PIL e occupazione nel 2024: le performance migliori arrivano dal Sud Italia

Buone notizie sul fronte dell’economia e dell’occupazione, con addirittura qualche sorpresa. I dati preliminari dell’Istat parlano di una crescita moderata, ma che riguarda fortunatamente tutto lo Stivale. Ma la vera novità è che le migliori performance arrivano dal Sud.

Nel 2024, l’economia italiana ha mostrato segnali di crescita distribuiti in modo abbastanza uniforme tra le diverse aree del Paese. Lo evidenzia la stima preliminare diffusa dall’Istat, secondo cui il Prodotto interno lordo è salito dello 0,7% su scala nazionale. Il Nord-est è l’unica macroarea con una crescita significativamente inferiore alla media (+0,2%), mentre Nord-ovest, Centro e Mezzogiorno hanno registrato aumenti simili, pari allo 0,9%.
Sul fronte occupazionale, l’Italia ha visto un incremento complessivo dell’1,6% del numero di occupati. La dinamica più positiva si è verificata nel Mezzogiorno (+2,2%), seguito dal Centro (+1,8%), dal Nord-ovest (+1,6%) e infine dal Nord-est (+0,9%).

Costruzioni e servizi trainano il Mezzogiorno

Nel Mezzogiorno, il settore più vivace è stato quello delle costruzioni, con un aumento del valore aggiunto del 4,1%, ben oltre la media nazionale. Anche i servizi finanziari e professionali (+2%) e i trasporti e comunicazioni (+0,6%) hanno mostrato risultati sopra la media. Più contenuti i risultati dell’agricoltura (+0,4%), mentre l’industria ha registrato un calo (-0,6%).

Nord-ovest: bene servizi, male industria

Nel Nord-ovest i comparti trainanti sono stati i servizi finanziari (+3,2%) e il commercio e trasporti (+1%). Tuttavia, si segnalano flessioni rilevanti nell’industria (-0,6%), nei servizi generici (-2,2%), e anche nel settore delle costruzioni (-1,4%) e dell’agricoltura (-0,7%).

Il Centro “vince” per agricoltura e industria

Il Centro Italia si distingue per la miglior performance in agricoltura a livello nazionale (+5,2%) e per l’unico dato positivo nell’industria (+1,2%). Anche le costruzioni (+1,4%) e gli altri servizi (+0,1%) hanno contribuito a un bilancio complessivamente positivo.

Il Nord-est mostra segni di rallentamento

Nel Nord-est, la crescita è stata debole. L’agricoltura si conferma il settore più vivace (+4,5%), seguita da costruzioni e servizi finanziari (entrambi +1,4%). In calo, invece, commercio e trasporti (-1,9%).

Occupazione: boom nel settore edile

A livello nazionale, il comparto delle costruzioni ha registrato l’incremento occupazionale più forte, in particolare nel Mezzogiorno (+6,9%) e nel Centro (+4,2%). Segue il settore del commercio e trasporti, con picchi nel Nord-ovest (+3%) e nel Sud (+2,9%).

Lavoro tramite Agenzia: due canditati su 5 lo trovano entro un mese

In due casi su cinque i candidati delle Agenzie per il lavoro ottengono un lavoro entro un mese. Rispetto ai dipendenti a tempo indeterminato direttamente assunti dall’azienda, i lavoratori tramite Agenzia si dichiarano in generale più soddisfatti del proprio lavoro e della relazione con l’impresa. Ne apprezzano il livello salariale e il sistema di welfare integrativo, ma soffrono la percezione di minori prospettive di carriera.

Secondo la ricerca condotta da Ipsos per Assolavoro, l’Associazione Nazionale delle Agenzie per il Lavoro, sempre più spesso chi si rivolge alle Agenzie è in cerca di migliori opportunità. E oggi l’accesso al lavoro tramite Agenzia avviene più velocemente che in passato. Entro quattro mesi dal primo contatto con un’Agenzia i candidati trovano un’occupazione. Erano sei mesi nel 2022.

