Internet of Things: in Italia nel 2024 raggiunge i 9,7 miliardi di euro

Il mercato italiano dell’Internet of Things continua a crescere, e nel 2024 raggiunge 9,7 miliardi di euro, +9% rispetto al 2023.
Oggi sono 155 milioni gli oggetti connessi attivi nel nostro Paese, 2,6 per ogni abitante.

Cresce anche l’interesse delle aziende verso nuovi progetti, con un’attenzione sempre maggiore all’integrazione tra IoT e Intelligenza artificiale. E aumentano le aspettative per il futuro, complici anche le evoluzioni normative nella gestione dei dati e gli obblighi previsti sul fronte della riduzione dei consumi energetici.
È necessario però accelerare la diffusione delle iniziative, come nel caso dei progetti legati al Piano Transizione 5.0.
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano.

La Smart Car domina il mercato

Tra i diversi ambiti dell’IoT, la fetta più grande del mercato è rappresentata dalla Smart Car, che si conferma al primo posto in termini di fatturato (1,66 miliardi di euro), con un tasso di crescita del 7%.
Al secondo posto, le applicazioni smart per le Utility (1,59 miliardi), in forte crescita del 15%, grazie alla spinta delle comunità energetiche rinnovabili. E poi lo Smart Building (1,37 miliardi, +6%), seguito da Smart Factory (1,04 miliardi, +15%) e Smart City (1,03 miliardi, +8%), che superano entrambe per la prima volta la soglia del miliardo di euro nel 2024.

Subito sotto, cresce il mercato delle soluzioni per la Smart Home (900 milioni di euro, +11%), trainato dal comparto della sicurezza, quello della Smart Logistics (825 milioni di euro, +7%) per la gestione di flotte aziendali e antifurti satellitari, e quello dello Smart Asset Management (360 milioni di euro, +9%).

Segno meno per Smart Agriculture

Le soluzioni di Smart Agriculture sono le uniche a far registrare un segno ‘meno’ nel 2024 (550 milioni di euro, -4%), a causa della riduzione degli incentivi.

In ogni caso, negli ultimi cinque anni, il comparto IoT in Italia si è consolidato in ambito consumer, industriale e pubblico. Oggi quasi 6 italiani su 10 (59%) possiedono almeno un oggetto smart in casa, rispetto al 42% di cinque anni fa. E l’80% delle grandi aziende manifatturiere ha almeno una soluzione di Industrial IoT, rispetto al 66% del 2019.
Inoltre, il 65% dei comuni italiani ha avviato almeno un progetto Smart City sul territorio, mentre 5 anni fa questa percentuale era pari al 42%.

IoT, “una realtà consolidata e sempre più pervasiva”

“L’Internet of Things rappresenta ormai una tecnologia radicata nel tessuto economico e sociale del Paese – afferma Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio IoT -. Negli ultimi anni, l’adozione delle tecnologie smart ha visto un’accelerazione costante, sostenuta da una crescente consapevolezza dei benefici legati all’automazione, all’ottimizzazione dei processi e all’integrazione tra dispositivi connessi. La Smart Home, l’Industrial IoT e le applicazioni IoT nella Pubblica Amministrazione sono solo alcune aree in cui questa rivoluzione sta avendo un impatto concreto, dimostrando che l’IoT non è più solo una prospettiva futura, ma una realtà consolidata e sempre più pervasiva”.

Viaggiare leggeri: gli italiani sono fan del bagaglio a mano

Organizzare un viaggio è sempre un momento emozionante, ma per molti la gestione dei bagagli può trasformarsi in una fonte di stress. Tra limiti di peso, dimensioni consentite e costi aggiuntivi, ogni compagnia aerea ha regole diverse in merito alle valigie e rispettarle può fare la differenza tra un viaggio sereno e un’esperienza frustrante.

Un recente sondaggio condotto da Parkos ha analizzato le abitudini degli italiani in relazione ai bagagli, evidenziando tendenze e preferenze.

Bagaglio extra? No, grazie!

