Carte di Credito e Digital Payments: si afferma il Buy Now Pay Later

È quanto emerge dalla 21a edizione dell’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments, curato da Assofin, Ipsos e Nomisma con il contributo di CRIF. Nel 2022 in Italia  cresce del +16% il numero di pagamenti effettuati con strumenti diversi dal contante, e del +21% quello dei pagamenti con le sole carte. 

Allo stesso tempo, aumenta il valore complessivo del transato tramite carte di credito (+20%) e si conferma il trend decrescente, iniziato tra il 2019 e il 2020, del numero di carte attive.
Si conferma, quondi, anche l’evoluzione intrapresa dal mercato verso l’uso di strumenti alternativi al contante, con particolare interesse verso quelli innovativi.
Tra questi, il Buy Now Pay Later (BNPL), conosciuto da oltre la metà della popolazione italiana adulta e dal 66% della GenerazioneZ.

BNPL: 5% dei pagamenti globali

In Italia, sebbene il metodo di pagamento online più diffuso sia ancora la carta, il BNPL registra un tasso di crescita annuo a doppia cifra e dovrebbe raggiungere oltre 3 miliardi di euro entro il 2026.
A livello globale, il BNPL ha rappresentato nel 2022 il 5% dei pagamenti.

Nonostante la veloce ascesa, l’Osservatorio mette in luce alcuni dubbi rispetto alla proposta del BNPL come servizio stand alone, in particolare se si pensa alla sostenibilità del business in un contesto europeo caratterizzato da tassi di interesse elevati.
Piuttosto, il BNPL può essere immaginato come servizio complementare da offrire in una logica di portafoglio più ampia.

Evitare il sovraindebitamento

Malgrado un contesto che nel 2022 ha visto il tasso di insolvenza attestarsi su livelli inferiori a quelli registrati per il credito al consumo, resta tuttavia elevata l’attenzione rispetto alla qualità del credito.

La stretta normativa che deriverà dall’introduzione della nuova direttiva in materia di credito ai consumatori, che pone tra i suoi principali obiettivi la tutela dei consumatori dal rischio di sovraindebitamento, imporrà ai player di mercato di adottare prassi più stringenti per valutare e garantire la sostenibilità finanziaria delle operazioni che propongono.

Cresce la spesa media mensile

La domanda mostra un trend decrescente relativamente alla diffusione delle carte, ma una crescita della spesa media mensile, e un incremento della frequenza dei pagamenti digitali.

In costante aumento gli heavy user della funzionalità contactless della carta di credito, con il 33% dei titolari che la utilizza più di 6 volte al mese. Sale anche la frequenza di utilizzo media, pari a 4,5 volte al mese.
La perdurante inflazione generato però nuove attese di azioni concrete anche da parte dell’Industry Finanziaria. Una direzione chiave per contrastare l’inflazione è costituita dal proporre al mercato soluzioni innovative per ribilanciare il value for money percepito.

Tra queste, i pagamenti via smartphone/app, e l’Open Banking/Finance, con cui è possibile offrire al consumatore numerosi strumenti per un maggiore controllo e consapevolezza delle spese e della propria situazione finanziaria.

Spreco alimentare: italiani più consapevoli dell’impatto sull’ambiente 

Lo attesta la seconda edizione dell’osservatorio commissionato dal servizio di e-grocery 100% Made in Italy Babaco Market a BVA-Doxa: nel 2023 il 96% degli italiani è consapevole dello spreco alimentare globale, e ritiene importante agire come collettività per arginare il fenomeno. Il 97%, poi, pensa sia fondamentale il raggiungimento degli obiettivi Onu 2030. Rispetto ai dati del 2022 rimane stabile la percentuale di chi è a conoscenza dell’impatto che lo spreco alimentare ha in termini di emissioni di gas serra (77%), ma un elemento di novità riguarda l’elevata percezione del legame tra cambiamenti climatici e spreco alimentare. Per 9 italiani su 10 le sempre più frequenti calamità naturali hanno un impatto sulle produzioni, causando perdite agricole e conseguente spreco di cibo.
Rispetto al 2022, però, decresce l’attenzione nei consumi e nella preparazione dei cibi.