L’identikit di chi sceglie l’Agenzia

Le persone impiegate tramite Agenzie per il Lavoro sono circa 500mila, un terzo ha un contratto a tempo indeterminato (+4,9% vs 2023). Oltre la metà ha meno di 34 anni, crescono le donne (41,4% nel 2024) e le persone con professionalità medio-alte sono la maggioranza (53,3%).
Segno “più” anche per gli over 50 assunti: sono il 16,5% sul totale dei lavoratori tramite Agenzia nell’ultimo anno.

In generale, aumenta tra la popolazione la conoscenza delle Agenzie per il Lavoro (dal 73% del 2002 al 79%), mentre permangono margini di miglioramento sulla conoscibilità della formazione offerta gratuitamente dalle Agenzie e sul welfare.

I contratti in somministrazione

Solo il 44% dei somministrati e il 22% dei candidati conoscono la formazione di settore, e solamente il 41% dei somministrati e il 15% dei candidati, il welfare.
I contratti in somministrazione vengono considerati una forma di lavoro moderna (33%) e assimilabile al lavoro dipendente (35%). Per legge i lavoratori tramite Agenzia hanno stessi diritti, stesse tutele e stessa retribuzione dei colleghi direttamente assunti dall’azienda.

L’81% dei candidati consiglia di rivolgersi a una Agenzia. Questo perché le Agenzie favoriscono le prime esperienze di lavoro per i giovani, aiutano chi ha perso un’occupazione a trovarne una nuova e forniscono supporto alle aziende nel rispondere alla domanda di lavoratori con competenze specializzate.

Alla ricerca di migliori opportunità

Se più di un lavoratore su due in somministrazione è un under35, le Agenzie non sono solo una porta d’accesso al mercato del lavoro per chi ha ancora poca esperienza, ma nel 34% dei casi sono un valido canale per reinserirsi nel mondo del lavoro. E nel 38% una via per la ricerca di migliori opportunità.

In questo contesto, le caratteristiche più ricercate in un buon datore di lavoro sono stipendio adeguato (71%) e stabilità e sicurezza (57%). Seguono avere un contratto che tuteli nei momenti di difficoltà (27%), lavoro in smart working (24%) e avanzamenti di carriera (23%).
Nel caso dei candidati risulta importante l’attenzione alla formazione dei dipendenti in tre casi su dieci.

Le fake news ingannano gli italiani: l’83% ci è cascato almeno una volta

Di fronte a una notizia che smentisce le proprie convinzioni, la maggioranza degli italiani tende ad approfondire e verificare con altre fonti. Tuttavia, se la notizia viene da un giornalista solo il 7,1% pensa che sia falsa, mentre la percentuale sale al 24,5% se la fonte è un influencer. E se considerano importante l’informazione (68,4%) dedicano meno di mezz’ora al giorno a scoprire cosa succede in Italia e nel mondo (63,5%).

Secondo i dati di una ricerca promossa dall’Istituto nazionale per la comunicazione (Inc), dal titolo ‘Senza filtri: l’informazione nell’epoca della disintermediazione tra opportunità e caos’, e condotta da AstraRicerche 8 italiani su 10 ammettono di avere difficoltà a capire se una notizia è vera o falsa.
E se l’83,8% confessa di avere creduto a notizie false il 42% le ha condivise sui social.

Di chi è la colpa della diffusione di false notizie?

Sull’influenza e il controllo dell’informazione la percezione è che i poteri economici (60,9%) e politici italiani (60,5%) siano i principali responsabili della diffusione di notizie ‘di parte’ o fake news, seguiti dagli interessi delle piattaforme social (55,9%) e dai poteri politici esteri (55,8%).

E la preoccupazione per le fake news è piuttosto diffusa. Alla maggioranza degli intervistati capita di leggere una notizia e pensare che possa essere falsa (59,5% a volte, 24,2% spesso). La difficoltà nel capire se una notizia è falsa è percepita come media: solo 4 su 10 ritengono che sia molto o abbastanza difficile. 

Le regole deontologiche non vanno applicate solo ai giornalisti

Il 62,3% degli intervistati ritiene che le regole deontologiche dei giornalisti dovrebbero essere applicate a chiunque comunichi sui mezzi di informazione. Tuttavia, per il 50,1% anche molti giornalisti non rispettano tali regole. Anche il controllo delle fake news da parte delle piattaforme è un tema caldo.