Uno dei dati più rilevanti emersi dallo studio è che il 57% degli intervistati evita di acquistare un bagaglio extra. Il motivo è soprattutto economico: il 53% afferma di rinunciare per risparmiare, con una percentuale che sale al 64% tra i più giovani. Un altro 25% preferisce viaggiare solo con il bagaglio a mano per evitare il check-in e l’attesa al ritiro bagagli, mentre il 7% lo fa per ridurre il tempo in aeroporto.

Quando invece si opta per un bagaglio registrato, il 39% sceglie quello da stiva, con una preferenza più marcata tra gli uomini (42%) e tra gli over 55 (42%). Al contrario, i giovani prediligono il bagaglio a mano (36%), dimostrando una maggiore attenzione a praticità e risparmio rispetto alle generazioni più mature.

Informati sulle regole

Il sondaggio ha rivelato che gli italiani sono piuttosto informati sulle politiche delle compagnie aeree: l’86% degli intervistati dichiara di conoscerle bene o abbastanza bene, con una percentuale ancora più alta tra le donne (89%). Inoltre, il 45% controlla sempre le linee guida sui bagagli prima di prenotare un volo.

Quasi la metà degli intervistati (47%) ritiene invece che le regole sui bagagli siano confuse, con una percentuale che sale al 60% considerando anche chi le trova molto complicate. Gli uomini (62%) sembrano avere più difficoltà delle donne nel comprenderle, mentre le generazioni più giovani appaiono più a loro agio con le normative rispetto agli over 55.

Le politiche sui bagagli influenzano la scelta della compagnia aerea?

Per il 30% degli italiani, la politica sui bagagli è un fattore determinante nella scelta della compagnia aerea, con una percentuale più alta tra le donne (42%) e tra i giovani tra i 18 e i 34 anni (43%). Al contrario, il 38% degli over 65 non considera questo aspetto rilevante.

Rispetto ad altri paesi europei, gli italiani risultano più attenti alle politiche sui bagagli (86%) rispetto a olandesi (82%) e tedeschi (69%). L’Italia si distingue anche per l’alta percentuale di viaggiatori che evitano di acquistare bagagli extra per motivi economici (53%), una percentuale simile alla Francia (55%).

Bilanciare costi e comodità 

L’approccio degli italiani alla gestione dei bagagli riflette un equilibrio tra attenzione ai costi e necessità di comodità. I giovani preferiscono il bagaglio a mano per ridurre i costi, mentre le persone più adulte optano più spesso per la stiva. Le donne risultano più informate e organizzate rispetto agli uomini.

Nonostante le difficoltà nel comprendere alcune regole, la maggior parte degli italiani si dimostra attenta e preparata nel gestire i propri bagagli in viaggio.

Cyberattacchi: sono gli account “validi” uno dei vettori principali

Nel 2024 l’uso di account validi per i cyberattacchi è aumentato significativamente, rappresentando il 31,4% dei casi totali. E il 39,2% degli attacchi ha colpito applicazioni rivolte al pubblico.
Si tratta di un trend preoccupante, che persiste da anni ed evidenzia ancora una volta che le applicazioni rivolte al pubblico restano il principale vettore degli attacchi informatici.

Emerge dall’ultimo Incident Response Report di Kaspersky, lo studio che fornisce approfondimenti sui cyberattacchi analizzati dal team Kaspersky nel corso del 2024, basandosi sui dati delle aziende che hanno richiesto assistenza per risolvere problemi di sicurezza e sui trend delle minacce in vari settori e regioni.
Il report aiuta le aziende a rafforzare le proprie misure di sicurezza e a sviluppare strategie efficaci per la risposta agli incidenti.

Gli Initial Access Broker (IAB) sfruttano le credenziali vendute nel darknet

Anche nel 2024 gli account validi si sono confermati il secondo vettore di attacco più comune, rappresentando il 31,4% degli incidenti, e mostrando un aumento significativo rispetto al 2023.

Questo aumento riflette il crescente numero di aziende prese di mira dagli Initial Access Broker (IAB), che sfruttano le credenziali vendute nel darknet per facilitare gli attacchi successivi.
Tale tendenza è particolarmente preoccupante nel contesto del Ransomware-as-a-Service (RaaS), dove gli IAB svolgono un ruolo cruciale nel semplificare le operazioni dei cybercriminali.

