Cosa preoccupa Millennial e GenZ? Clima, carovita e lavoro 

Quali sono le principali preoccupazioni dei Millennial e dei ragazzi della GenZ italiani? Il cambiamento climatico, il costo della vita e il lavoro. Lo ha scoperto la Millennial e GenZ Survey 2022 di Deloitte, che in continuità rispetto all’edizione precedente, “fa emergere una sensibilità che istituzioni e imprese italiane devono recepire e trasformare in proposte di sostenibilità concrete e credibili”, commenta il ceo di Deloitte Italia, Fabio Pompei.
La ricerca fa emergere quindi la preoccupazione crescente dei giovani sul carovita, “una tendenza inevitabilmente legata alla ondata inflazionistica che stiamo vivendo a causa della pandemia e della guerra in corso in Ucraina – aggiunge Pompei -. I giovani sono i primi a risentire dell’aumento dei prezzi”. Non a caso, la paura di rimanere disoccupati è tra le tre prime preoccupazioni.

Cambiamento climatico: siamo vicini al ‘punto di non ritorno’

Per il 42% dei GenZ e il 37% dei Millennial il cambiamento climatico è la sfida numero uno da affrontare, e l’80% dei GenZ e il 76% dei Millennial pensano che siamo vicini al ‘punto di non ritorno’ nella risposta al cambiamento climatico. Insomma, i giovani del nostro Paese si confermano particolarmente sensibili al tema del cambiamento climatico. Tanto che il 72% della GenZ e il 77% dei Millennial afferma di aver sperimentato di persona almeno un evento meteorologico grave negli ultimi 12 mesi. E per ridurre il proprio impatto ambientale il 95% dei Millennial e il 96% della GenZ affermano di ‘fare uno sforzo per proteggere l’ambiente’.

Costo della vita: poco ottimisti sulle prospettive previdenziali

I ragazzi sono sempre più preoccupati dal costo della vita: solo il 25% della GenZ e il 21% dei Millennial afferma di poter pagare senza problemi le proprie spese, e quasi la metà vive con i soldi contati. Queste dinamiche incidono sulla capacità di risparmio dei giovani, sempre meno ottimisti sulla probabilità di arrivare alla pensione con tranquillità. A livello globale, solo il 41% della GenZ e dei Millennial è convinto che riuscirà ad andare in pensione e a essere tranquillo finanziariamente.
In Italia i numeri sono anche più critici: solo il 28% della GenZ e il 30% dei Millennial è ottimista sulle proprie prospettive previdenziali.

Cosa si aspettano dal mondo del lavoro?

Dopo due anni di sperimentazione di lavoro da remoto, GenZ e Millennial hanno le idee chiare su cosa si aspettano dal mondo del lavoro, riporta Adnkronos. I fattori che contano di più per Millennial e GenZ sono il work life balance e le opportunità di apprendimento e crescita. Il work life balance è il primo fattore di scelta soprattutto per i Millennial (36%) che cercano un nuovo impiego. Significativi anche i numeri sul lavoro da remoto. Quasi la metà della GenZ e dei Millennial italiani lavora quasi sempre in ufficio, ma la maggior parte (67% GenZ e 63% Millennial) preferirebbe un modello di lavoro ibrido che garantisca maggiore flessibilità.

Greenergy, l’Italia non può aspettare

L’attuale situazione fra Russia e Ucraina ha messo in luce quanto sia delicata la questione dell’approvvigionamento energetico e soprattutto quanto possa essere dispendiosa. Tanto che il costo del gas e dell’energia peserà, e non poco, suoi conti delle famiglie italiane. Questo fatto, però, fa comprendere con chiarezza che che l’adozione di energie rinnovabili come il fotovoltaico non sia più una scelta ma una necessità. Tuttavia, quello che emerge rispetto allo stato dei progetti di fotovoltaico nel nostro paese non è incoraggiante. Dati alla mano, ogni anno 9 progetti di impianti su 10 risultano bloccati dagli iter autorizzativi. In un momento che vede l’approvvigionamento di energia come una priorità fondamentale per il Paese è doveroso prendere coscienza di come lo sblocco degli iter consentirebbe all’Italia di autoprodurre energia preziosa. 
I dati forniti dall’Alleanza per il Fotovoltaico non lasciano dubbi sulla questione: ammonta a circa 40 GW la produzione di energia da fotovoltaico attualmente bloccata dagli iter autorizzativi. In termini monetari si parla di 35 miliardi di euro di investimenti privati, pronti per partire, bloccati dalla burocrazia.