Il 65,0% pensa che il gruppo di persone che controlla le notizie dovrebbe essere scelto senza preconcetti, e il 60,8% vede un rischio nel controllo basato solo sugli utenti. Interessante è la percezione di chi determina il flusso delle informazioni online, giornalisti e media tradizionali (45,1%), ancora visti come i principali attori, seguiti dalle piattaforme con i loro algoritmi (43,8%).

Profilazione e algoritmi, è più il rischio che l’aiuto 

La maggior parte degli utenti (70,0%), riporta Adnkronos, è consapevole che siti e portali online mostrino notizie personalizzate in base alle loro abitudini. Questo è percepito più come un rischio che un aiuto nel trovare le notizie rilevanti.

Ma anche l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella sintesi delle notizie è considerata più come un rischio che come un aiuto.
Prevalgono infatti i timori di informazioni non corrette (58,4%) e di una minore sollecitazione alla verifica delle fonti (57,0%) rispetto all’aiuto dato agli utenti (37,9%).

Agricoltura: le aziende adottano almeno una pratica circolare

Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano, il  74% delle aziende agricole italiane con una forma giuridica strutturata adotta almeno una pratica circolare.
Le pratiche circolari si basano sull’uso sostenibile e rigenerativo delle risorse naturali per prevenirne l’esaurimento e ridurne lo spreco.

Oggi il mondo agricolo italiano deve affrontare alcune sfide economiche, sociali e ambientali, come incrementare il reddito per gli agricoltori, rendere il settore più attrattivo, soddisfare una domanda alimentare in crescita e far fronte all’aumento dei costi. E in questo contesto, in Italia l’adesione alle strategie circolari è già alta.

Rigenerare le risorse e valorizzare le eccedenze

È necessario ridurre le pressioni sul suolo, tutelare le risorse idriche e la biodiversità, adattarsi a condizioni ambientali sempre più estreme e imprevedibili contrastando, al contempo, le perdite agricole e gli sprechi alimentari.
Le pratiche rigenerative, come agricoltura integrata, conservativa, tutela della biodiversità o mantenimento degli ecosistemi, sono le pratiche circolari più adottate (53% dei casi).

La ricerca evidenzia anche gli input produttivi circolari, che riguardano l’uso di materie prime ricavate da scarti di processo, l’acqua riutilizzata e l’energia da fonti rinnovabili (48%) e la valorizzazione delle eccedenze di produzione, inclusi il recupero, la donazione e la ri-trasformazione (38%).

Biomasse come materie prime per l’industria

Un’altra partica è quella di valorizzare scarti e biomasse come materie prime nell’industria, nei fertilizzanti agricoli o in altre applicazioni (33%).
L’adozione di pratiche circolari avviene con modalità differenti a seconda della dimensione aziendale, anche se le distanze sono inferiori rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare.
Sono infatti presenti nell’82% delle imprese molto grandi, nel 77% delle grandi, nel 76% delle medie e nel 73% delle piccole.

Dalla produzione alla distribuzione, nella transizione sostenibile dei sistemi alimentari una delle strade percorribili è quella dei modelli di filiera corta, che fanno leva sulla prossimità geografica, relazionale e informativa.
Oggi i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) si configurano come possibile alternativa ai canali distributivi tradizionali. 

Verso gli imballaggi sostenibili

I consumatori prediligono i GAS per la maggiore attenzione ai valori etici e sostenibili, ma la GDO continua a dare maggiori garanzie dal punto di vista del risparmio e della facilità d’acquisto.
Al centro del dibattito sulla sostenibilità c’è anche il packaging alimentare, considerato uno dei grandi nemici dell’ambiente.

Ma è tutt’altro che semplice giudicarne l’impatto ambientale. Non si possono, infatti, considerare solo i rifiuti che genera, ma anche le funzioni di protezione, conservazione, trasporto e comunicazione del cibo, nonché il contributo alla riduzione degli sprechi alimentari.
Oggi è fondamentale ripensare l’imballaggio dei prodotti alimentari in chiave circolare, tracciabile e sostenibile, conciliando la tutela ambientale con la riduzione degli sprechi e la qualità del prodotto.