Anche le relazioni di fiducia sono vettori di attacco

Inoltre, Kaspersky ha scoperto che molte delle vittime erano già state prese di mira in precedenza dai cybercriminali a causa di una diffusione di credenziali non rilevata tempestivamente.
Non è tutto. Le relazioni di fiducia rappresentano il 12,8% dei vettori di attacco, registrando anch’esse un aumento significativo rispetto al 2023, mentre il phishing resta una minaccia rilevante, utilizzata in quasi un attacco su dieci (9,8%).

“Le minacce informatiche si evolvono continuamente e i cybercriminali adattano le loro tattiche per sfruttare le vulnerabilità nelle difese aziendali – commenta Konstantin Sapronov, Head of Global Emergency Response Team di Kaspersky -. Questo evidenzia l’importanza per le aziende non solo di rafforzare le proprie misure di sicurezza, ma anche di sviluppare una cultura proattiva e adattiva per la risposta agli incidenti, capace di anticipare i nuovi rischi”.

La parola d’ordine più efficace è sempre prevenzione

Per proteggere le aziende da possibili minacce, gli esperti consigliano di utilizzare password solide e abilitare l’autenticazione a più fattori, eliminare le porte di gestione dagli accessi pubblici, e stabilire una policy di zero-tolerance per la gestione delle patch o le misure di compensazione per le applicazioni rivolte al pubblico.

Inoltre, il consiglio alle aziende è quello di assicurarsi che i dipendenti mantengano un elevato livello di sicurezza. E di utilizzare soluzioni per identificare e bloccare gli attacchi nelle fasi iniziali, prima che i cybercriminali possano raggiungere i loro obiettivi finali.

Evasori fiscali: in Italia solo 1 su 8 è una partita IVA

I dati ufficiali forniti dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione confermano quanto sostenuto dalla CGIA di Mestre: i lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori, come spesso vengono descritti dall’opinione pubblica.
È indubbio che in questa categoria vi sia anche chi non adempie ai propri obblighi fiscali, tuttavia, secondo le statistiche ufficiali dell’Agenzia delle Entrate, solo un debitore col fisco su otto ‘è’ una partita IVA. 

I contribuenti italiani con debiti fiscali non ancora riscossi dalle nostre Agenzie fiscali ammontano a circa 22,8 milioni, di cui 3,6 milioni sono rappresentati da persone giuridiche, come società di capitali, enti commerciali, cooperative, e i restanti 19,2 milioni da persone fisiche.

Mancano 1.274 miliardi, ma solo 100 sono incassabili

Tra queste persone fisiche, 16,3 milioni sono lavoratori dipendenti, pensionati e percettori di altre forme di reddito (da beni mobili, immobili…), mentre i rimanenti 2,9 milioni, corrispondenti al 12,7% del totale, svolgono un’attività economica, come artigiani, commercianti o liberi professionisti.

Tra il 2000 e il 2024, tasse, contributi, imposte, bollette, multe non riscosse dal fisco italiano o altri enti sono pari a 1.274,5 miliardi di euro.
Al netto delle persone nel frattempo decedute, imprese cessate, nullatenenti e contribuenti già sottoposti ad azione cautelare/esecutiva, l’importo potenzialmente aggredibile si riduce a poco più di 100 miliardi di euro (7,9% del totale).

Il 58% dei mancati incassi concentrato al Centro-Sud

Va altresì segnalato che il cosiddetto magazzino residuo è composto da 175 milioni di cartelle, per un numero complessivo di 291 milioni di crediti.
Gli avvisi di addebito e accertamento esecutivo sono mediamente di importo molto contenuto: il 76% dei singoli crediti, infatti, sono di importo inferiore a 1.000 euro, pari a 59 miliardi di euro complessivi. 