Opportunità uniche per lo sviluppo del fotovoltaico

A farsi portavoce di queste criticità è Greenergy, azienda di Castellaneta (Taranto) leader nel settore delle energie rinnovabili ed EPC Contractor che da 16 anni si impegna a fornire soluzioni per efficientare aziende e abitazioni. Sin dalla sua nascita, riferisce Adnkronos, l’azienda ha sviluppato progetti di fotovoltaico contribuendo a rendere energeticamente efficienti grandi aziende, importanti enti e tantissime abitazioni. Ma non basta. Il territorio italiano offre opportunità uniche per lo sviluppo di progetti di fotovoltaico, troppo spesso bloccati, incompiuti o fermati in partenza a causa di tempi e processi di approvazione troppo lunghi. Oggi più che mai è necessario essere consapevoli che non possiamo più permetterci di perdere tempo sulle rinnovabili. Per far sì che questo avvenga è necessario che l’efficienza energetica diventi un obiettivo per le imprese. Per le aziende, il fotovoltaico può essere oggi il principale volano per lo sviluppo grazie all’accrescimento di valore e, aspetto fondamentale, il notevole risparmio in costi per l’energia: un elemento cruciale contro cui le imprese italiane lottano ormai da quasi un anno. Efficientare un’azienda porta vantaggi anche meno concreti ma non meno importanti come quelli valoriali. Un’azienda energeticamente efficiente oggi è più competitiva perché attenta e consapevole del proprio ruolo e delle responsabilità nei confronti dell’ambiente.

Il valore delle rinnovabili

Le opportunità di sviluppo offerte dalle energie rinnovabili sono moltissime. Nonostante la crescente attenzione verso il tema, ad oggi non siamo affatto vicini al picco di questo processo di innovazione. Proprio per tali motivi puntare e investire adesso nelle rinnovabili e nel fotovoltaico potrà fare la differenza domani, tanto in termini ambientali quanto in termini economici e di sviluppo territoriale. Lo sviluppo di un progetto, infatti, è in grado di garantire diversi benefici per il territorio dove è ospitato: da chi investe a chi realizza, fino all’utilizzatore dell’energia. Contribuire a creare un mondo più sostenibile è un dovere che ciascuno è chiamato a compiere.

Autonomi in lenta agonia: persi 215mila micro imprenditori

Il mondo del lavoro autonomo sta vivendo una lenta agonia. Da febbraio 2020, mese che precede l’avvento della pandemia, a marzo 2022, secondo l’ultima rilevazione Istat i lavoratori indipendenti, coloro che svolgono la propria attività lavorativa senza vincoli formali di subordinazione, sono diminuiti di 215mila unità. Se 2 anni fa erano 5.192.000, al termine del primo trimestre di quest’anno sono scesi a 4.977.000 (-4,1%). Lo rileva l’Ufficio studi della CGIA, secondo cui questi dati dimostrano che il deterioramento del quadro economico causato dal Covid ha colpito i lavoratori più fragili, senza tutela, privi di qualsiasi ammortizzatore sociale. La parte più debole del nostro mercato del lavoro, ovvero, artigiani, piccoli commercianti, partite Iva, e tanti giovani liberi professionisti.