Un quarto di italiani ammette di sprecare cibo per scarsa attenzione

Anche se il 78% degli italiani non butta quasi mai cibo, circa un quarto ammette di sprecarlo per scarsa attenzione. Il 57% ha inoltre riscontrato almeno un episodio di spreco alimentare domestico nell’ultimo mese. Le cause? Sono riconducibili alla mancanza di attenzione alla data di scadenza o al deterioramento degli alimenti (59%, +5% vs 2022), alla conservazione poco adeguata dei prodotti nei punti vendita (28%), alla tendenza a comprare troppi alimenti (16%) o in formati troppo grandi (16%), e a cucinare cibo in eccesso (14%, +5%).

Le azioni anti-spreco iniziano dalla spesa sostenibile 

Se verdura e frutta fresca si confermano le prime due tipologie di alimenti soggetti allo spreco, tra le principali azioni anti-spreco attuate dagli italiani l’indagine annovera l’interesse nei confronti degli acquisti in grado di facilitare una spesa sostenibile. In particolare, 2 italiani su 3 gradirebbero particolarmente poter fare una spesa anti-spreco e sostenibile, ma attualmente per 1 italiano su 2 questo non è facilmente fattibile presso i canali abituali. Tra gli ostacoli principali, per il 75% del campione si tratta del tempo e dello sforzo extra richiesto, oltre alla disponibilità di punti vendita, la localizzazione dei negozi, la modifica delle proprie abitudini consolidate.

La GDO dovrebbe essere più virtuosa 

L’86% ha inoltre l’impressione che la maggior parte dei negozi della GDO non vendano prodotti prossimi alla scadenza o con confezioni/etichette rovinate, facendo sì che una grande quantità di prodotti rischi di essere sprecata. Per il 39% degli italiani una spesa alimentare più virtuosa si caratterizza per prodotti anti-spreco, eccellenze del territorio (28%), prodotti sostenibili a livello ambientale (24%) e a livello sociale (9%). E il 54% degli intervistati si dichiara molto interessato a fare la spesa online da aziende che supportano l’anti-spreco, la sostenibilità e le eccellenze del territorio.

Più investimenti e diffusione per Spid e PagoPA, ma italiani poco competenti 

A oggi il numero delle identità digitali (Spid) erogate è di quasi 36 milioni, circa il quadruplo rispetto a quelle attive nell’agosto 2020, mentre PagoPA, la piattaforma che gestisce i pagamenti verso la PA, nell’arco del 2023 registra 257.495.757 transazioni effettuate contro le 163.635.088 dell’intero 2021. Ma se sul fronte degli investimenti nel digitale l’Italia ha puntato molto su PagoPA e Spid sul lato delle competenze il Paese non sembra correre alla stessa velocità degli strumenti messi in campo.
Sono quindi in atto trasformazioni importanti, ma a oggi i benefici che ne derivano vengono intercettati solo da una parte minoritaria del Paese. Emerge dall’analisi dei dati dell’Agenzia per l’Italia digitale e dell’Istat, effettuata da Centro Studi Enti Locali (Csel) per Adnkronos.

A molti cittadini e imprese mancano le competenze digitali di base

“Oltre metà degli italiani con età compresa tra 16 e 74 anni non possiede neanche competenze digitali di base ed è quindi costretto ad affidarsi a intermediari per accedere ai servizi digitali messi a disposizione dalle amministrazioni pubbliche – afferma il Csel -. Anche le piccole imprese italiane sembrano non tenere il passo con le innovazioni tecnologiche che in pochi decenni hanno ridisegnato completamente il sistema economico mondiale, e nel 57,2% dei casi hanno esternalizzato la gestione delle funzioni Ict”.