Quanta energia consuma davvero l’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale non è solo una rivoluzione tecnologica, ma anche una nuova sfida ambientale. Sam Altman, Ceo di OpenAI, ha condiviso alcuni dati inediti sul consumo di risorse dei modelli di linguaggio come ChatGPT.

Le sue dichiarazioni, pubblicate in un recente post sul blog ufficiale dell’azienda e riprese da Adnkronos, accendono i riflettori su un aspetto finora poco discusso: l’impronta ecologica dell’IA generativa.

Un sorso d’acqua per ogni richiesta, ma moltiplicato per milioni

Altman ha rivelato che ogni interazione media con ChatGPT richiede circa 0,000085 galloni d’acqua, una quantità minima che corrisponde a un frammento di cucchiaino.

Sembra pochissimo, ma se si considera l’uso quotidiano su scala globale, la somma di queste micro-richieste può portare a un impatto significativo sulle risorse idriche, in particolare nei luoghi dove i data center sono concentrati.

L’energia dietro ogni risposta: pochi watt, grandi numeri

Il CEO ha anche quantificato il fabbisogno energetico di ogni scambio con il chatbot: circa 0,34 wattora. In pratica, l’equivalente di un forno acceso per un secondo o di una lampadina LED per alcuni minuti.

Numeri contenuti se presi singolarmente, ma che assumono ben altro peso se moltiplicati per le milioni di conversazioni giornaliere.

Cresce la pressione su trasparenza e sostenibilità

OpenAI non ha fornito dettagli tecnici su come siano stati calcolati questi valori, lasciando spazio a interrogativi. Altman ha però sottolineato che, in futuro, i costi dell’intelligenza artificiale saranno sempre più legati all’energia necessaria per farla funzionare.

Una previsione che va letta alla luce degli ultimi studi: secondo un’inchiesta del Washington Post, un semplice testo generato da modelli avanzati può richiedere tanta acqua quanto una bottiglietta da mezzo litro, a seconda della collocazione dei server.

IA e ambiente: può essere una convivenza possibile? 

Il mondo accademico e l’opinione pubblica chiedono maggiore chiarezza sull’impatto ambientale dell’IA. Alcuni esperti stimano che già entro fine anno, l’intelligenza artificiale potrebbe superare il mining di criptovalute in termini di consumo elettrico.

La sfida per il settore è non solo evidente, ma anche urgente: come rendere l’innovazione amica dell’ambiente?

Biologico: cresce il consumo, ma c’è ancora tanta confusione

Gli italiani attratti dal bio, ma dimostrano di avere le idee ancora poco chiare sul tema. Lo riferisce Carrefour Italia, che ha diffuso i risultati di una recente indagine condotta con l’istituto Human Highway sul rapporto tra italiani e prodotti biologici. Il quadro che ne emerge è offre spunti di riflessione: mentre l’interesse per il biologico è in costante crescita, la comprensione di cosa significhi realmente “bio” resta a metà.

Secondo i dati, il 57,5% degli italiani acquista prodotti biologici con una certa frequenza – almeno due o tre volte al mese – ma solo una minoranza sa davvero cosa distingue un prodotto certificato da uno convenzionale.

Biologico: sì, no, non so 

Appena l’11,6% degli intervistati ha dimostrato di conoscere nel dettaglio i criteri stabiliti dalla normativa europea (Regolamento UE 2018/848) che definiscono i requisiti di un alimento bio. Il restante campione si divide tra chi ha una conoscenza approssimativa (30,9%), chi è molto incerto (33%) e chi ammette di non sapere nulla (24,5%).

La Generazione Z appare particolarmente vulnerabile alla disinformazione, spesso influenzata da fonti online poco affidabili. Una tendenza che, se non corretta, rischia di generare aspettative sbagliate e scelte poco consapevoli.