Artigiani e commercianti pagano due volte il caro energia

L’aumento esponenziale dei prezzi, del carburante e delle bollette potrebbero peggiorare notevolmente la situazione. E se il 70% circa di artigiani e commercianti lavora senza dipendenti né collaboratori familiari, molti di loro stanno pagando due volte lo straordinario aumento registrato in questi ultimi 6 mesi dalle bollette di luce e gas, sia come utenti domestici sia come piccoli imprenditori per riscaldare/raffrescare e illuminare botteghe e negozi. Senza aspettare Bruxelles, pertanto, bisogna che il Governo intervenga subito, introducendo a livello nazionale un tetto temporaneo al prezzo del gas, così come hanno già fatto Spagna e Francia.

In aumento il lavoro “nero”

Dati ufficiali ancora non ce ne sono, ma la sensazione è che il Covid abbia contribuito a incrementare sensibilmente il numero degli irregolari, coloro che prestano la propria attività abusivamente.
È il caso di tanti abusivi che si spacciano per edili, dipintori, parrucchieri/estetiste, falegnami, idraulici ed elettricisti, che in questi ultimi 2 anni hanno provocato una concorrenza sleale nei confronti di coloro che esercitano regolarmente. Secondo l’Istat, l’esercito dei lavoratori ‘invisibili’ in Italia è costituito da 3,5 milioni di persone, che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case degli italiani per prestare la propria attività lavorativa irregolare. Nel 2019 il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare ha sfiorato i 77 miliardi di euro. 

Chiudono le saracinesche

Sembra che anche la guerra in Ucraina abbia peggiorato ulteriormente la situazione. Se a febbraio di quest’anno i lavoratori indipendenti in Italia erano tornati sopra la soglia dei 5 milioni (5.018.000), alla fine di marzo sono scesi a 4.977.000. Inoltre, la chiusura di tantissime piccole attività economiche è riscontrabile anche a occhio nudo: sono sempre più numerosi i negozi e le botteghe con le saracinesche abbassate 24 ore su 24. Un fenomeno che sta interessando centri storici e periferie delle nostre città, gettando nell’abbandono interi isolati, provocando un senso di vuoto e un pericoloso peggioramento della qualità della vita. Meno visibile, ma altrettanto preoccupante, sono però anche le chiusure che hanno interessato anche i liberi professionisti, gli avvocati, i commercialisti e i consulenti.

Packaging alimentare: nel futuro, più sostenibile e responsabile

Secondo i risultati dell’Osservatorio Packaging di Largo Consumo, realizzato da Nomisma in collaborazione con SpinLife, nel prossimo futuro i carrelli degli italiani non saranno solo sinonimo di qualità, ma anche di sostenibilità. Oggi il 59% della popolazione presta più attenzione ai temi green rispetto al 2019. E per l’84% degli italiani la sostenibilità passa soprattutto per le scelte di acquisto alimentari. Ma acquistare un prodotto sostenibile significa soprattutto comprare un prodotto realizzato tramite un utilizzo responsabile delle risorse, e con un basso impatto ambientale, che riduca le emissioni di CO2 (70%), il consumo idrico (65%) ed energetico (63%). L’aumento di costi energetici e materie prime, e i nuovi modelli valoriali e di consumo degli italiani, richiedono quindi una revisione del ruolo della sostenibilità nella filiera agroalimentare, con particolare attenzione al packaging dei prodotti.

Riciclabile, senza overpackaging e plastic free 

Sostenibilità per gli italiani significa anche “fare scelte di responsabilità verso le generazioni future (43%), che contrastino gli sprechi e che anzi portino un risparmio e un vantaggio economico (30%), come testimonia il fatto che l’89% degli italiani compie quotidianamente scelte sostenibili contenendo gli sprechi idrici ed energetici – spiega Silvia Zucconi, responsabile Business Unit Market Intelligence di Nomisma -. Ma la sostenibilità alimentare dipende anche dal packaging, che contribuisce a definire un prodotto sostenibile soprattutto quando è riciclabile (62%), realizzato con materiali sostenibili (59%), senza overpackaging (46%) e plastic free (41%)”.

