Autunno, “ci sta”: come trasformare i doveri in (quasi) piaceri

L’autunno è quella stagione che divide: c’è chi la ama per i suoi colori caldi e chi la sopporta solo pensando già al Natale. Ma una cosa è certa: con le giornate che si accorciano e il solito tran tran che torna a bussare alla porta, tutti ci ritroviamo a fare i conti con nuove abitudini e vecchi buoni propositi.

E, a sorpresa, molte di queste sfide non solo “ci stanno”, ma diventano addirittura momenti da vivere con piacere. A dirlo è un sondaggio realizzato da Sanbittèr con metodologia SWOA, che ha messo in fila le cinque abitudini più gettonate dagli italiani in questo periodo.

Serate sul divano, il relax da rivalutare

Dopo i mesi estivi passati fuori casa, il 65% degli italiani riscopre quanto sia bello starsene sul divano. Un libro, una serie, una tisana calda e il gioco è fatto: la serata perfetta non sempre prevede grandi uscite, anzi.
La casa diventa lo spazio ideale per ricaricarsi.

Palestra: che fatica, ma “ci sta”

Il 59% dei nostri connazionali torna ad allenarsi. All’inizio la palestra pesa, lo ammettiamo tutti, ma poi diventa quella valvola di sfogo che rimette in moto corpo e testa.
È un “dovere” che si trasforma in una coccola per sé stessi.

L’aperitivo che salva la giornata

Al terzo posto, con il 54% delle preferenze, si piazza l’aperitivo post lavoro. È il momento che alleggerisce anche le giornate più lunghe: due chiacchiere, uno spritz o un analcolico, e il rientro in ufficio sembra meno duro.
Una piccola oasi di leggerezza da dividere con amici o colleghi.

Fare ordine per fare spazio

Il 48% degli italiani approfitta dell’autunno per mettere mano ad armadi e progetti. Sistemare, riorganizzare e pianificare non è solo un obbligo, ma un modo per sentirsi più liberi e pronti a ripartire.
Insomma, buttare via vecchi oggetti diventa quasi terapeutico.

Check up: meglio farli ora

Il 43% degli italiani sceglie questo periodo per i controlli di routine. Certo, non è l’attività più entusiasmante del mondo, ma sapere di prendersi cura della propria salute dà quella sensazione di tranquillità che… “ci sta”.

La filosofia del “ci sta”

Dallo studio emerge che per sei italiani su dieci il “ci sta” è un modo ironico e leggero per accettare cose che sembrano faticose, ma che poi fanno bene. È la chiave con cui affrontiamo le sfide autunnali trasformandole in piccoli piaceri condivisi.

Morale? L’autunno non è solo pioggia e ritorno alla scrivania: è la stagione in cui scoprire che, in fondo, certe routine non sono niente male, anzi, ci stanno proprio bene.

ChatGpt è in prevalenza “rosa”: nel 2025 boom di utenti donna

Cresce continuamente l’utilizzo di ChatGpt da parte degli utenti di tutto il mondo, soprattutto a livello personale più che professionale. Ma l’aspetto che oggi sorprende di più riguarda soprattutto il profilo degli utenti: per la prima volta, nel 2025, le donne hanno superato gli uomini.

Secondo uno studio congiunto tra OpenAI e il National Bureau of Economic Research, l’uso da parte delle donne del chatbot è passato in poco più di un anno dal 37% al 52%. Le quote rosa sono diventate quindi la maggioranza assoluta.

Più consigli per la vita quotidiana, meno per quella professionale

Il dato forse più interessante riguarda il motivo per cui si utilizza ChatGpt. Ben il 73% degli utenti, riferisce Ansa, dichiara di rivolgersi all’intelligenza artificiale per fini personali, mentre solo il 27% la impiega in un contesto professionale. Questo significa che, sempre più spesso, l’IA diventa un compagno di studio, un consulente per le attività quotidiane o una fonte di ispirazione creativa.

Le interazioni più frequenti, spiegano i ricercatori, rientrano nella categoria della “guida pratica”: suggerimenti, idee, consigli personalizzati. Seguono la ricerca di informazioni e l’assistenza nella scrittura. Questi tre ambiti, messi insieme, coprono circa tre quarti delle conversazioni analizzate.