Sebbene al Nord sia concentrata la stragrande maggioranza della ricchezza prodotta nel Paese nonché la parte più dinamica delle attività economiche e produttive, dei 1.274 miliardi di euro di tasse non riscosse negli ultimi 25 anni, il 58% (739,3 miliardi di euro) è riconducibile alle regioni del Centro-Sud.
Il rimanente 42%, è in capo alle regioni del Nord, che ‘cubano’ 535.1 miliardi  di euro non versati.

C’è evasione ed evasione

I risultati ottenuti nella lotta contro l’evasione fiscale indicano l’opportunità di intensificare gli sforzi verso la semplificazione del sistema tributario, e il conseguente miglioramento della relazione tra fisco e contribuente.

Inoltre, è fondamentale sfruttare in modo più efficiente i dati detenuti dall’Amministrazione fiscale, al fine di ottimizzare il controllo su fenomeni che presentano elevati livelli di rischio.
Tra questi, le frodi IVA, l’uso improprio di crediti inesistenti o aiuti economici non dovuti, fittizia dichiarazione di residenza fiscale all’estero, occultamento di patrimoni al di fuori dei confini nazionali.
Modalità di evasione che a differenza di quelli imputabili ad artigiani e piccoli commercianti, sono ascrivibili quasi esclusivamente a grandi contribuenti. 

Sharing mobility: la flotta torna a crescere, Milano capitale con oltre 3.365 veicoli

Lo confermano i dati forniti dall’Osservatorio Nazionale della Sharing Mobility: in Italia la flotta del Car Sharing è tornata a livelli pre-pandemia, attestandosi intorno a 8.000 veicoli, di cui solo il 30% alimentato a benzina.Oggi il Car Sharing si articola in due principali modelli, Free-Floating e Station-Based.

Il primo, che consente di prelevare e rilasciare l’auto in qualsiasi punto della città, negli ultimi cinque anni ha subito una serie di riconfigurazioni, il secondo è caratterizzato da una notevole stabilità in termini di domanda e offerta.

Milano si conferma la capitale del Car Sharing, con oltre 3.365 veicoli e oltre 3,2 milioni di noleggi annui, seguita da Roma (1.933, circa 1,4 milioni), e Torino, che registra il tasso di rotazione più alto, con 3,57 noleggi giornalieri per veicolo. 

Free-Floating: noleggi stabili a circa 6 milioni

Fino al 2019, il mercato del Free-Floating era dominato da quattro grandi operatori, nel 2020 due aziende (Sharenow ed Enjoy) detenevano il 90% della flotta e a partire dal 2021 il 25% del mercato pertiene a player minori. In questo segmento il numero di noleggi è stabile a circa 6 milioni.

Gli utenti continuano a preferire la flessibilità di questo modello di Car Sharing. Nel 2023 le percorrenze hanno toccato 78 milioni di km, e per il 2024 potrebbero superare 90 milioni di km. Un aumento che evidenzia come gli utenti effettuino noleggi di durata più lunga..

Station-Based, il complemento ideale al trasporto pubblico

Attualmente, il Free Floating è attivo nelle principali città italiane, ma con differenze significative nella distribuzione della flotta. Inoltre, il numero di città metropolitane con almeno un servizio di Car Sharing dal 2019 è stabile, segno di un rallentamento nell’espansione territoriale.

Con una flotta di circa 1.200 veicoli e circa 300.000 noleggi annuali, il servizio si rivolge a utenti che apprezzano la certezza offerta da punti fissi di prelievo e riconsegna.
La presenza di stazioni fisse garantisce un elevato livello di affidabilità e organizzazione. Gli utenti, consapevoli della presenza di punti ben definiti per ritiro e riconsegna dei veicoli, possono pianificare con maggiore certezza gli spostamenti quotidiani.
Questa caratteristica rende il servizio Station-Based un complemento ideale alla rete di trasporto pubblico, soprattutto in contesti urbani densamente popolati.

L’evoluzione normativa favorirà innovazione e sostenibilità

Nel futuro, la sfida per gli operatori Station-Based sarà migliorare ulteriormente l’esperienza d’uso attraverso l’integrazione di soluzioni digitali avanzate.

