesto. Quanto al profilo dei richiedenti, quattro domande di mutuo green su 10 sono state presentate da under 36.

Lo sconto sul tasso di interesse

Nella maggior parte dei casi chi sceglie un mutuo verde ha diritto a uno sconto sul tasso di interesse da parte della banca, normalmente pari allo 0,10%. In Italia poi esistono mutui verdi che possono essere richiesti anche per l’acquisto di abitazioni non ancora efficienti dal punto di vista energetico. In questo caso, lo sconto sul tasso di interesse non viene concesso all’atto di acquisto, ma solo se e quando l’immobile riuscirà a migliorare la propria prestazione energetica di almeno il 30%.

La procedura di richiesta per ristrutturazione

La procedura di richiesta di un mutuo green non varia da quella di un mutuo tradizionale, ma in caso di finanziamento verde la banca chiederà necessariamente di allegare alla richiesta l’attestato di prestazione energetica (APE) che certifichi la classe A o B dell’immobile. In caso di mutuo green per ristrutturazione, invece, il richiedente dovrà dimostrare che l’intervento sull’abitazione consenta di ottenere un miglioramento delle prestazioni energetiche di almeno il 30%. In questo caso, alcuni istituti, prima di riconoscere le agevolazioni previste dal mutuo green, potrebbero attendere la fine dei lavori.

Le aziende non riescono a trovare profili? Meglio affidarsi a un head hunter 

Tra le principali sfide delle aziende, oggi come domani, figura la selezione del personale. Senza i talenti necessari e le competenze indispensabili la crescita aziendale è preclusa, ed è a rischio anche la stabilità aziendale. Tanti processi di selezione del personale si chiudono quindi con un niente di fatto, con importanti perdite di tempo, denaro ed energie. Secondo una ricerca condotta a livello internazionale da McKinsey e ripresa dal World Economic Forum, 3 aziende su 4 non riescono a trovare i profili necessari alla propria crescita. In pratica, il 43% delle aziende lamenta carenze di competenze all’interno della propria forza lavoro, percentuale che nei prossimi 5 anni potrebbe arrivare all’87%. La soluzione? Affidarsi a un head hunter qualificato.

Il ruolo fondamentale del cacciatore di teste

In uno scenario di questo tipo questa può essere la soluzione efficace, e allo stesso tempo conveniente, per attirare i talenti.
“In un mercato come quello attuale aumentano di mese in mese le aziende che si rivolgono a un head hunter per la ricerca di dirigenti, middle manager e personale qualificato – conferma Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -. Se infatti normalmente il recruiting si affida al classico annuncio di lavoro, l’head hunting parte da una base diversa, prendendo in considerazione anche i candidati passivi, ovvero le persone che non sono alla ricerca attiva di lavoro, e che quindi non rispondono all’annuncio”.

Attirare un numero più alto di candidati

Affidandosi a una società di head hunting diventa quindi possibile attirare un numero più alto di candidati, soprattutto in un mercato dominato dal gap tra domanda e offerta. Ma questo non è l’unico vantaggio.
“La nostra società conta cacciatori di teste specializzati nelle varie aree di interesse, head hunter che quindi coltivano nel tempo un prezioso network di contatti all’interno dei singoli settori – continua Adami -: la ricerca del personale diventa così non solo più efficace, ma anche più rapida, per arrivare più velocemente all’assunzione del talento ricercato. Non va poi trascurato che un cacciatore di teste specializzato conosce perfettamente le esigenze delle imprese, e parla lo stesso linguaggio dei candidati”.

Un risparmio di tempo e denaro

Così facendo l’head hunter diventa un partner prezioso dei reparti Risorse Umane. Mentre le figure interne non perdono tempo nella selezione del personale, il cacciatore di teste gestisce in prima persona la ‘scrematura’ dei candidati e i colloqui di selezione, comprimendo le giornate necessarie e complessivamente, anche i costi.
“Grazie all’intervento di un head hunter esperto aumentano le probabilità di trovare il talento ricercato con un solo processo di selezione del personale, abbattendo le probabilità di dover ripetere questa attività o di finire per assumere la risorsa sbagliata – aggiunge la fondatrice di Adami & Associati -, evenienza che per un’azienda presenta costi molto importanti”.