Scrittura? Serve soprattutto come supporto 

In campo lavorativo, ChatGpt si conferma un alleato soprattutto nella revisione dei testi. Circa il 40% delle richieste professionali riguarda infatti la scrittura, ma non tanto la creazione di contenuti da zero quanto la correzione, la traduzione o il perfezionamento di testi già esistenti. Una tendenza che suggerisce come l’IA venga percepita meno come un “sostituto” e più come uno strumento per migliorare produttività ed efficienza.

Tre macro-modi di usare ChatGpt

Lo studio distingue le interazioni in tre grandi macro-aree: “chiedere”, “fare” ed “esprimere”. A luglio 2025, circa la metà delle conversazioni rientrava nella prima categoria, segno che gli utenti vedono nel chatbot soprattutto un consulente a cui domandare spiegazioni, chiarimenti o opinioni. Nell’ambito professionale, invece, prevale il “fare”, cioè l’esecuzione di compiti pratici e specifici.

Espansione record nei Paesi a reddito medio-basso

Oltre ai dati demografici di genere, la ricerca mette in luce un altro fenomeno: l’espansione di ChatGpt nei Paesi a reddito medio e basso. A metà 2025, la base di utenti aveva raggiunto il 10% della popolazione adulta mondiale, dimostrando che l’accesso agli strumenti di intelligenza artificiale non è più appannaggio esclusivo delle economie più avanzate.

Un cambiamento che apre nuove prospettive sull’uso quotidiano dell’IA: meno formalità lavorative e più supporto nella vita di tutti i giorni, con un pubblico sempre più ampio e diversificato.

Assunzioni: a settembre previsti 569mila nuovi contratti

Il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, delinea lo scenario relativo alle previsioni occupazionali per il mese di settembre e il trimestre settembre- novembre. Secondo le previsioni a settembre sono quasi 569mila le opportunità lavorative offerte dalle imprese, e salgono a oltre 1,5 milioni nel trimestre.

Le previsioni evidenziano una flessione di -15mila ingressi programmati (-2,6%) rispetto a settembre 2024, e -30mila (-1,9%) nel confronto con il trimestre settembre-novembre 2024. Rispetto allo scorso, risultano in leggera flessione anno la difficoltà di reperimento dei profili ricercati dalle imprese (45,6%).

Settore primario 44mila, Industria 147mila, Servizi 377mila lavoratori cercasi

Il settore primario programma circa 44mila contratti nel mese e poco meno di 114mila nel trimestre. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (quasi 20mila, circa 47mila) e delle coltivazioni di campo (circa 12mila, 33mila). 

L’industria nel suo complesso programma 147mila entrate a settembre e 404mila nel trimestre. Le imprese del manifatturiero ne ricercano circa 91mila lavoratori nel mese e 251mila tra settembre-novembre, mentre le costruzioni 56mila a settembre e 154mila nel trimestre.
Sono invece 377mila i contratti previsti dal settore dei servizi nel mese in corso e circa 1 milione nel trimestre. A offrire le maggiori opportunità sono servizi alle persone (97mila, 210mila), turismo (96mila, 255mila) e commercio (65mila e 207mila).

Difficoltà di reperimento e dimensione aziendale

Sotto l’aspetto dimensionale, positive le aspettative delle imprese fino a 9 dipendenti (+5mila nel mese, +27mila nel trimestre), mentre risultano in flessione le previsioni nelle restanti fasce dimensionali, con una maggiore intensità nelle imprese tra 50 e 250 dipendenti (-8,6%, -7,7%).
Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta con circa 341mila unità, il 60,0% del totale, seguiti dai contratti a tempo indeterminato (97mila, 17,0%) e da quelli di somministrazione (50mila, 8,8%). 

A settembre, le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per 259mila assunzioni programmate (45,6%), confermando come causa prevalente la “mancanza di candidati” (29,2%), mentre la “preparazione inadeguata” si attesta al 12,9%. 