Innovazioni nella gestione della flotta e nelle interfacce utente potrebbero contribuire a ottimizzare l’efficienza operativa, e garantire un servizio sempre più in linea con le esigenze della mobilità urbana moderna.
Inoltre, le amministrazioni locali stanno progressivamente rivedendo la regolamentazione del Car Sharing, eliminando o riducendo canoni, e imponendo requisiti tecnici più stringenti per garantire redditività e sicurezza.
Questa evoluzione normativa favorirà un sistema equilibrato, promuovendo l’innovazione, la sostenibilità ambientale, e l’integrazione del servizio nella mobilità urbana.

Aziende Controvento: il 7,1% della manifattura italiana genera 111 miliardi di ricavi

Nel 2023 i ricavi medi complessivi delle aziende italiane capaci di navigare ‘Controvento’ valgono 111 miliardi di euro, il 10,4% del totale della manifattura, e generano un EBITDA di 27,2 miliardi.
Le 5.814 imprese Controvento sono il 7,1% delle aziende manifatturiere italiane. Sono aziende con performance altamente sopra la media che si distinguono per alcuni parametri particolarmente indicativi: crescita dei ricavi, marginalità e creazione di valore aggiunto.

A livello geografico, le imprese Controvento si concentrano principalmente nel Nord-Est e nel Sud Italia, a indicare una graduale riduzione del divario competitivo tra queste due aree. La costante crescita delle aziende del Sud, in particolare, della Campania, non è un fatto episodico, ma una tendenza ormai consolidata.
Emerge dalla 6° edizione dell’Osservatorio ‘Controvento: le aziende che guidano il Paese’, curato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS. 

I numeri dell’eccellenza

Complessivamente queste imprese generano il 10,4% dei ricavi, il 23,9% dell’EBITDA e il 16,5% del valore aggiunto complessivo della manifattura italiana.
Negli ultimi 6 anni il numero di imprese che possono vantare almeno una partecipazione al cluster Controvento è cresciuto in modo costante. Nelle diverse edizioni dello studio, il tasso di ricambio delle aziende che partecipano a Controvento rimane stabile e si attesta al 50%.

Il gruppo di imprese Controvento si distingue anche per una composizione variegata, che comprende non solo grandi aziende, ma anche realtà con dimensioni più contenute. Anzi, le piccole e medie imprese registrano una crescita particolarmente significativa e superano quella delle grandi aziende.

Debuttanti, Veterane e Super-Veterane

A conferma del fatto che ogni anno si registra un ricambio importante tra le ‘new entry’, nell’ultima rilevazione le imprese che formano il gruppo Controvento sono costituite per il 46% dei casi da Debuttanti.
Le Veterane, presenti in Controvento per due o tre edizioni, sono il 44% del campione e costituiscono uno zoccolo duro di imprese che trainano la manifattura italiana.

A queste si affianca un ulteriore 9% di Super-Veterane (presenti in 4 o 5 delle sei edizioni), mentre sono solo 47 le imprese Star.
Queste ultime, pur rappresentando solo l’1% delle imprese, riescono a generare l’8% dei ricavi e il 10% del valore aggiunto.

Nuovi settori emergenti

Dall’indagine emerge come le imprese Super-Veterane e Star si contraddistinguono per marginalità e ricavi medi nettamente più elevati rispetto alle imprese Debuttanti, nonché per una struttura organizzativa più solida e articolata.
Entrando nel dettaglio settoriale, comparti manifatturieri come automotive, farmaceutica, packaging, cosmetica e minerali non metalliferi, soprattutto l’industria del vetro, da sempre si caratterizzano per una spiccata presenza all’interno del gruppo Controvento.

Ma in questa rilevazione emergono anche nuovi settori che si stanno affermando in maniera evidente. È il caso, ad esempio, del comparto della nautica, di quello dei computer, l’elettronica e i componenti biomedicali.

Prestiti: cresce l’importo medio (+9,1%), ma cala la domanda (-1,1%)

Nei primi 9 mesi del 2024 l’importo medio dei prestiti richiesti dalle famiglie cresce del 9,1%, attestandosi a 9.260 euro. Secondo l’ultima analisi del Barometro CRIF su fonte EURISC, nei primi 9 mesi dell’anno le richieste registrano però una contrazione del -1,1%. Nel singolo mese di settembre la domanda rimane pressoché stabile al -0,7%.