I consumatori non rinunciano al loro sistema valoriale

La presenza di caratteristiche di sostenibilità rappresenta un buon motivo per scegliere un prodotto alimentare al posto di un altro. Il 34% degli italiani indica la sostenibilità ambientale tra i principali driver di scelta di un prodotto alimentare, e il 28% sceglie anche in base alla sostenibilità del packaging Insomma, pur salvaguardando il budget familiare, il consumatore italiano non rinuncia al suo sistema valoriale, che diventa una bussola a cui affidare le scelte di consumo. Al punto che il 70% degli italiani nel corso del 2021 ha acquistato da aziende attive sul piano della tutela dell’ambiente, e il 63% da imprese con cui si condividono i medesimi valori.

Cercare le informazioni sull’etichetta

Per gli italiani è poi molto importante avere tutte le informazioni necessarie per valutare la sostenibilità di un prodotto alimentare (e non) prima di acquistarlo. Informazioni che per il 75% degli italiani sono sull’etichetta del prodotto stesso Ma il 64% dei consumatori vorrebbe saperne di più, e il 26% non ritiene sufficienti le informazioni di cui dispone. In ogni caso, occorre essere consapevoli che i progetti di sostenibilità sul packaging privilegeranno quelli che avranno un effetto in termini di riduzione di costo o servizio. In pratica, è necessaria la cannuccia per consumare un brik, o il tappo in plastica di una confezione da litro? Quanto costa in meno la carta rispetto al vetro o alla banda stagnata anche in termini di minor costo di trasporto? Sono le domande che si pongono le aziende.

Un’impresa su tre non è preparata per le opportunità del Pnnr

Oltre il 70% delle imprese italiane non è porta né preparata a raccogliere la sfida di crescita offerta dal Pnnr. A dirlo è una recente indagine di  Unioncamere su dati elaborati dal Centro studi Guglielmo Tagliacarne, recentemente presentata all’Assemblea delle Camere di commercio. In sintesi, solo un’impresa su tre è già in grado di cogliere le opportunità delle nuove risorse espressamente dedicate al sistema produttivo dal PNRR, come transizione 4.0 ed economia circolare. Il 16%, infatti, si è già attivato per aderire ai progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza mentre un altro 13% ha in programma di farlo. Ma più del 70% è fermo al palo, senza, al momento, interessarsi alle molteplici occasioni di sviluppo che si stanno aprendo. 

Proposte concrete per un processo di semplificazione

“I dati confermano la necessità di lavorare per diffondere e far conoscere alle imprese, soprattutto quelle più piccole, le misure messe in campo dal Governo nel green e nel digitale”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “L’80% delle imprese di minori dimensioni non ha nemmeno in programma di avvalersi di queste risorse, contro il 50% delle aziende medio grandi.  Le Camere di commercio hanno ben in mente come farsi parte attiva per lo sviluppo del Paese e contribuire al cambiamento innescato dal PNRR: possiamo essere uno strumento prezioso per fare conoscere alle imprese le enormi opportunità legate alle nuove risorse e per mettere a terra molte delle misure chiave previste nel Piano”. 
Inoltre – ha ricordato Prete – una indagine del Centro studi Tagliacarne rivela che una riduzione di un terzo del tempo dedicato dalle risorse umane interne alle imprese agli adempimenti burocratici, reimpiegato nelle attività produttive, comporterebbe un aumento della produttività aziendale tra il +0,5% e il +1,1%. “Per questo – ha concluso – stiamo lavorando attivamente per definire proposte concrete che possano contribuire in tempi rapidi al processo di semplificazione di cui abbiamo davvero bisogno”.

Il peso del clima d’incertezza

Ci sono sicuramente anche molti fattori contingenti che contribuiscono a creare il clima d’incertezza, a cominciare dalla guerra in Ucraina. Per quasi 9 imprese su 10 l’impatto del conflitto in corso sarà alto, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e semilavorati. Quasi una impresa su 2 ha problemi di approvvigionamento di materie prime e una su 5 di approvvigionamento di energia. Questa situazione di incertezza ha un impatto significativo anche sulla natalità delle imprese: le ultime indicazioni sulle iscrizioni al Registro delle Camere di commercio mostrano che quando il clima di fiducia si riduce di un punto, la natalità delle imprese si contrae di mezzo punto. A farne le spese sono soprattutto i giovani (26mila imprese in meno) e le donne (meno 32mila). 