Un gap determinato da fattori anagrafici e grado di istruzione

A fare la differenza, ovviamente, sono soprattutto i fattori anagrafici e il grado di istruzione. Se nella fascia 20-24 anni chi possiede competenze digitali di base è pari al 61,7 tra 60 e 64 anni è il 32,9%. Inoltre, i due estremi sono rappresentanti dal Centro, dove il 50,9% dei cittadini con più di 16 anni e meno di 75 possiede competenze digitali almeno di base, e il Sud, dove le stesse conoscenze sono appannaggio di meno del 37% della popolazione. Ma ampia è anche la forbice tra chi risiede in un paesino con meno di 2mila abitanti (40,4%) e chi vive in una grande città (54,1%). Tra le regioni, le due situazioni limite sono rappresentate dal Lazio (52,9%), e dalla Calabria (33,8%).

Piattaforme e infrastrutture i principali ambiti in termini di spesa

Nel 2022 la PA ha speso oltre 7 miliardi di euro in tecnologie riguardanti i sistemi integrati di telecomunicazione, +5,8% rispetto al 2021. Dati destinati a crescere ulteriormente nel prossimo triennio, anche grazie ai fondi dedicato al digitale dal PNRR. Piattaforme e infrastrutture sono i principali ambiti in termini di spesa, rispettivamente con il 49% e il 20% del totale, seguiti da servizi (14%), dati (8%), sicurezza informatica (4%), governance (3%) e interoperabilità (2%). Tra gli ambiti principali di investimento che sosterranno la crescita nei prossimi anni rientrano la cybersecurity e la migrazione verso il cloud, che riguarderà gli enti della PA che dovranno attuare la Strategia Cloud nazionale.

Entra in vigore il Digital Services Act: di cosa si tratta?

Il 25 agosto 2023 è entrato in vigore il Digital Services Act, un nuovo regolamento dell’Unione Europea (UE) finalizzato a porre freno al “far west digitale” e a introdurre misure per proteggere la privacy e i minori. L’obiettivo principale di questo regolamento è creare un ambiente digitale sicuro e affidabile in cui i diritti dei consumatori siano preservati. Le piattaforme online saranno tenute a garantire maggiore sicurezza ai consumatori, a tutelare i loro diritti, a combattere la diffusione di contenuti illegali e disinformazione, e a stabilire regole chiare e responsabilità trasparenti per le stesse piattaforme.

Un nuovo impianto normativo

Il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA) costituiscono un pacchetto di norme che si applicano in tutta l’UE e hanno due obiettivi principali. In primo luogo, mirano a creare uno spazio digitale più sicuro in cui i diritti fondamentali di tutti gli utenti dei servizi digitali siano protetti. In secondo luogo, cercano di promuovere l’innovazione, la crescita e la competitività, sia nel mercato unico europeo che a livello globale. Il DSA in particolare introduce nuovi obblighi, tra cui sistemi di segnalazione dei contenuti illegali che le piattaforme dovranno valutare e rimuovere rapidamente. Sarà inoltre vietato visualizzare annunci pubblicitari basati su dati sensibili degli utenti, come l’origine etnica o le opinioni politiche.

La tutela dell’utente è la priorità

Le nuove misure mettono al centro la protezione degli utenti online, con una particolare attenzione ai minori. Si punta a prevenire rischi sistematici e a moderare i contenuti. Inoltre, gli utenti europei dei social network dovrebbero avere la possibilità di scegliere se visualizzare i contenuti in ordine cronologico anziché basati su algoritmi.

Le piattaforme con oltre 45 milioni di utente al mese devono adeguarsi

Le piattaforme online che raggiungono almeno 45 milioni di utenti attivi online al mese, tra cui Amazon Store, AppStore, Booking, Facebook, Google, Instagram, LinkedIn, TikTok, Twitter (ora noto come “X”), Wikipedia, YouTube e Zalando, sono tenute a rispettare il Digital Services Act dopo il termine per l’adeguamento.
Alcune piattaforme, come Meta (precedentemente Facebook), hanno risposto positivamente creando un “Centro di Trasparenza” per fornire informazioni su come gli algoritmi influenzano i contenuti raccomandati. Tuttavia, altre, come Amazon e Zalando, hanno presentato ricorso contro la decisione della Commissione europea di classificarle come grandi piattaforme online soggette a obblighi aggiuntivi.