“Il comparto dei prestiti sta registrando una crescita moderata e talvolta faticosa. Tuttavia, l’innovazione tecnologica e l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale restano un volano imprescindibile per un cambio di passo in un mercato in rapida trasformazione”, spiega Simone Capecchi, Executive Director di CRIF.

Dinamica speculare per i prestiti finalizzati: -10,3%

Entrando nel dettaglio delle diverse forme tecniche al III trimestre 2024, sostengono il comparto i prestiti personali (+10,3%), mentre l’importo medio si mantiene stabile (+1,0%, valore di 11.838 euro).

Dinamica speculare per i prestiti finalizzati, che si contraggono del 10,3%, mentre l’importo medio cresce a doppia cifra (+14,0%, valore di 6.718 euro).
Considerando il solo mese di settembre, si registra la stessa dinamica divergente, ovvero, segno negativo per i prestiti finalizzati, con un -12,3%, mentre i prestiti personali continuano a essere la forma tecnica maggiormente richiesta dalle famiglie, con un +13,8% di domande.

Richieste: circa la metà inferiore a 5.000 euro

L’analisi della distribuzione delle richieste di finanziamento per fascia di importo conferma che nei primi nove mesi del 2024 quasi una richiesta su due si concentra nella classe inferiore a 5.000 euro (48,8%).
Si registra la stessa prudenza anche per le diverse tipologie di finanziamento: il 65,4% delle richieste di prestiti finalizzati presenta importi inferiori a 5.000 euro e la stessa classe d’importo risulta la preferita anche per i prestiti personali (32,0%).

Quanto alla distribuzione per durata, quasi una domanda su tre richiede piani di rimborso superiori a 5 anni, con una quota pari al 30,0% del totale. Perdura, da parte delle famiglie, un comportamento di cautela, al fine di non appesantire troppo il bilancio mensile con uscite fisse.

Distribuzione: oltre il 23% nella fascia 45-54 anni

Tra le diverse forme tecniche, i prestiti finalizzati prediligono un arco temporale di 2 e 3 anni (28,5%), mentre i prestiti personali si sono indirizzati su piani di rimborso superiori a 5 anni (49,7%).

Osservando la distribuzione delle istruttorie di credito in relazione all’età del richiedente, il Barometro CRIF evidenzia come sia stata la fascia 45-54 anni a risultare maggioritaria, con il 23,3% del totale, seguita da quella 35-44 anni (20,4%).
Stessa dinamica per le diverse tipologie di finanziamento, poiché anche in questo caso la fascia di età più propensa a richiedere finanziamenti rimane quella 45-54 anni: il 23,6% per i prestiti personali e il 23,1% per i prestiti finalizzati.

Gli acquisti online degli italiani nel 2024 valgono 58,8 miliardi di euro

Nel 2024, la penetrazione dell’eCommerce sul totale del Retail (sia online che offline) in Italia raggiunge il 13%, rispetto al 12,5% del 2023. I settori che mostrano una crescita più significativa sono l’Arredamento e Home Living e il Beauty&Pharma, entrambi con un incremento del 12%, seguiti dal Food&Grocery (+7%).

Anche l’informatica e l’elettronica di consumo (+5%), l’abbigliamento (+5%) e il settore Auto e Ricambi (+4%) mostrano una crescita stabile. Per quanto riguarda i servizi, il comparto Turismo e Trasporti è in testa con un aumento dell’8%, mentre il settore Assicurazioni registra una crescita del 5%. Più modesta è la performance dell’Editoria, che resta pressoché invariata (+1%).

L’impatto economico dell’eCommerce

Gli acquisti online in Italia nel 2024 ammontano a 58,8 miliardi di euro, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. I servizi contribuiscono significativamente a questa crescita, con il settore Turismo e Trasporti e il ticketing per eventi che raggiungono un valore complessivo di 20,6 miliardi di euro (+8%). Anche il comparto prodotti registra un aumento, seppur meno sostenuto rispetto agli anni precedenti, con 38,2 miliardi di euro (+5%).