Telecomunicazioni, i trend per il 2022

Anche nel 2022 la flessibilità nella fornitura di servizi e dispositivi per la telefonia resta un pilastro della produttività aziendale, e quindi della crescita dell’industria delle telecomunicazioni. Questo perché molti lavorano ancora in smart working o in modalità ibrida, e rendere disponibili i servizi di comunicazione aziendali con facilità sono elementi sempre più importanti. Snom, produttore di soluzioni VoIP, delinea i trend per il 2022 delle telecomunicazioni. E innovazione è la prima parola chiave per la crescita dell’intero settore telco. Sono infatti necessari terminali IP e soluzioni VoIP che indipendentemente dal luogo di utilizzo, garantiscano le medesime funzioni e la stessa sicurezza della comunicazione offerta all’interno della rete aziendale. Lo stesso vale per gli accessori (cuffie e soluzioni per le conferenze), che devono assicurare la qualità audio migliore e il massimo comfort per l’utente.

Ottimizzazione dei costi e varietà di utilizzi
Due elementi cardine del successo del VoIP sono l’ottimizzazione dei costi di gestione del sistema telefonico e la varietà di utilizzi possibili. Un’innovazione attesa dagli utenti riguarda la possibilità di utilizzare il telefono da scrivana per compiti che vanno al di là della semplice telefonia. Con apposite interfacce, i telefoni IP possono infatti diventare parte integrante dell’automazione dell’ufficio, e dimostrarsi un investimento per il benessere dei dipendenti. Inoltre, i telefoni IP (cordless o cablati) possono essere utilizzati anche come dispositivi per localizzare beni o persone, facilitare l’automazione di processi (nella logistica, in ospedale e nel settore alberghiero), confermando il proprio contributo all’ottimizzazione delle infrastrutture e al risparmio dei costi. L’integrazione per l’automazione di uffici e processi industriali potrebbe quindi rappresentare uno dei pilastri del futuro dei terminali IP anche oltre il 2022.

Sostenibilità come vantaggio competitivo
L’appello sempre più forte alla sostenibilità e all’ecocompatibilità ora riguarda anche l’hardware da ufficio. Chi ad esempio, nel privato, preferisce il riciclabile, vorrebbe lo stesso dai dispositivi aziendali, e non si tratta solo degli imballaggi, ma anche dell’impiego di componenti realizzate con materie prime riciclate. Che si tratti di imballaggio o hardware, sono finiti i tempi in cui le aziende non dovevano preoccuparsi della propria impronta ecologica. E soprattutto presso chi non riduce tutto all’ottimizzazione dei costi, la sostenibilità diventerà un vantaggio competitivo, e allo stesso tempo, parte della filosofia aziendale.

In primo piano, la sicurezza
Soprattutto in tempi di lavoro ibrido, la sicurezza rappresenta un ambito in cui nessuna azienda può permettersi di essere disattenta. La cybercriminalità ha raggiunto dimensioni fino a cinque anni fa impensabili. Dalla sempre più frequente paralisi di intere organizzazioni su scala globale al timore che i terminali IP agiscano come spie, registrino le conversazioni o trasmettano i dati di connessione a terzi, incidenti e paure trovano il loro fondamento in minacce reali. È quindi importante che i terminali siano dotati degli standard di sicurezza più elevati in termini di hardware, di località fisica in cui sono archiviati i dati, e naturalmente, di firmware. 