I luoghi comuni da sfatare

Tra le convinzioni errate più diffuse spicca l’idea che il biologico non preveda l’uso di pesticidi o fertilizzanti: lo pensa circa l’80% degli italiani. In realtà, sono consentite solo sostanze naturali e regolamentate. Ancora, il 79,1% crede che negli allevamenti bio non si possano somministrare farmaci nemmeno in caso di necessità, quando invece la legge ne consente l’uso controllato.

Molti associano inoltre il biologico al chilometro zero o alle sole piccole aziende agricole, e la metà degli intervistati ritiene – senza solide basi scientifiche – che gli alimenti bio siano sempre più nutrienti.

Frutta, verdura e uova al top della spesa

Tra i prodotti bio più acquistati dagli italiani ci sono frutta e verdura (63% almeno una volta a settimana), seguiti da uova (56%) e latticini (45%).
I consumatori più attenti sanno riconoscere un prodotto certificato tramite la dicitura “Biologico” (60%), il logo UE a forma di foglia (28,7%) o i marchi degli enti certificatori (27,3%).

Il vero ostacolo? I prezzi 

Il costo elevato resta il principale freno all’acquisto: lo indicano sette consumatori su dieci tra quelli che non comprano bio. A pesare è anche la mancanza di informazioni trasparenti e accessibili, che alimenta incertezza e scetticismo.
Per stringere un vero legame di fiducia, servono più comunicazione, chiarezza e strumenti educativi.

La Generazione X conquista TikTok: boom di over 45 sui social

Chi l’ha detto che i social sono “cose” da giovanissimi? Sono le generazioni più grandi, infatti, a essere sempre più connesse e attive sulle piattaforme, in barba agli  stereotipi digitali.
Hanno vissuto l’era d’oro della TV e della radio, ma oggi si ritagliano uno spazio sempre più significativo anche nel mondo digitale. Parliamo della Generazione X, ovvero le persone nate tra il 1965 e il 1980, che stanno sorprendendo analisti e marketer con la loro crescente presenza sui social, compreso TikTok.

Secondo un report di Kolsquare, tech company specializzata in influencer marketing, gli over 45 stanno emergendo come il segmento in più rapida crescita su TikTok nel 2025. Un fenomeno che segna una svolta culturale: questa fascia d’età, un tempo ritenuta marginale nel panorama social, oggi gioca un ruolo da protagonista.

TikTok e YouTube, le piattaforme preferite dai “grandi” 

Nel 2024, il 15,2% degli utenti TikTok era composto da persone over 45, superando la loro incidenza su Instagram (14,2%). Ma è YouTube il vero punto di riferimento: qui, la Generazione X rappresenta quasi il 24% dell’utenza, seguita da Facebook, ancora molto usato ma con segnali di disaffezione.

Il motivo del loro utilizzo? Più che intrattenimento puro, si cerca connessione, aggiornamento e contenuti utili. Le piattaforme diventano spazi per mantenere i contatti, informarsi e passare il tempo in modo costruttivo.

Facebook resiste, ma perde appeal

Sebbene Facebook continui a registrare un forte coinvolgimento tra gli over 45 – il 76% accede ogni giorno, secondo un sondaggio ExpressVPN – molti iniziano ad allontanarsene. La causa? La diminuzione dell’attività di amici e parenti.

Restano però centrali i gruppi e le community, che mantengono viva la piattaforma anche tra i giovani adulti. Le funzioni più apprezzate includono la possibilità di partecipare a discussioni, accedere a notizie e intrattenersi in modo semplice.

I creator senior piacciono ai giovani: “Autentici e credibili”

Anche se ancora poco numerosi, i content creator over 45 stanno riscuotendo successo trasversale. Il 66% della Gen Z apprezza i contenuti realizzati da loro, e il 78% dichiara di aver imparato qualcosa grazie alla loro esperienza.

Federico Spinelli, country manager di Kolsquare Italia, sottolinea: “La Generazione X cerca valore, non solo visibilità. È un pubblico con capacità di spesa e desiderio di contenuti di qualità, spesso ignorato dal marketing tradizionale. È tempo di cambiare prospettiva”.