Sanzioni severe

Il Digital Services Act prevede sanzioni severe per le piattaforme che violano le regole, con multe fino al 6% del loro fatturato annuo e, in caso di recidiva, il divieto di operare sul territorio europeo. Si tratta di un passo importante per garantire un ambiente digitale più sicuro e responsabile per tutti gli utenti.

L’economia italiana è resiliente, ma i rischi restano elevati

Nel 2022 l’economia italiana cresce del 3,7%, resistendo agli effetti della guerra Russia-Ucraina, e aumentano i consumi privati, grazie alla ripresa dell’occupazione, al turismo vivace e al sostegno fiscale del potere d’acquisto reale. La crescita dei servizi e delle costruzioni compensa la debolezza del settore manifatturiero, in particolare nelle industrie ad alta intensità energetica colpite dai prezzi elevati dell’energia. Lo scenario tratteggiato dal comitato esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, a conclusione della consultazione Article iV con l’Italia, al contempo evidenzia l’aumento dei prezzi al consumo, in gran parte a causa della crescita dei prezzi dell’energia, e il peggioramento delle condizioni finanziarie. E con l’inasprimento della politica monetaria aumentano i rendimenti dei titoli di Stato italiani.

Lavoro, salari, Pil

Il mercato del lavoro registra una forte performance, i salari nominali aumentano, ma quelli reali diminuiscono. Le riserve di capitale e di liquidità delle banche rimangono sostanzialmente stabili a livelli confortevoli, e i crediti deteriorati diminuiscono ulteriormente. Ma, avverte il Fmi, a fronte delle prospettive incerte per l’economia e del futuro andamento della politica monetaria i rischi rimangono elevati. L’ampio sostegno politico e l’aumento dei costi degli interessi mantengono i disavanzi fiscali molto elevati. Il rapporto debito pubblico/Pil è in diminuzione, ma rimane molto elevato. Una popolazione in età lavorativa in calo potrebbe ridurre la crescita a lungo termine.

Nel 2023 crescita +1,1%

Secondo le stime del Fmi la crescita dovrebbe entrare in una fase più lenta e i rischi al ribasso dominano le prospettive. Si prevede che la crescita si modererà all’1,1% nel 2023 e allo 0,9% nel 2024, per poi riprendere temporaneamente all’1,1% nel 2025. Si prevede inoltre che l’inflazione complessiva diminuirà drasticamente al 5,2% nel 2023 e al 2,5% nel 2024, trainata dal calo dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari.  Un inasprimento più brusco della politica monetaria, avverte il Fmi, potrebbe trasmettersi in modo asimmetrico all’Italia e aumentare ulteriormente i costi di finanziamento, mentre il rinnovato stress finanziario globale potrebbe ridurre la disponibilità di finanziamenti, causando un ridimensionamento della spesa pubblica e privata, e riaccendendo le preoccupazioni sui legami sovrano-banca-società.

Pnrr e riforme

Attuare tempestivamente ed efficacemente il Pnrr è la sollecitazione contenuta nel report conclusivo del Fmi. “Le politiche che rallentano la riduzione del debito pubblico o i ritardi prolungati nella ricezione degli esborsi di NextGenerationEU (NGEU) potrebbero sollevare problemi di finanziamento. La crescita potrebbe essere influenzata negativamente da un nuovo balzo dei prezzi dell’energia, dalla frammentazione del commercio estero e degli investimenti o da un calo generalizzato della domanda esterna”.
È necessario quindi concentrarsi su riforme strutturali ambiziose per aumentare produttività e crescita potenziale, migliorare la sicurezza energetica e soddisfare gli obiettivi climatici. Come riferisce Adnkronos, è poi importante ridurre decisamente il debito pubblico.

Paura dei furti in casa? Gli italiani si proteggono con soluzioni creative e… tecnologia

Ogni ora si verificano più di 14 furti in casa, corrispondenti a 340 al giorno e oltre 124.000 all’anno, secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Questi numeri spiegano perché molti italiani sono preoccupati di lasciare la propria abitazione, soprattutto durante l’estate. Una paura condivisa da quasi 7 italiani su 10 (69%), ovvero più di 29 milioni di persone, secondo un’indagine commissionata da Facile.it e condotta dall’istituto di ricerca EMG Different.