Gli italiani non lasciano il posto di lavoro, anche se sognano… altrove

E’ per paura di non trovare un altro posto di lavoro se il 56,2% degli occupati italiani non pensa di lasciare il proprio lavoro, percentuale che sale al 62,2% tra i 35-64enni e al 63,3% tra gli operai. E, anche se nei primi nove mesi del 2021 si sono registrate 1.362.000 dimissioni volontarie, con un incremento del 29,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, proprio nel 2020 a causa del Covid il mercato del lavoro si è paralizzato, con un picco negativo di dimissioni: solo 1.050.000 nei primi tre trimestri, ovvero -18,0% rispetto al 2019. In questo scenario si manifesta però un trend di più lungo periodo di crescita delle dimissioni legato all’aumento della precarietà dei rapporti di lavoro.

Il rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale

A fornire questo spaccato è il 5° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon, leader nei servizi per il welfare aziendale, con il contributo di Credem, Edison e Michelin. Si scopre così che i nostri connazionali hanno paura di lasciare la vecchia occupazione per cercarne una nuova, anche sei potenzialmente più appagante. Eppure l’82,3% dei lavoratori (l’86% tra i giovani, l’88,8% tra gli operai) si dice insoddisfatto della propria occupazione e ritiene di meritare di più. Retribuzioni che non crescono da troppo tempo. Il 58,1% dei lavoratori ritiene di ricevere una retribuzione non adeguata al lavoro svolto. La percezione è confermata dalle statistiche ufficiali: negli ultimi vent’anni le retribuzioni medie lorde annue nel nostro Paese si sono ridotte del 3,6% in termini reali (al netto dell’inflazione), mentre in Germania sono aumentate del 17,9% e in Francia del 17,5%. Pensando alla propria occupazione, il 68,8% dei lavoratori si sente meno sicuro rispetto a due anni fa (la percentuale sale al 72,0% tra gli operai e al 76,8% tra le donne). Nell’ultimo biennio il 66,7% dei lavoratori (il 71,8% tra i millennial) ha vissuto uno stress aggiuntivo per il lavoro e il 73,8% teme che in futuro dovrà fronteggiare nuove emergenze lavorative, con impatti rilevanti sulla propria vita quotidiana. Il lavoro, insomma, non paga abbastanza, non dà le certezze del passato, è fonte di tensione.

Come è cambiato il lavoro

Per il 51,3% degli occupati il proprio lavoro è molto cambiato durante la pandemia. Il digitale è stato determinante, ma non indolore. Infatti, complessivamente il 58% ha riscontrato difficoltà nell’utilizzo dei dispositivi digitali. In particolare, il 55,3% nella partecipazione ai meeting online e il 46,1% con la posta elettronica. Anche per quanto riguarda lo smart working le opinioni dei lavoratori italiani sono divise: il 25,1% non vorrebbe farlo, il 32,9% è soddisfatto e vorrebbe proseguire, il 42% opterebbe per una soluzione ibrida.

Covid, per 6 pubblici esercizi su 10 ripresa solo nel 2023

Il 2021 non è stato l’anno della ripartenza per tutti: solo per il 16% dei pubblici esercizi, per i quali i fatturati però non sono mai cresciuti più del 10%. Per il 73% degli esercenti, a causa delle lunghe limitazioni e la conseguente contrazione dei consumi, il calo del volume di affari è stato verticale. Per loro il ritorno ai fatturati pre-Covid non arriverà prima del 2023.
Questo perché nel 2021 gli italiani hanno speso oltre 24 miliardi di euro in meno nei servizi di ristorazione rispetto al 2019 (-27,9%). A illustrare lo stato di salute del comparto ci ha pensato l’ufficio studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, nel suo tradizionale rapporto annuale realizzato in collaborazione con Bain&Company e Tradelab.