Alessandro Perego, Responsabile Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, sottolinea l’importanza dell’innovazione tecnologica, come l’Intelligenza Artificiale (AI) e la realtà estesa, per lo sviluppo dell’eCommerce e per nuove modalità di interazione con i consumatori.

La crescita europea e l’evoluzione delle strategie di mercato

A livello europeo, il commercio digitale B2C nel 2024 cresce del 3%, con un fatturato di 887 miliardi di euro. Le previsioni indicano una crescita ulteriore dell’8%, confermando l’importanza crescente dell’eCommerce per l’economia italiana ed europea. Nel nostro Paese, oltre 88.000 aziende hanno aperto canali di vendita online, migliorando la loro competitività anche a livello internazionale grazie al commercio transfrontaliero e all’introduzione di tecnologie avanzate.

Innovazione e consumo consapevole

L’innovazione tecnologica gioca un ruolo cruciale nello sviluppo dell’eCommerce. L’intelligenza artificiale può ottimizzare diversi aspetti del processo di acquisto, dalla gestione delle campagne di marketing alla logistica, migliorando l’efficienza e personalizzando l’esperienza dell’utente. Un’altra tecnologia emergente è la realtà estesa, che consente di creare esperienze di shopping virtuale, come i “Virtual Try-On”.

Parallelamente, cresce l’interesse per modelli di consumo più sostenibili, come l’acquisto di prodotti second-hand, specialmente nell’Abbigliamento e nell’Arredamento, con i brand che si adattano a queste nuove tendenze.

Shopping Non Food: le 4 generazioni a confronto

L’edizione 2024 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, condotto da Metrica Ricerche, indaga il comportamento e il processo di acquisto degli italiani in otto categorie di prodotti a seconda della generazione di appartenenza: Baby Boomer (nati tra 1946-1964), Generazione X (1965-1980), Millennial (1981-1996) e Generazione Z (dopo il 1997).

E il racconto del consumer journey che emerge è sfaccettato, e va oltre gli stereotipi dell’ageismo: giovanissimi che cercano soluzioni tecnologiche più semplici per lo shopping e senior che cercano informazioni sui prodotti online e poi preferiscono comprarli nei negozi fisici, meglio se sostenibili.

Il negozio fisico rimane un importante punto di riferimento

In fase di pre-acquisto il 71,8% della GenZ e il 72,9% dei Millennial si informa online prima di fare shopping, mentre la percentuale scende per Generazione X (51,7%) e Boomer (54,1%), che rivelano la tendenza a comprare d’impulso.

La GenZ, poi, è quella che più altre si affida al consiglio di amici (37,2%) o recensioni online (32,1%), mentre i Millennial entrano in più punti vendita per visionare il prodotto a cui sono interessati (37,7%) o quello individuato online (48,3%). Ma a mettere più piede in negozio sono i Boomer, la generazione con la maggior incidenza di frequentatori di punti vendita fisici (62,2%).
E in fase di acquisto, se i Boomer dichiarano di preferire acquistare in negozio poiché permette di vedere direttamente il prodotto d’interesse, la GenZ è quella che fa shopping online più frequentemente, rivolgendosi a siti specializzati o direttamente dall’azienda produttrice.

Dove comprare? Sul web o al centro commerciale? 

Per le generazioni più giovani, la possibilità offerta dai centri commerciali di poter scegliere tra diversi negozi, insegne e tipologie, risulta particolarmente rilevante, mentre a conquistare soprattutto i Boomer è l’ampiezza dell’assortimento. Questi ultimi sono anche gli shopper che apprezzano maggiormente i negozi situati nei centro città.
Quanto agli acquisti online, la possibilità di trovare offerte e prezzi scontati li rende interessanti agli shopper di ogni età.

Di suo, la Generazione X apprezza l’ampiezza dell’assortimento disponibile online e il risparmio di tempo rispetto agli acquisti nei negozi fisici. Invece la GenZ è più sensibile alla comodità di poter acquistare collegandosi da qualsiasi luogo.