La dipendenza da smartphone è colpa dell’effetto camaleonte?

A rivelarlo è un recente studio condotto da un gruppo di etologi del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, e pubblicato sulla rivista Human Nature edita da Springer: la familiarità sembra avere un ruolo chiave nel favorire la risposta mimica nell’uso degli smartphone, e potenzialmente, quindi, nella dipendenza da questi dispositivi. Si tratta dell’effetto camaleonte, ovvero l’imitazione inconscia dei comportamenti altrui
“Durante la pandemia da Covid-19 – ha spiegato la professoressa Elisabetta Palagi dell’Università di Pisa – abbiamo condotto un primo esperimento per valutare gli effetti del lockdown sulla risposta mimica nell’uso degli smartphone. I risultati raccolti – ha sottolineato Palagi – hanno confermato la presenza di tale fenomeno, e dimostrato che le limitate interazioni sociali ‘dal vivo’ possono modificare, almeno nel breve termine, il modo in cui interagiamo con gli altri rendendoci più inclini a impegnarci in interazioni sociali virtuali”.

La risposta mimica è legata al “gradiente di familiarità”

“A distanza di un anno abbiamo fatto un nuovo esperimento i cui risultati sono stati, da un certo punto di vista, sorprendenti – ha proseguito Palagi -. Non solo, infatti, questo fenomeno non scompare nel tempo, come era invece lecito attendersi, ma sembra essere strettamente legato al ‘gradiente di familiarità’. Come avviene con la risata o lo sbadiglio, anche la risposta mimica nell’uso dello smartphone è più evidente quando si è insieme a persone che si conoscono”.

L’importanza del meccanismo del gaze following

“A innescare quello che viene definito dalla scienza come ‘effetto camaleonte’, ossia l’imitazione inconscia dei comportamenti altrui, è la direzione dello sguardo di chi, in un gruppo, utilizza lo smartphone per primo”, aggiunge la dottoressa Veronica Maglieri, primo nome nel lavoro che ha messo in evidenza questo elemento di novità. Se è ben noto, infatti, come lo sguardo sia, tra gli animali sociali, un elemento di comunicazione importantissimo, che guida il loro comportamento anche in situazioni di pericolo, è la prima volta che tale meccanismo, il cosiddetto ‘gaze-following’, viene rilevato in relazione agli oggetti manipolati dagli individui che interagiscono.

Un fenomeno etologico è alla base del successo degli smartphone

Grazie a questo risultato, dunque, lo studio condotto dalla professoressa Elisabetta Palagi insime al professor Dimitri Giunchi e alle dottoresse Veronica Maglieri e Anna Zanoli, apre a una miglior comprensione del successo di questi dispositivi, portando all’attenzione dei ricercatori un fenomeno etologico che potrebbe essere alla base del possibile fenomeno di dipendenza da questi ‘strumenti sociali’.

In Italia +169% cyberattacchi nel 2022

Negli ultimi dodici mesi nel mirino degli hacker è finita anche l’Italia: sono stati registrati 188 attacchi informatici, con un aumento del 169% rispetto al 2021, e rispetto alla media mondiale l’incremento è del +21%. La pressione maggiore è stata rilevata sul settore governativo e sulle aziende manifatturiere del Made in Italy: lo rileva il Rapporto annuale del Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, arrivato a poche ore dalle dimissioni del direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni. Secondo i ricercatori del Clusit il 2022 è stato l’anno peggiore di sempre sul fronte della sicurezza informatica.

Netta prevalenza di attacchi con finalità di cybercrime

L’analisi, condotta su 148 paesi, evidenzia che a livello mondiale si sono registrati 2.489 incidenti gravi, con 440 attacchi in più rispetto al 2021, che segnano una crescita annua del 21%.
Il picco massimo dell’anno, e di sempre, si è registrato nel mese di marzo, con 238 attacchi.
I dati aggregati per continente confermano la preponderanza percentuale di vittime in America (38%), rispetto a Europa (24%) e Asia (8%). L’analisi mostra inoltre una netta prevalenza di attacchi con finalità di cybercrime e significativi risvolti economici legati alla diffusione dei ransomware, che sono stati oltre 2.000 a livello globale e rappresentano l’82% del totale, in crescita del 15% sul 2021. Per l’Italia la percentuale sale al 93%, in crescita del 150%.