Scomparsi 194mila posti di lavoro

Insomma, le restrizioni imposte per il contenimento della pandemia stanno ancora facendo sentire i loro effetti. “La naturale conseguenza di questa dinamica, e del relativo clima di sfiducia che si è sviluppato attorno al settore, è stata la scomparsa di 194mila posti di lavoro rispetto al periodo pre-Covid”, segnala Fipe.
Per il secondo anno consecutivo si conferma poi la forte frenata della nascita di nuove imprese (‘solo’ 8.942 nel 2021), a fronte di un’impennata delle cessazioni di attività (23mila). E tra il 2020 e il 2021 le imprese che hanno chiuso i battenti sono oltre 45mila, riferisce Adnkronos.

Il 56,3% di bar e ristoranti non prevede il rialzo dei listini

Se per l’86% delle imprese il fatturato nel 2021 è ancora al di sotto dei livelli del 2019, dopo l’emergenza Covid l’impennata dei costi di materie prime ed energia sta paralizzando il settore. L’87% degli imprenditori ha registrato infatti un aumento della bolletta energetica fino al 50% e del 25% per i prodotti alimentari. Rimangono tuttavia contenuti gli aumenti dei prezzi ai consumatori: a febbraio 2022 lo scontrino medio è salito solo del 3,3% rispetto a un valore generale dei prezzi aumentato del 5,7%. Il 56,3% di bar e ristoranti non prevede di rivedere a breve il rialzo dei propri listini prezzi.

Imprese attente ai controlli del Green Pass

L’impennata dei costi di gestione incide però sulle previsioni di crescita, con il 62% delle imprese che ritiene verosimile un ritorno ai livelli pre-crisi solo nel 2023. Incertezza che si acuisce a causa della minore propensione degli italiani a spendere in bar e ristoranti dovuta, secondo il 43% degli imprenditori, principalmente agli effetti del carovita e al perdurare di un indice di fiducia negativo. Il Focus di Fipe-Confcommercio e Format Research sul Green Pass rivela poi come il 72% delle imprese abbia dovuto registrare qualche inconveniente, in particolare per la richiesta di esibizione del certificato. Ma è quasi irrilevante il numero di imprese sanzionate per non aver chiesto il certificato ai clienti: solo lo 0,8% è stata multata per l’omissione, a fronte di controlli estesi a oltre il 55% dei pubblici esercizi italiani.

L’email si conferma primo vettore di cyber-attacchi in Italia

Per il quinto anno consecutivo nel nostro Paese sono le mail malevole il vettore principale di violazione malware. Secondo il Rapporto annuale 2022 di Yoroi, agenzia di cybersecurity parte di TinextaCyber, è in questo modo che si diffondono i link di phishing, contenuti all’interno di comunicazioni fraudolente che mimano istituti, banche e aziende reali per convincere le persone a cliccare sugli allegati malevoli. Più in particolare, nel 2021 l’Italia ha dovuto affrontare una serie di minacce informatiche, di cui le principali sono rappresentate da sottrazioni di informazioni finanziare, estorsione doppia e attacchi alle catene di fornitura.  Ma le email possono anche essere vettore di spear phishing, una tecnica ancora più sofisticata che rischia di trarre in inganno anche gli utenti più esperti.

I trojan bancari sono i principali malware diffusi nel 2021

Secondo Yoroi i primi obiettivi dei cybercriminali sono i dati finanziari. E come evidenziato già nel 2020, gli analisti di Yoroi individuano nei trojan bancari i principali malware diffusi in Italia nel 2021.
I paesi da cui provengono il totale delle minacce sono gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, ma a seguito della guerra in corso in Ucraina è lecito aspettarsi un incremento importante degli attacchi provenienti dai gruppi appoggiati da Mosca.

Microsoft Office è il vettore di consegna più rilevante

“Per il quinto anno di fila, le mail malevole rappresentano una parte rilevante dei cyber-attacchi – spiegano gli esperti di Yoroi -. Esaminando la telemetria raccolta dall’infrastruttura di monitoraggio del nostro Cyber Security Defence Center, possiamo confermare che i documenti di Microsoft Office sono il vettore di consegna dei malware più rilevante”.
Per far fronte alle minacce nel prossimo futuro, secondo Yoroi, è necessario compiere significativi sforzi di miglioramento nella gestione delle ‘cyber-crisis’, diventando capaci di sviluppare politiche aziendali e tecnologiche di protezione e prevenzione, riporta Ansa.