Dopo il pagamento si fa la recensione online

Il ciclo di vita di un acquisto non termina più alla cassa, ma continua con la condivisione dei commenti sull’esperienza, caratteristiche e performance del prodotto.

A spesa fatta, la ricerca online di commenti di altri acquirenti risulta comune a tutte le generazioni (circa 2 consumatori su 3), ma sono soprattutto le due generazioni più giovani ad aver intensificato questo comportamento nel post pandemia.
Anche nella scrittura di recensioni i comportamenti variano nelle differenti fasce di età. Generazione X e Boomer dichiarano di scrivere recensioni sia positive sia negative, i Millennial tendono di più a lasciare recensioni positive per consigliare i prodotti, mentre la Generazione Z è in media più propensa a scrivere recensioni negative per aiutare altri a evitare gli stessi errori.

Perché mamma e papà hanno paura del web?

Hearts & Science dà voce alle preoccupazioni dei genitori italiani. Attraverso la ricerca ‘Riprendiamoci l’Internet!’, presentata nell’ambito del progetto Villa Futura, l’agenzia di comunicazione di Omnicom Media Group fa emergere numeri che parlano chiaro. L’82% delle mamme e dei papà italiani si dichiara preoccupato per la sicurezza online dei figli, con picchi tra i genitori dei bambini più piccoli.

L’era della digitalizzazione porta innumerevoli vantaggi, ma anche nuove sfide e apprensioni, soprattutto quando si tratta dell’attività online dei bambini.
La realtà emersa dalle risposte di genitori tra 18 e 55 anni, con figli da 6 a 17 anni, non può più essere ignorata. La sicurezza online dei più giovani è un timore crescente e diffuso.

Cosa preoccupa di più? Contenuti violenti o inappropriati, fake news, sfide online

Così, il 9% dei genitori preferisce evitare del tutto l’uso di internet ai propri figli, soprattutto quelli tra 6 e 9 anni. Ma la vera spina nel fianco è la dipendenza dagli smartphone. Il 60% degli intervistati ritiene che si ragazzi siano troppo attaccati ai dispositivi digitali. Inoltre, i genitori hanno paura dei contenuti violenti o inappropriati, delle fake news e delle pericolose ‘sfide online’.

Un sentimento di insicurezza che pervade anche gli adulti, con il 65% dei genitori che non si sente a proprio agio mentre naviga. Molti genitori hanno già vissuto in prima persona situazioni spiacevoli o pericolose online, come furti di identità, cyberbullismo o truffe.

Quando il digitale diventa patologico

L’esperienza negativa non risparmia neanche chi si considera un esperto digitale. Anzi, tra gli ‘esperti’ la percentuale di episodi di frodi online è più alta. 
Tuttavia, solo il 29% dei genitori ha preso misure di protezione adeguate, e legate unicamente all’aspetto ‘tecnico’, come l’uso di antivirus o la creazione di password sicure.

Ma non è solo la sicurezza online a preoccupare: le patologie legate al digitale sono un altro fenomeno che sta emergendo con forza.
Un genitore su 3 ha già affrontato casi di dipendenza digitale o comportamenti come il phubbing (ignorare le persone reali in favore dello smartphone), la cyberchondria (cercare sintomi di malattie online in modo ossessivo) e il doomscrolling (scorrere compulsivamente notizie negative).

Sensibilizzare i giovanissimi è anche compito della scuola

Quasi la metà dei genitori italiani crede che le scuole debbano assumere un ruolo attivo nell’educazione digitale dei ragazzi, insegnando loro come navigare in rete in modo sicuro e consapevole.
La richiesta non riguarda solo le conoscenze tecniche, riferisce AGI, ma anche la sensibilizzazione verso fenomeni come cyberbullismo, privacy e protezione dai contenuti dannosi.

In definitiva, ciò che emerge è una richiesta di maggiore consapevolezza, protezione e supporto per affrontare i rischi legati al web, evidenziando l’urgenza di educare i più giovani a un uso più sicuro e responsabile della rete.