Il ricorso all’assicurazione è ancora scarso

Nonostante la diffusa preoccupazione, l’indagine ha rivelato che sono ancora pochi coloro che si assicurano contro i furti in casa: meno di 1 persona su 5. Queste assicurazioni sono una garanzia accessoria delle polizze casa multirischio, che proteggono i proprietari dell’immobile da una vasta gamma di eventi dannosi. Attivando la copertura contro i furti, in caso di effrazione il proprietario può essere rimborsato non solo per i beni sottratti, ma anche per i danni causati dai ladri. Tuttavia, è importante leggere attentamente il documento informativo precontrattuale per conoscere le condizioni specifiche del prodotto assicurativo. I prezzi variano in base a diversi parametri legati all’immobile e alle garanzie accessorie scelte.

Strategie anti effrazione

Molti adottano soluzioni più o meno creative per ridurre i rischi di furto. La soluzione più comune, scelta dal 46% dei rispondenti (corrispondente a 19,5 milioni di individui), è quella di affidare la sicurezza della propria abitazione a familiari o vicini di casa, chiedendo loro di svuotare la cassetta delle lettere nel 13% dei casi per nascondere l’assenza dei proprietari. Circa 12 milioni di italiani (29%) hanno optato per la tecnologia, proteggendo il proprio appartamento con un sistema di videosorveglianza, mentre il 14% ha installato inferriate alle finestre.Le strategie per nascondere l’assenza prolungata da casa sono varie: circa 3 milioni di persone hanno dichiarato di lasciare accese alcune luci, mentre circa 2,1 milioni lasciano accesa la TV o la radio. Circa 1,3 milioni di persone (3% dei rispondenti) si affidano a vigilantes privati.

Preoccupazione anche per maltempo, perdite idriche e fughe di gas

Oltre alla paura dei furti in casa, gli italiani hanno altre preoccupazioni durante le vacanze. Il 33% dei rispondenti teme che il maltempo danneggi l’abitazione, il 21% è preoccupato per perdite idriche o fughe di gas, mentre 8,5 milioni di persone temono di lasciare luci o dispositivi elettronici accesi. Facile.it ha stilato un vademecum in 5 punti per partire più tranquilli: dotare l’appartamento di un sistema di sicurezza, caricare l’auto al sicuro da sguardi indiscreti, prestare attenzione alla posta, allo zerbino e al giardino per evitare segnali di assenza prolungata, proteggersi con un’assicurazione casa adeguata e limitare l’uso dei social media per non rivelare troppo della propria assenza.

Imprese, lavoro, sostenibilità: l’Italia nel 2023 è resiliente, ma…

L’Italia che emerge dal Rapporto annuale dell’Istat per il 2023 è nel complesso resiliente. Un paese capace di resistere alla pandemia prima e allo choc energetico, con il conseguente rialzo dei prezzi, dopo, che segnala una crescita del Pil nel 2022 (+3,7%) trainata soprattutto da costruzioni e servizi.
Una tendenza positiva che sembra continuare anche nel 2023 e nel 2024, seppur con percentuali più contenute. Diversi gli aspetti su cui però l’Italia deve compiere grossi passi in avanti, anche alla luce delle direttrici indicate dal PNRR e della sua progressiva attuazione.

Più innovazione, e inclusione di giovani e donne

Nel mondo imprenditoriale, ancora caratterizzato dalla forte prevalenza di Pmi (solo l’1% delle realtà imprenditoriali è costituto da grandi aziende), diventano di fondamentale importanza innovazione, ricerca e sviluppo. In base alle analisi dell’Istituto di statistica, le imprese che innovano registrano una produttività maggiore del 37%, e se si aggiunge la ricerca e sviluppo si arriva a un +44%.
L’altro nodo critico è l’inclusione dei giovani e delle donne nel mondo del lavoro. Su questo fronte si registrano ancora le percentuali più basse d’Europa. Un dato per tutti: la quota dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano, è al 20%, pari a 1,7 milioni di persone (dopo di noi solo la Romania).