Le strategie più utilizzate sono le campagne denominate malspam

Le strategie più utilizzate dagli attaccanti per sfruttare il vettore email sono le campagne di spam malevolo denominate malspam, configurate per colpire singoli individui e piccole organizzazioni, ad esempio, tramite mail di finte fatture con documenti Office malevoli. I documenti di Microsoft Office, oltre a essere il vettore di consegna di malware più rilevante, rappresentano anche il modo più comune per diffondere il primo stadio della catena di infezione del malware, si legge su lineaedp.it. Infatti, i documenti Microsoft Word (35%) e i fogli di calcolo Excel (33,2%) rappresentano il 68,2% di tutti gli allegati maligni intercettati dai servizi Yoroi di email Protection.
Una delle ultime tattiche adottate dai cyber criminali è quella di comprimere gli allegati all’interno di un file di archivio (zip, gzip o rar, 7zip) e crittografarli con una password menzionata all’interno del corpo della mail. Un metodo abbastanza semplice, ma molto efficace, e su cui gli avversari fanno sempre più riferimento.

Lombardia, il terziario chiude bene il 2021

Buone notizie per quanto riguarda il terziario in Lombardia: nel 2021, per i Servizi e il Commercio al dettaglio, è cresciuto sia il fatturato di servizi (+16,1%) sia del commercio al dettaglio (+10,5%), ma peggiorano le aspettative. A dirlo sono i dati a consuntivo dell’anno passato pubblicati da Unioncamere Lombardia.

Crescita del fatturato a due cifre

Il terziario in Lombardia nel IV° trimestre 2021 registra una crescita del fatturato a due cifre rispetto allo stesso periodo del 2020: +21% per i servizi e +15,2% per il commercio al dettaglio. Il 2021 chiude quindi in maniera positiva, archiviando una variazione media annua rispettivamente del +16,1% e del +10,5% che consente di tornare in entrambi i settori sui livelli del 2020. Il recupero è però anche frutto della accelerazione dei prezzi di vendita, con incrementi congiunturali che nel quarto trimestre hanno raggiunto il +1,5% nei servizi e il +3,2% nel commercio, visto che le imprese hanno scaricato parte dei maggiori costi sui listini per rendere sostenibile la compressione dei margini di reddito. Tensioni sul fronte dei costi, preoccupazioni per le conseguenze sulla domanda dell’aumento dell’inflazione e gli effetti negativi sui consumi delle misure restrittive anti-Covid generano incertezza sulla prosecuzione della crescita a inizio 2022, come testimonia il peggioramento delle aspettative degli imprenditori.

Servizi e commercio

Nei servizi le attività di alloggio e ristorazione registrano la crescita maggiore in media annua (+24,4%), ma il risultato risente dei livelli drammaticamente bassi del 2020: il divario rispetto ai valori pre-crisi è ancora consistente. Anche i servizi alla persona, nonostante la buona crescita (+12,9%) del 2021 non riescono a completare il recupero. Risulta invece positivo il confronto con i valori del 2019 per servizi alle imprese (+12,4% la media annua) e commercio all’ingrosso, dove la rilevante crescita del fatturato (+20,9%) è “gonfiata” dalle dinamiche particolarmente sostenute dei prezzi. Nel commercio al dettaglio l’incremento del fatturato nel 2021 è legato soprattutto ai negozi non alimentari (+16,9%) con spazi di recupero residui rispetto ai valori pre-crisi; negativo invece il risultato per i negozi specializzati alimentari (-1,1%), caratterizzati da piccole dimensioni. Prosegue la crescita per gli esercizi non specializzati (+3,5%), che comprendono minimarket, supermercati e discount, per i quali sembra avviata una tendenza positiva legata alle mutate abitudini di acquisto delle famiglie e allo spostamento di una quota di consumi alimentari entro le mura domestiche.