Ricorso a manodopera straniera nel 19,3% dei casi

A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (67,0%), le imprese delle costruzioni (63,5%) e le industrie del tessile, abbigliamento e calzature (56,4%).
Le imprese sono quindi alla ricerca di lavoratori immigrati per coprire circa 75mila ingressi programmati, pari al 19,3% del totale contratti.

Tra i settori che ricorrono maggiormente alla manodopera straniera, agricoltura, silvicoltura, caccia e pesca (37,0%), servizi operativi di supporto a imprese e persone (31,5%), servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio (26,1%), turismo (21,3%), industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (20,6%).

Coupon in Italia: nei primi sei mesi del 2025 superati i 182 milioni di euro

Il mondo dei coupon in Italia non conosce rallentamenti. Nei primi sei mesi del 2025 sono stati distribuiti oltre 115 milioni di buoni sconto, un dato in crescita del 6,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ancora più significativo il valore complessivo, che ha toccato quota 182 milioni di euro, con un balzo del 12% sul 2024. Anche il valore medio di ciascun buono è aumentato, arrivando a 1,58 euro (+5,3%).

Questi dati emergono dall’Osservatorio sul mercato del couponing di Savi, società specializzata nella gestione e nell’analisi delle campagne promozionali, che ha preso in esame un network di oltre 40.000 realtà tra grande distribuzione, farmacie, drugstore e negozi specializzati.

I coupon digitali rappresentano il 18% del transato

Un ruolo sempre più importante è giocato dai coupon digitali, oggi arrivati a rappresentare il 18% del transato in cassa, contro il 17% rilevato nello stesso periodo del 2024. La loro diffusione va di pari passo con lo sviluppo del retail media: i buoni dematerializzati non solo stimolano l’acquisto, ma consentono anche di misurare le performance e tracciare il percorso del consumatore.

Oggi sette aziende partner su dieci utilizzano i digital coupon come parte integrante delle proprie strategie, a conferma di un cambiamento ormai strutturale nelle logiche di promozione.

“Tengono” i canali tradizionali

Se il digitale avanza, i formati “classici” non stanno certo a guardare. I coupon “instant on pack”, quelli applicati direttamente sul prodotto, hanno raggiunto una redemption media del 78%, ben oltre il 72% registrato un anno fa. Una performance che dimostra quanto sia efficace unire il messaggio promozionale al prodotto stesso.

Sul fronte online, i buoni distribuiti tramite siti web, email, newsletter e social media, spesso legati alle carte fedeltà, mostrano una redemption media del 23%, in lieve crescita rispetto al 22% del 2024.

Uno strumento anti-inflazione

“Il mercato dei coupon sta diventando sempre più digitale, integrato e misurabile”, spiega Angelo Tosoni, Managing Director di Savi Italia. Che ritiene che i buoni sconto rappresentino non solo un vantaggio per le aziende, che possono calibrare le proprie strategie in tempo reale, ma anche un supporto concreto per le famiglie italiane, in un contesto segnato dall’aumento dei prezzi.

PIL e occupazione nel 2024: le performance migliori arrivano dal Sud Italia

Buone notizie sul fronte dell’economia e dell’occupazione, con addirittura qualche sorpresa. I dati preliminari dell’Istat parlano di una crescita moderata, ma che riguarda fortunatamente tutto lo Stivale. Ma la vera novità è che le migliori performance arrivano dal Sud.

Nel 2024, l’economia italiana ha mostrato segnali di crescita distribuiti in modo abbastanza uniforme tra le diverse aree del Paese. Lo evidenzia la stima preliminare diffusa dall’Istat, secondo cui il Prodotto interno lordo è salito dello 0,7% su scala nazionale. Il Nord-est è l’unica macroarea con una crescita significativamente inferiore alla media (+0,2%), mentre Nord-ovest, Centro e Mezzogiorno hanno registrato aumenti simili, pari allo 0,9%.
Sul fronte occupazionale, l’Italia ha visto un incremento complessivo dell’1,6% del numero di occupati. La dinamica più positiva si è verificata nel Mezzogiorno (+2,2%), seguito dal Centro (+1,8%), dal Nord-ovest (+1,6%) e infine dal Nord-est (+0,9%).