Denatalità e welfare

L’Istat rileva peraltro come le donne che raggiungono i livelli più elevati di istruzione rimangano più a lungo al lavoro anche dopo aver avuto figli. La partecipazione al lavoro si lega direttamente, come dimostrato dai dati dell’Istituto, a quello della natalità (lo scorso anno si è registrato il record storico negativo inferiore a 400 mila nascite) e dell’invecchiamento demografico, che modificano direttamente la struttura del mercato lavorativo. L’Istat propone un approccio qualitativo più che quantitativo al welfare, per consentire alle nuove generazioni di fare scelte genitoriali e progettare il futuro.

Ambiente e transizione ecologica 

Grande attenzione viene data nel Rapporto anche al tema dell’ambiente, con le criticità legate soprattutto alla gestione delle risorse idriche, e della transizione ecologica, che può diventare un’ottima opportunità di inclusione lavorativa anche per donne e giovani.
Ma la transizione va guidata in maniera tale da essere socialmente sostenibile e da non acuire le disuguaglianze e la trappola della povertà. Su questo fronte però l’Italia segna anche alcuni punti a suo favore, innanzitutto nel campo delle fonti rinnovabili, dove siamo tra i paesi più performanti, anche grazie al sistema delle incentivazioni. Si è inoltre registrato un rallentamento delle emissioni di gas serra. Buoni risultati anche per quanto riguarda le aree verdi nelle città, le aree marine protette e il patrimonio boschivo, che hanno registrato una crescita consistente.

Transizione ESG, per il 60% delle imprese italiane è già in atto

Le imprese italiane che non hanno ancora avviato un percorso di transizione sostenibile e che mostrano un livello molto basso di adeguatezza ESG rappresentano solo l’8% del totale. Quasi il 60% delle aziende italiane ha iniziato a compiere i primi passi verso la sostenibilità, ma si posiziona a un livello medio-basso di adeguatezza ESG, mentre oltre il 30% si trova in uno stadio avanzato. Questi sono i principali risultati emersi dall’ESG Outlook di CRIF, un’analisi che fornisce uno sguardo approfondito sullo stato dell’arte delle tematiche ambientali, sociali e di governance in Italia, concentrandosi sulla posizione delle imprese italiane nel loro percorso di sostenibilità. Per condurre lo studio, CRIF ha selezionato alla fine del 2022 un campione rappresentativo di circa 150.000 aziende italiane, analizzandole in base alle informazioni e agli strumenti di analisi a disposizione, al fine di offrire un quadro originale delle sfide legate alla sostenibilità. 

Come misurare il livello di adeguatezza verso la sostenibilità

Un aspetto chiave dell’analisi è lo score ESG, che sintetizza il livello di adeguatezza verso la sostenibilità di ciascuna azienda, tenendo conto del settore di appartenenza e dell’area geografica in cui si trova. Lo score ESG di CRIF aggrega oltre 150 indicatori relativi agli aspetti ambientali (E), sociali (S) e di governance (G), suddivisi in aree informative definite dalla normativa come fattori EBA.
Lo score ESG di CRIF si divide in classi che rappresentano il livello di adeguatezza verso i fattori ESG: da molto alto, che include le aziende migliori, a molto basso, che rappresenta le aziende peggiori. Dall’analisi emerge che quasi il 60% delle aziende italiane si posiziona ancora a livelli medio-bassi di adeguatezza ESG, considerando anche i settori che hanno appena iniziato la transizione verso la sostenibilità, mentre oltre il 30% si trova in uno stadio avanzato. In particolare, le aziende con un fatturato superiore a 10 milioni di euro sono più avanzate nel percorso di transizione verso un’economia più sostenibile, con una maggior concentrazione nelle classi ad alta e molto alta adeguatezza ESG (39% rispetto al 33% delle imprese con un fatturato inferiore). Le piccole e medie imprese (PMI) con un fatturato inferiore a 10 milioni di euro rappresentano il segmento che necessita maggiormente di supporto nella transizione verso la sostenibilità.