Il settore più attaccato in Italia è quello governativo

A livello mondiale, le principali vittime tornano a essere i ‘multiple targets’, i bersagli multipli (22%) con un aumento del 97% sul 2021. “Si tratta – spiega il Clusit – di campagne di attacco non mirate, che continuano a causare effetti consistenti”. 
Ai bersagli multipli seguono il settore governativo, quello delle PA e della sanità (12%). Il settore più attaccato in Italia nel 2022 è invece quello governativo, con il 20% degli attacchi, seguito a brevissima distanza dal comparto manifatturiero (19%), che rappresenta il 27% del totale degli attacchi censiti nel settore livello globale.

Malware, vulnerabilità, phishing e social engineering

Il malware rappresenta la tecnica con cui viene sferrato il 37% degli attacchi globali, cresciuto del +52%, seguito da vulnerabilità (12%), phishing e social engineering (12%).
Anche nel nostro paese prevalgono gli attacchi per mezzo di malware, riporta Ansa: sono il 53% del totale e hanno impatti gravi o gravissimi nel 95% dei casi.
“Negli ultimi cinque anni si è verificato un cambiamento sostanziale nei livelli globali di cyber-insicurezza mondiali – commentano i ricercatori – al quale non è corrisposto un incremento adeguato delle contromisure adottate dai difensori”. Nel nostro paese, osserva il presidente di Clusit, Gabriele Faggioli, “è necessaria un’ulteriore evoluzione nell’approccio alla cybersecurity. Occorre non solo che permanga il ‘driver normativo’, ma che si mettano in atto a tutti i livelli i processi di valutazione e gestione del rischio per il business”.

Gestione della cybersecurity, come si attrezzano le imprese italiane? 

Gli attacchi informatici sono all’ordine del giorno, tanto che oggi un’azienda su 7 ha avuto danni tangibili da questo tipo di crimine. E la tendenza è in crescita: il 67% delle imprese in Italia rileva un aumento di tentativi di attacco, così che il 61% ha incrementato il budget per la sicurezza informatica. Sono alcuni dati contenuti nell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection della School of Management del Politecnico di Milano. 

Principale investimento digitale per le Pmi italiane

La cybersecurity, visti i numeri allarmanti, nel 2023 si conferma la principale priorità di investimento nel digitale tra le imprese, sia grandi che Pmi. Ben il 61% delle organizzazioni sopra i 250 addetti ha deciso di aumentare il budget per le attività di sicurezza informatica negli ultimi 12 mesi. E complessivamente nel 2022 il mercato italiano della cybersecurity raggiunge il valore di 1,86 miliardi di euro, con un’accelerazione eccezionale del +18% rispetto al 2021. Il rapporto tra spesa in cybersecurity e PIL in Italia si attesta allo 0,10%, in lieve crescita rispetto allo 0,08% dell’anno precedente. 

Come è l’organizzazione della cybersecurity

Si potenzia la governance della sicurezza informatica nelle organizzazioni italiane. Nel 53% delle imprese oggi è presente un Chief Information Security Officer (CISO) formalizzato, che si colloca principalmente all’interno della Direzione IT (37%). Parallelamente, però, si stanno avviando iniziative di sensibilizzazione sui possibili impatti cyber delle attività dei dipendenti: l’80% delle organizzazioni (in aumento) ha definito piani di formazione strutturati, che quasi sempre coinvolgono tutti gli attori aziendali. L’efficacia della formazione dipende dalla capacità di focalizzarsi sugli impatti diretti e concreti sperimentati dai dipendenti nelle attività quotidiane.