Costruzioni e servizi trainano il Mezzogiorno

Nel Mezzogiorno, il settore più vivace è stato quello delle costruzioni, con un aumento del valore aggiunto del 4,1%, ben oltre la media nazionale. Anche i servizi finanziari e professionali (+2%) e i trasporti e comunicazioni (+0,6%) hanno mostrato risultati sopra la media. Più contenuti i risultati dell’agricoltura (+0,4%), mentre l’industria ha registrato un calo (-0,6%).

Nord-ovest: bene servizi, male industria

Nel Nord-ovest i comparti trainanti sono stati i servizi finanziari (+3,2%) e il commercio e trasporti (+1%). Tuttavia, si segnalano flessioni rilevanti nell’industria (-0,6%), nei servizi generici (-2,2%), e anche nel settore delle costruzioni (-1,4%) e dell’agricoltura (-0,7%).

Il Centro “vince” per agricoltura e industria

Il Centro Italia si distingue per la miglior performance in agricoltura a livello nazionale (+5,2%) e per l’unico dato positivo nell’industria (+1,2%). Anche le costruzioni (+1,4%) e gli altri servizi (+0,1%) hanno contribuito a un bilancio complessivamente positivo.

Il Nord-est mostra segni di rallentamento

Nel Nord-est, la crescita è stata debole. L’agricoltura si conferma il settore più vivace (+4,5%), seguita da costruzioni e servizi finanziari (entrambi +1,4%). In calo, invece, commercio e trasporti (-1,9%).

Occupazione: boom nel settore edile

A livello nazionale, il comparto delle costruzioni ha registrato l’incremento occupazionale più forte, in particolare nel Mezzogiorno (+6,9%) e nel Centro (+4,2%). Segue il settore del commercio e trasporti, con picchi nel Nord-ovest (+3%) e nel Sud (+2,9%).

Lavoro tramite Agenzia: due canditati su 5 lo trovano entro un mese

In due casi su cinque i candidati delle Agenzie per il lavoro ottengono un lavoro entro un mese. Rispetto ai dipendenti a tempo indeterminato direttamente assunti dall’azienda, i lavoratori tramite Agenzia si dichiarano in generale più soddisfatti del proprio lavoro e della relazione con l’impresa. Ne apprezzano il livello salariale e il sistema di welfare integrativo, ma soffrono la percezione di minori prospettive di carriera.

Secondo la ricerca condotta da Ipsos per Assolavoro, l’Associazione Nazionale delle Agenzie per il Lavoro, sempre più spesso chi si rivolge alle Agenzie è in cerca di migliori opportunità. E oggi l’accesso al lavoro tramite Agenzia avviene più velocemente che in passato. Entro quattro mesi dal primo contatto con un’Agenzia i candidati trovano un’occupazione. Erano sei mesi nel 2022.

L’identikit di chi sceglie l’Agenzia

Le persone impiegate tramite Agenzie per il Lavoro sono circa 500mila, un terzo ha un contratto a tempo indeterminato (+4,9% vs 2023). Oltre la metà ha meno di 34 anni, crescono le donne (41,4% nel 2024) e le persone con professionalità medio-alte sono la maggioranza (53,3%).
Segno “più” anche per gli over 50 assunti: sono il 16,5% sul totale dei lavoratori tramite Agenzia nell’ultimo anno.

In generale, aumenta tra la popolazione la conoscenza delle Agenzie per il Lavoro (dal 73% del 2002 al 79%), mentre permangono margini di miglioramento sulla conoscibilità della formazione offerta gratuitamente dalle Agenzie e sul welfare.

I contratti in somministrazione

Solo il 44% dei somministrati e il 22% dei candidati conoscono la formazione di settore, e solamente il 41% dei somministrati e il 15% dei candidati, il welfare.
I contratti in somministrazione vengono considerati una forma di lavoro moderna (33%) e assimilabile al lavoro dipendente (35%). Per legge i lavoratori tramite Agenzia hanno stessi diritti, stesse tutele e stessa retribuzione dei colleghi direttamente assunti dall’azienda.