Le gestione dei rischi ambientali

Uno dei principali fattori ESG analizzati è l’aspetto ambientale, che misura l’adeguatezza delle aziende nelle diverse regioni e settori industriali in relazione alla gestione dei rischi ambientali. CRIF ha valutato il livello di adeguatezza attraverso lo Score Ambientale (Score E), evidenziando un’eterogeneità significativa tra le PMI italiane nelle diverse regioni e settori. Lombardia e Piemonte risultano le regioni migliori secondo lo score ambientale, con oltre il 60% delle aziende che mostra un alto livello di adeguatezza. Tra i settori più performanti in base allo score si trovano l’immobiliare e le attività leisure. Un altro aspetto significativo analizzato dall’ESG Outlook di CRIF è l’impatto dei rischi fisici legati al cambiamento climatico e al degrado ambientale. Il 5,9% delle PMI italiane è esposto a rischi fisici acuti, mentre il 16% è esposto a rischi cronici. I rischi fisici acuti si riferiscono a disastri naturali improvvisi, mentre i rischi cronici sono legati ai cambiamenti climatici gradualmente in atto.

Valutare gli impatti finanziari a lungo termine

L’ESG Outlook ha anche sviluppato un modello proprietario per valutare gli impatti finanziari a lungo termine della transizione verso la sostenibilità, considerando costi, ricavi e investimenti. I risultati mostrano una significativa variabilità dei costi della transizione verso un’economia sostenibile tra i diversi settori. I settori ad alta intensità energetica, come l’estrazione mineraria, i trasporti, la chimica e la lavorazione dei prodotti metallici, mostrano impatti significativi, con una prevista percentuale di costi annui sul fatturato compresa tra il 3% e l’8%. I settori della lavorazione di prodotti non metallici e della produzione e distribuzione di elettricità e gas presentano impatti moderati, intorno al 2-3% annuo di costi sul fatturato. I settori dei servizi, delle attività immobiliari e del commercio mostrano un impatto marginale, inferiore allo 0,5% annuo. In generale, si osserva una forte correlazione tra l’intensità attuale delle emissioni e l’impatto della transizione. 

Frutta e verdura: gli italiani la comprano direttamente dal contadino

Frutta e verdura? Meglio acquistarla direttamente da chi la coltiva. Sono infatti circa 25 milioni gli italiani che hanno acquistato cibo dai contadini, spinti da una nuova sensibilità verso gli alimenti salutari, ma anche dalla volontà di recuperare un contatto diretto con chi coltiva i prodotti che vengono portano in tavola. È quanto emerge da un’analisi condotta dalla Coldiretti su dati Censis, diffusa in occasione della giornata mondiale della gastronomia sostenibile promossa il 18 giugno dalle Nazioni Unite. Una giornata che ha lo scopo di mettere al centro l’importanza di un’alimentazione che rispetti l’ambiente, che si avvalga di ingredienti biologici a chilometro zero, ma soprattutto che eviti gli sprechi.

Il fatturato nazionale della filiera ‘corta’ raggiunge 6 miliardi di euro l’anno

L’Italia è il Paese della Ue con la più estesa rete organizzata di mercati contadini. Con 15.000 agricoltori coinvolti in circa 1.200 farmers market di Campagna Amica, il fatturato nazionale della filiera ‘corta’ con vendita diretta di frutta, verdura e altri prodotti agroalimentari, raggiunge i 6 miliardi di euro all’anno. Si tratta di un sistema organizzato da Nord a Sud del Paese, e che non ha solo un valore economico, ma anche occupazionale e ambientale.

Avvicinare le imprese agricole ai cittadini concilia sviluppo economico e sostenibilità

Quello delle farmers market è un primato riconosciuto a livello mondiale, dove Campagna Amica si è fatta promotrice della World Farmers Markets Coalition, di cui fanno parte realtà di tutti i continenti, come Usa, Australia, Giappone, Canada, Cile, Ghana, Inghilterra, Danimarca e Norvegia, coinvolgendo 250 mila agricoltori e le loro famiglie.
“Il successo dei farmers market è frutto della legge italiana che premia la multifunzionalità dell’agricoltura e che abbiamo fortemente sostenuto per avvicinare le imprese agricole ai cittadini e conciliare lo sviluppo economico con la sostenibilità ambientale e sociale”, afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.