Deepfake e tecnologia: il lato oscuro dell’innovazione

La rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente la comunicazione digitale, offrendo strumenti potenti ma anche potenzialmente pericolosi. Tra questi, i deepfake – contenuti video o audio creati o modificati con l’AI per imitare persone reali – stanno diventando una delle minacce più insidiose per la reputazione di individui e aziende.

Se non regolamentati, i deepfake possono essere utilizzati per truffe, disinformazione e violazioni dell’identità digitale, con impatti seri su credibilità, privacy e fiducia pubblica.

L’ultima indagine sul fenomeno

Recentemente, a Milano, è stato presentato uno studio condotto da Ipsos in collaborazione con Studio Previti – Associazione Professionale. L’evento, ospitato da Intesa Sanpaolo e intitolato “Deepfake. Tra realtà e illusione”, ha messo in luce la crescente preoccupazione su questo fenomeno.

A livello globale, il 74% delle persone è consapevole delle potenzialità dell’AI nel creare contenuti falsi. In Italia, la consapevolezza è leggermente inferiore (71%), ma resta alta la percezione del rischio: il 46% ritiene che l’AI possa aumentare la disinformazione, mentre solo il 41% degli italiani dichiara di avere una comprensione chiara dei deepfake.

Imprese più consapevoli, ma ancora vulnerabili

Le aziende sembrano più preparate: il 64% conosce il fenomeno, il 26% lo ha solo sentito nominare e il 10% ne è completamente all’oscuro. Nonostante ciò, il 70% delle imprese teme un coinvolgimento diretto in casi di deepfake, e 3 grandi aziende su 4 riconoscono le fake news come un rischio concreto per la propria attività.

Chi rischia di più? Giovani, anziani e poco informati

L’indagine ha rilevato che i soggetti più esposti ai deepfake sono gli anziani, i giovani e coloro con un basso livello di istruzione o competenze digitali limitate. Si tratta di target particolarmente vulnerabili alla manipolazione e alle truffe online.

Le soluzioni: tecnologia, responsabilità e regole

Per contrastare il fenomeno, cittadini e imprese chiedono strumenti concreti. Le soluzioni più citate sono: software per identificare i deepfake (64% delle aziende, 47% dei cittadini), regolamentazione più chiara (42%) e pene più severe per furti d’identità e truffe online (36%).

Molte aziende stanno già correndo ai ripari, investendo in tecnologie di protezione, formazione interna e collaborazioni legali specializzate. Solo il 10% delle imprese non avverte ancora l’urgenza di agire.

Cosmetici e giocattoli tra i prodotti più segnalati in UE

I cosmetici continuano a essere i principali protagonisti delle segnalazioni europee per rischio sanitario. A dirlo è il rapporto annuale pubblicato dalla Commissione europea attraverso il sistema di allerta rapida Safety Gate, che monitora i prodotti pericolosi esclusi gli alimentari.

Nel 2024 oltre un terzo delle segnalazioni (36%) ha riguardato prodotti cosmetici, seguiti dai giocattoli con il 15%. Insieme, questi due settori rappresentano più della metà di tutte le notifiche. A seguire, troviamo i dispositivi elettrici (10%), i motori per veicoli (9%) e i prodotti chimici (6%).

Sostanze chimiche sotto accusa

Secondo quanto dichiarato dalla Commissione UE, riporta Askanews, la maggior parte degli allarmi è legata alla presenza di sostanze chimiche pericolose. Metalli pesanti come cadmio, nichel e piombo sono frequentemente rinvenuti nei gioielli, mentre gli oli per il corpo spesso contengono aromi allergenici non conformi. Preoccupano anche i composti plastificanti sintetici usati su capi d’abbigliamento e accessori.

In particolare, nel settore cosmetico, le segnalazioni si concentrano sulla presenza del Bmhca, un aroma sintetico vietato nell’Unione Europea perché può causare irritazioni cutanee e danni al sistema riproduttivo. Molti di questi prodotti risultano importati dall’Asia o acquistati tramite piattaforme di e-commerce.

Safety Gate: 2024 anno da record

Il meccanismo Safety Gate, operativo dal 2003, ha registrato nel 2024 4.137 notifiche, il numero più alto mai raggiunto.
L’aumento degli allarmi – spiega Bruxelles – testimonia non solo una maggiore attenzione da parte delle autorità nazionali, ma anche un utilizzo sempre più sistematico della piattaforma per proteggere la salute dei consumatori.