L’81% dei candidati consiglia di rivolgersi a una Agenzia. Questo perché le Agenzie favoriscono le prime esperienze di lavoro per i giovani, aiutano chi ha perso un’occupazione a trovarne una nuova e forniscono supporto alle aziende nel rispondere alla domanda di lavoratori con competenze specializzate.

Alla ricerca di migliori opportunità

Se più di un lavoratore su due in somministrazione è un under35, le Agenzie non sono solo una porta d’accesso al mercato del lavoro per chi ha ancora poca esperienza, ma nel 34% dei casi sono un valido canale per reinserirsi nel mondo del lavoro. E nel 38% una via per la ricerca di migliori opportunità.

In questo contesto, le caratteristiche più ricercate in un buon datore di lavoro sono stipendio adeguato (71%) e stabilità e sicurezza (57%). Seguono avere un contratto che tuteli nei momenti di difficoltà (27%), lavoro in smart working (24%) e avanzamenti di carriera (23%).
Nel caso dei candidati risulta importante l’attenzione alla formazione dei dipendenti in tre casi su dieci.

Le fake news ingannano gli italiani: l’83% ci è cascato almeno una volta

Di fronte a una notizia che smentisce le proprie convinzioni, la maggioranza degli italiani tende ad approfondire e verificare con altre fonti. Tuttavia, se la notizia viene da un giornalista solo il 7,1% pensa che sia falsa, mentre la percentuale sale al 24,5% se la fonte è un influencer. E se considerano importante l’informazione (68,4%) dedicano meno di mezz’ora al giorno a scoprire cosa succede in Italia e nel mondo (63,5%).

Secondo i dati di una ricerca promossa dall’Istituto nazionale per la comunicazione (Inc), dal titolo ‘Senza filtri: l’informazione nell’epoca della disintermediazione tra opportunità e caos’, e condotta da AstraRicerche 8 italiani su 10 ammettono di avere difficoltà a capire se una notizia è vera o falsa.
E se l’83,8% confessa di avere creduto a notizie false il 42% le ha condivise sui social.

Di chi è la colpa della diffusione di false notizie?

Sull’influenza e il controllo dell’informazione la percezione è che i poteri economici (60,9%) e politici italiani (60,5%) siano i principali responsabili della diffusione di notizie ‘di parte’ o fake news, seguiti dagli interessi delle piattaforme social (55,9%) e dai poteri politici esteri (55,8%).

E la preoccupazione per le fake news è piuttosto diffusa. Alla maggioranza degli intervistati capita di leggere una notizia e pensare che possa essere falsa (59,5% a volte, 24,2% spesso). La difficoltà nel capire se una notizia è falsa è percepita come media: solo 4 su 10 ritengono che sia molto o abbastanza difficile. 

Le regole deontologiche non vanno applicate solo ai giornalisti

Il 62,3% degli intervistati ritiene che le regole deontologiche dei giornalisti dovrebbero essere applicate a chiunque comunichi sui mezzi di informazione. Tuttavia, per il 50,1% anche molti giornalisti non rispettano tali regole. Anche il controllo delle fake news da parte delle piattaforme è un tema caldo.

Il 65,0% pensa che il gruppo di persone che controlla le notizie dovrebbe essere scelto senza preconcetti, e il 60,8% vede un rischio nel controllo basato solo sugli utenti. Interessante è la percezione di chi determina il flusso delle informazioni online, giornalisti e media tradizionali (45,1%), ancora visti come i principali attori, seguiti dalle piattaforme con i loro algoritmi (43,8%).

Profilazione e algoritmi, è più il rischio che l’aiuto 

La maggior parte degli utenti (70,0%), riporta Adnkronos, è consapevole che siti e portali online mostrino notizie personalizzate in base alle loro abitudini. Questo è percepito più come un rischio che un aiuto nel trovare le notizie rilevanti.

Ma anche l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella sintesi delle notizie è considerata più come un rischio che come un aiuto.
Prevalgono infatti i timori di informazioni non corrette (58,4%) e di una minore sollecitazione alla verifica delle fonti (57,0%) rispetto all’aiuto dato agli utenti (37,9%).