Ciliegie dal Cile? No grazie!

Secondo l’Ispra, riporta AGI, le vendite dirette con gli acquisti a Km zero tagliano anche del 60% lo spreco alimentare rispetto ai sistemi alimentari tradizionali, e garantiscono un contributo importante alla lotta contro l’inquinamento e i cambiamenti climatici, che provocano danni e vittime in tutto il mondo.
È stato calcolato infatti che un chilo di ciliegie dal Cile per giungere sulle tavole italiane attraverso il trasporto aereo deve percorrere quasi 12 mila chilometri, per un consumo di 6,9 chili di petrolio e l’emissione di 21,6 chili di anidride carbonica. E un chilo di mirtilli dall’Argentina deve volare per più di 11 mila chilometri, consumando 6,4 kg di petrolio che liberano 20,1 chili di anidride carbonica per ogni chilo di prodotto. 

E-bike: dopo il boom del 2022 ora si cercano gli accessori per ripararle

Nel 2023, complice l’inflazione, l’acquisto online di nuove biciclette ha registrato un rallentamento. Il 2022 ha infatti segnato un vero e proprio boom delle bici elettriche, tanto che sul portale italiano di idealo tra i 10 prodotti più cercati nella categoria ‘bici & accessori’ 7 erano differenti modelli di e-bike. Quest’anno, invece, come emerge da un’indagine del portale di comparazione prezzi, le ricerche relative alle biciclette elettriche hanno registrato una decrescita del 7%, di cui ha beneficiato il settore ricambi bici, che al contrario, sta vivendo un periodo d’oro. 

Bici da corsa e mountain bike le più cercate

Nel corso degli ultimi 12 mesi infatti solo l’11% di quanti hanno fatto ricerche online nel settore bike cercava in realtà una bici nuova, a fronte del 37% che cercava ricambi o accessori per la propria bici.
Non è un caso che nella top 20 dei prodotti che hanno registrato la maggiore crescita di interesse nel corso degli ultimi 12 mesi, siano solo due le biciclette (da corsa e mountain bike), a fronte di dodici accessori deputati alla riparazione. In dettaglio, forcelle, gruppi completi e batterie per bici elettriche, che hanno registrato un boom di oltre il 200% rispetto all’anno precedente, reggisella (+83%), attrezzi per la riparazione (+59%), carrelli per bici (+51%), ciclo computer (+50%), lucchetti (+50%), pedali (+36%) e copertoni (+35%).

Ricambi e accessori +25%, biciclette -1%

Negli ultimi due anni, quindi, il settore dei ricambi e quello degli accessori per le bici hanno segnato un aumento di interesse rispettivamente di oltre il 25%, a fronte di una diminuzione dell’1% legato al comparto biciclette vero e proprio.
In questo, non va sottovalutato il ruolo dell’inflazione, che nell’ultimo biennio ha intaccato i prezzi di listino delle biciclette. In media, una bici per bambini nel 2023 è costata circa il 23% in più rispetto all’anno precedente, una bici da città il 10% in più, mentre una bici da corsa e una elettrica il 6% in più. Inoltre, complice la crescita di domanda, anche il settore ‘ricambi e accessori per bici’ ha segnato prezzi più alti, in alcuni casi anche di oltre il 20%.

Muoversi in modo sostenibile resta una priorità

Ma muoversi in modo sostenibile resta una priorità per gli italiani, soprattutto all’interno delle grandi città. Immobiliare.it ha indagato quali quartieri cittadini sono più ambiti dai ciclisti, e ha scoperto che al primo posto si trova il milanese Affori, Bovisa, al secondo il Centro di Torino, e al terzo ancora il milanese Città Studi, Susa.
Appena sotto il podio, si piazzano due quartieri romani, Eur, Torrino, Tintoretto, mentre Talenti, Monte Sacro, Nuovo Salario sono in quinta posizione. Compare anche Bologna, ma soltanto al settimo posto con Bolognina, Corticella, Pescarola.