La Commissione europea sottolinea che la crescita delle segnalazioni è indice della fiducia consolidata nel sistema di monitoraggio e nella tempestività delle risposte adottate.

Nuovi controlli in arrivo sui marketplace online

Guardando al futuro, Bruxelles annuncia un rafforzamento dei controlli: in collaborazione con gli organismi nazionali di vigilanza, verrà avviata la prima indagine a tappeto sulla sicurezza dei prodotti venduti online.

Obiettivo: verificare in modo simultaneo, su diversi portali, la conformità alle norme europee e contrastare la diffusione di articoli potenzialmente pericolosi nei diversi mercati.

Veloce, sicuro e tracciabile: arriva il nuovo barcode per i farmaci

Con il decreto legislativo n.10 del 6 febbraio 2025 l’Italia ha implementato la Direttiva 62/2011/UE ‘anticontraffazione farmaco’ (nota anche come FMD, dall’inglese ‘Falsified Medicines Directive’), che introduce misure di sicurezza e di controllo sui farmaci commercializzati in Europa.

L’obiettivo è tracciare e rintracciare i farmaci in maniera efficiente, in modo che ai pazienti non arrivino medicinali falsificati o contraffatti, la cui incidenza è stimata fra l’1% e il 10% del settore farmaceutico globale.
Sulle confezioni dei prodotti farmaceutici soggetti a prescrizione diventerà quindi obbligatorio inserire il GS1 DataMatri, il codice bidimensionale di identificazione e tracciabilità sviluppato da GS1.

Il codice Data Matrix utilizza gli standard GS1 di identificazione e marcatura dei prodotti

La collaborazione è stata la chiave di questo risultato. Negli ultimi mesi un gruppo di lavoro, coordinato da GS1 Italy e formato da rappresentanti di aziende farmaceutiche e associazioni di categoria, ha lavorato per coadiuvare le istituzioni nella valutazione delle soluzioni tecniche sulla serializzazione del farmaco. 

L’Italia è l’ultimo Paese, insieme alla Grecia, ad applicare la direttiva UE anticontraffazione dei farmaci. E con il decreto 6 marzo 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 84 del 10 aprile 2025, il Ministero della Salute ha definito le specifiche tecniche del codice ‘Data Matrix’, che utilizza gli standard GS1 di identificazione e marcatura dei prodotti, diventato obbligatorio per tutte le aziende farmaceutiche.

Cinque informazioni chiave obbligatorie in etichetta

La normativa prevede che gli astucci di tutti i farmaci prescritti e commercializzati in Italia dovranno essere dotati di cinque informazioni che ne consentono l’identificazione e la tracciabilità: il codice univoco di identificazione del prodotto, ovvero il numero GTIN (Global Trade Item Number) del sistema GS1, il numero seriale, il lotto, la data di scadenza, e il numero di autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) rilasciato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

Queste cinque informazioni saranno scritte sulle etichette dei farmaci e fornite attraverso il GS1 DataMatrix che dovrà comparire su ogni confezione.
È altresì previsto un periodo di ‘stabilizzazione’ di due anni, quindi fino a inizio febbraio 2027, per permettere al sistema e alle aziende di completare gli adempimenti necessari per adeguarsi alle nuove istruzioni.

“L’Italia è allineata nella lotta alla contraffazione dei medicinali”

“Per adeguarsi alla direttiva europea anticontraffazione dei farmaci le aziende italiane dovranno utilizzare gli standard GS1, che permettono di identificare in modo univoco i prodotti, di migliorarne la tracciabilità e di favorire l’efficienza della supply chain, aumentando così il livello di sicurezza di utilizzatori e pazienti – ha spiegato Bruno Aceto, ceo GS1 Italy -. Si tratta di un importante passo in avanti per l’Italia, che si allinea agli altri Paesi europei nella lotta alla contraffazione dei farmaci e all’ingresso di medicinali falsificati nel mercato comunitario”.