Agricoltura: le aziende adottano almeno una pratica circolare

Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano, il  74% delle aziende agricole italiane con una forma giuridica strutturata adotta almeno una pratica circolare.
Le pratiche circolari si basano sull’uso sostenibile e rigenerativo delle risorse naturali per prevenirne l’esaurimento e ridurne lo spreco.

Oggi il mondo agricolo italiano deve affrontare alcune sfide economiche, sociali e ambientali, come incrementare il reddito per gli agricoltori, rendere il settore più attrattivo, soddisfare una domanda alimentare in crescita e far fronte all’aumento dei costi. E in questo contesto, in Italia l’adesione alle strategie circolari è già alta.

Rigenerare le risorse e valorizzare le eccedenze

È necessario ridurre le pressioni sul suolo, tutelare le risorse idriche e la biodiversità, adattarsi a condizioni ambientali sempre più estreme e imprevedibili contrastando, al contempo, le perdite agricole e gli sprechi alimentari.
Le pratiche rigenerative, come agricoltura integrata, conservativa, tutela della biodiversità o mantenimento degli ecosistemi, sono le pratiche circolari più adottate (53% dei casi).

La ricerca evidenzia anche gli input produttivi circolari, che riguardano l’uso di materie prime ricavate da scarti di processo, l’acqua riutilizzata e l’energia da fonti rinnovabili (48%) e la valorizzazione delle eccedenze di produzione, inclusi il recupero, la donazione e la ri-trasformazione (38%).

Biomasse come materie prime per l’industria

Un’altra partica è quella di valorizzare scarti e biomasse come materie prime nell’industria, nei fertilizzanti agricoli o in altre applicazioni (33%).
L’adozione di pratiche circolari avviene con modalità differenti a seconda della dimensione aziendale, anche se le distanze sono inferiori rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare.
Sono infatti presenti nell’82% delle imprese molto grandi, nel 77% delle grandi, nel 76% delle medie e nel 73% delle piccole.

Dalla produzione alla distribuzione, nella transizione sostenibile dei sistemi alimentari una delle strade percorribili è quella dei modelli di filiera corta, che fanno leva sulla prossimità geografica, relazionale e informativa.
Oggi i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) si configurano come possibile alternativa ai canali distributivi tradizionali. 

Verso gli imballaggi sostenibili

I consumatori prediligono i GAS per la maggiore attenzione ai valori etici e sostenibili, ma la GDO continua a dare maggiori garanzie dal punto di vista del risparmio e della facilità d’acquisto.
Al centro del dibattito sulla sostenibilità c’è anche il packaging alimentare, considerato uno dei grandi nemici dell’ambiente.

Ma è tutt’altro che semplice giudicarne l’impatto ambientale. Non si possono, infatti, considerare solo i rifiuti che genera, ma anche le funzioni di protezione, conservazione, trasporto e comunicazione del cibo, nonché il contributo alla riduzione degli sprechi alimentari.
Oggi è fondamentale ripensare l’imballaggio dei prodotti alimentari in chiave circolare, tracciabile e sostenibile, conciliando la tutela ambientale con la riduzione degli sprechi e la qualità del prodotto.

Quanta energia consuma davvero l’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale non è solo una rivoluzione tecnologica, ma anche una nuova sfida ambientale. Sam Altman, Ceo di OpenAI, ha condiviso alcuni dati inediti sul consumo di risorse dei modelli di linguaggio come ChatGPT.

Le sue dichiarazioni, pubblicate in un recente post sul blog ufficiale dell’azienda e riprese da Adnkronos, accendono i riflettori su un aspetto finora poco discusso: l’impronta ecologica dell’IA generativa.

Un sorso d’acqua per ogni richiesta, ma moltiplicato per milioni

Altman ha rivelato che ogni interazione media con ChatGPT richiede circa 0,000085 galloni d’acqua, una quantità minima che corrisponde a un frammento di cucchiaino.

Sembra pochissimo, ma se si considera l’uso quotidiano su scala globale, la somma di queste micro-richieste può portare a un impatto significativo sulle risorse idriche, in particolare nei luoghi dove i data center sono concentrati.