La gestione del rischio cyber

Le imprese italiane considerano la gestione dei rischi con una visione sempre più olistica, per indirizzare le priorità di investimento. Nel 49% delle organizzazioni la gestione del rischio cyber avviene in un processo integrato di risk management aziendale, anche se rimane una quota rilevante che lo tratta come un rischio a sé stante o addirittura non lo monitora costantemente. Solo nel 32% delle aziende vengono applicate metodologie di quantificazione finanziaria del rischio. Questo approccio, sebbene complesso da affrontare, permette di far percepire in maniera efficace ai vertici aziendali l’importanza della cybersecurity, mettendo in evidenza i possibili impatti per il business di un potenziale incidente.

Italia, primo trimestre 2023: il pericolo recessione si allontana

L’Italia, ancora una volta, dimostra di essere resiliente e di riuscire a sopportare i colpi della crisi economica globale. Lo rivelano gli ultimi dati rilasciati da Confindustria. Tra le buone notizie diffuse dall’associazione di rappresentanza delle imprese manifatturiere e di servizi del nostro paese, il Pil è migliore rispetto a quanto atteso. Non solo: favoriscono la tenuta dell’economia anche il calo dei prezzi energetici e la ripresa degli investimenti. E, in questo contesto, i consumi delle famiglie continuano a tenere.

Giù costo dell’energia e inflazione

Come dicevamo, il costo dell’energia è in calo rispetto l’anno passato. Il prezzo del gas resta relativamente basso a febbraio (56 euro/mwh in media), ben sotto i livelli registrati in tutto il corso del 2022 (ma era a 14 euro nel 2019). Anche il prezzo del petrolio sembra essersi stabilizzato (83 dollari al barile), su valori poco superiori a quelli pre-crisi (64 dollari). Viceversa, rincarano a inizio 2023 le commodity non-energy (+3,4% da ottobre), soprattutto i metalli (+16,8%), mentre i prezzi alimentari continuano a scendere (-1,2%). Continua a calare anche l’inflazione italiana (+10,1% a gennaio, +11,8% a ottobre), grazie alla minor variazione annua dei prezzi energetici (+43,1%, da +71,1%); ma la dinamica al netto di energia e alimentari è in salita (+4,6% da +4,2%), per la trasmissione dei rincari passati (energia) agli altri beni.

I tassi si stabilizzeranno

A dicembre il costo del credito per le imprese italiane è salito ancora: 3,55%, da 1,18% a fine 2021. La quota di imprese industriali che ottiene credito solo a condizioni più onerose è cresciuta al 42,9% (da 7,3%). La stretta segue il rialzo del tasso ufficiale BCE, portato al 3,00% a febbraio e annunciato a 3,50% a marzo; poi secondo i future potrebbe esserci un ultimo ritocco nel 2023 e infine lo stop; il BTP a febbraio si è stabilizzato al 4,04%, poco sotto i picchi (era a 0,97%).

Migliora l’industria, non le costruzioni

La produzione ha registrato un rimbalzo a dicembre (+1,6%), dopo tre mesi di calo. Nel 4° trimestre la variazione è stata comunque negativa (-0,9%, dopo -0,6% nel 3°), ma poco marcata nella manifattura (-0,4%). E i dati qualitativi di gennaio dipingono uno scenario in miglioramento: il PMI è risalito in area di lieve espansione (50,4 da 48,5), la fiducia delle imprese ha smesso di scendere e oscilla su livelli modesti, gli ordini calano meno, le scorte si sono lievemente ridotte. Nelle costruzioni, invece, la fase di debolezza è attesa proseguire: il PMI è a 48,2 (da 47,0).

Cresce l’ottimismo in tutta l’Eurozona

In Francia e Germania, dove a fine 2022 si è registrato un rallentamento del PIL meno intenso di quanto prospettato dagli analisti (+0,1% e -0,2%), gli indicatori qualitativi a gennaio tracciano un quadro più ottimistico, sebbene con forti asimmetrie: il PMI tedesco dei servizi torna in zona di espansione (50,7), mentre quello manifatturiero resta molto sotto la soglia (47,3); in Francia invece è la manifattura a risalire (50,5), mentre i servizi sono ancora deboli (49,4).