L’energia dietro ogni risposta: pochi watt, grandi numeri

Il CEO ha anche quantificato il fabbisogno energetico di ogni scambio con il chatbot: circa 0,34 wattora. In pratica, l’equivalente di un forno acceso per un secondo o di una lampadina LED per alcuni minuti.

Numeri contenuti se presi singolarmente, ma che assumono ben altro peso se moltiplicati per le milioni di conversazioni giornaliere.

Cresce la pressione su trasparenza e sostenibilità

OpenAI non ha fornito dettagli tecnici su come siano stati calcolati questi valori, lasciando spazio a interrogativi. Altman ha però sottolineato che, in futuro, i costi dell’intelligenza artificiale saranno sempre più legati all’energia necessaria per farla funzionare.

Una previsione che va letta alla luce degli ultimi studi: secondo un’inchiesta del Washington Post, un semplice testo generato da modelli avanzati può richiedere tanta acqua quanto una bottiglietta da mezzo litro, a seconda della collocazione dei server.

IA e ambiente: può essere una convivenza possibile? 

Il mondo accademico e l’opinione pubblica chiedono maggiore chiarezza sull’impatto ambientale dell’IA. Alcuni esperti stimano che già entro fine anno, l’intelligenza artificiale potrebbe superare il mining di criptovalute in termini di consumo elettrico.

La sfida per il settore è non solo evidente, ma anche urgente: come rendere l’innovazione amica dell’ambiente?

Biologico: cresce il consumo, ma c’è ancora tanta confusione

Gli italiani attratti dal bio, ma dimostrano di avere le idee ancora poco chiare sul tema. Lo riferisce Carrefour Italia, che ha diffuso i risultati di una recente indagine condotta con l’istituto Human Highway sul rapporto tra italiani e prodotti biologici. Il quadro che ne emerge è offre spunti di riflessione: mentre l’interesse per il biologico è in costante crescita, la comprensione di cosa significhi realmente “bio” resta a metà.

Secondo i dati, il 57,5% degli italiani acquista prodotti biologici con una certa frequenza – almeno due o tre volte al mese – ma solo una minoranza sa davvero cosa distingue un prodotto certificato da uno convenzionale.

Biologico: sì, no, non so 

Appena l’11,6% degli intervistati ha dimostrato di conoscere nel dettaglio i criteri stabiliti dalla normativa europea (Regolamento UE 2018/848) che definiscono i requisiti di un alimento bio. Il restante campione si divide tra chi ha una conoscenza approssimativa (30,9%), chi è molto incerto (33%) e chi ammette di non sapere nulla (24,5%).

La Generazione Z appare particolarmente vulnerabile alla disinformazione, spesso influenzata da fonti online poco affidabili. Una tendenza che, se non corretta, rischia di generare aspettative sbagliate e scelte poco consapevoli.

I luoghi comuni da sfatare

Tra le convinzioni errate più diffuse spicca l’idea che il biologico non preveda l’uso di pesticidi o fertilizzanti: lo pensa circa l’80% degli italiani. In realtà, sono consentite solo sostanze naturali e regolamentate. Ancora, il 79,1% crede che negli allevamenti bio non si possano somministrare farmaci nemmeno in caso di necessità, quando invece la legge ne consente l’uso controllato.

Molti associano inoltre il biologico al chilometro zero o alle sole piccole aziende agricole, e la metà degli intervistati ritiene – senza solide basi scientifiche – che gli alimenti bio siano sempre più nutrienti.

Frutta, verdura e uova al top della spesa

Tra i prodotti bio più acquistati dagli italiani ci sono frutta e verdura (63% almeno una volta a settimana), seguiti da uova (56%) e latticini (45%).
I consumatori più attenti sanno riconoscere un prodotto certificato tramite la dicitura “Biologico” (60%), il logo UE a forma di foglia (28,7%) o i marchi degli enti certificatori (27,3%).

Il vero ostacolo? I prezzi 

Il costo elevato resta il principale freno all’acquisto: lo indicano sette consumatori su dieci tra quelli che non comprano bio. A pesare è anche la mancanza di informazioni trasparenti e accessibili, che alimenta incertezza e scetticismo.
Per stringere un vero legame di fiducia, servono più comunicazione, chiarezza e strumenti educativi.