Sanità italiana, perché i cittadini si spostano verso quella privata?

Novanta giorni. È questo, più o meno, il tempo che molti italiani devono mettere in conto prima di riuscire a ottenere una prestazione dal servizio sanitario pubblico. Tre mesi di attesa che, quando la salute chiama, diventano un’eternità. A raccontarlo sono i dati di un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research, che fotografano un rapporto sempre più complicato tra cittadini e sanità.

Il risultato è impietoso: nel 2025 circa 26 milioni di persone hanno scelto la sanità privata, mentre 13,6 milioni hanno rinunciato almeno una volta a curarsi. Numeri che fanno rumore, soprattutto se si considera che solo il 23% degli italiani può contare su un’assicurazione sanitaria.

Il problema delle liste d’attesa infinite

Nel dettaglio, l’attesa media per una prestazione pubblica si aggira sugli 87 giorni, che diventano 91 nel Sud. Nel privato, invece, bastano 18 giorni, senza grandi differenze territoriali. La forbice si allarga ancora di più in alcune specialità: per una visita oculistica nel pubblico si arriva a 116 giorni, per una dermatologica a 118. Nel privato, si scende rispettivamente a 15 e 25 giorni.

E poi c’è il tema, sempre più frequente, delle liste chiuse. Quasi sette pazienti su dieci si sono sentiti dire almeno una volta che non c’era nemmeno la possibilità di prenotare.

Quanto costa curarsi subito

Saltare la fila, però, ha un costo. Una prestazione privata costa in media 325 euro. Si parte da poco più di 100 euro per le analisi del sangue, ma si superano facilmente i 700 euro quando si parla di cure odontoiatriche. Un conto salato che molti riescono a pagare solo grazie a un’assicurazione: circa 6 milioni di italiani nel 2025.

Ma la copertura non è uguale per tutti. Al Nord è diffusa quasi nel 29% dei casi, al Centro scende al 25%, mentre al Sud si ferma al 15%.

Quando curarsi significa indebitarsi

Per chi non è assicurato, spesso l’unica strada è il prestito. Secondo l’osservatorio Facile.it – Prestiti.it, nell’ultimo anno sono stati erogati circa 1,4 miliardi di euro in prestiti personali legati alle spese mediche. Dieci anni fa rappresentavano il 3,8% delle richieste totali, oggi sfiorano il 4,5%. Cambia anche l’importo: da quasi 8.000 euro medi nel 2015 a circa 5.800 nel 2025. Segno che non si finanziano più solo grandi interventi, ma cure sempre più comuni: dentista, esami diagnostici, visite urgenti.

Gli esperti di Facile.it lo spiegano chiaramente: dilazionare i pagamenti aiuta molte famiglie a non rimandare cure che, se trascurate, rischiano di diventare problemi più seri.

Rinunce e viaggi della speranza

Il dato più amaro resta quello delle rinunce. L’80% riguarda visite specialistiche, il 52% esami diagnostici, il 16% persino interventi chirurgici. Le cause? Attese troppo lunghe e costi troppo alti. E non tutti partono dallo stesso punto: al Centro-Sud rinuncia il 36% dei cittadini, al Nord il 29%.

A questo si aggiunge la migrazione sanitaria. Nell’ultimo anno 2,6 milioni di italiani hanno lasciato la propria regione per curarsi, scegliendo soprattutto Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Un viaggio che spesso non è una scelta, ma una necessità.

Quartieri e piccole città: che succede se i negozi chiudono?

Ci sono cambiamenti che non fanno notizia, ma rivoluzionano vite. Uno di questi è quando il negozio sotto casa abbassa la serranda per l’ultima volta. Da quel giorno, il quartiere non è più lo stesso: manca un presenza, un “luogo”.

Negli ultimi 13 anni in Italia è successo spesso: sono infatti scomparse oltre 130 mila attività del commercio al dettaglio. Oggi ne restano circa 645 mila, il 16% in meno rispetto al 2011.

Non è solo una questione di numeri

Il fenomeno si chiama desertificazione commerciale, ma ha un significato profondo oltre i tecnicismi della definizione. Significa meno servizi a portata di mano, strade più vuote, meno occasioni di incontro. È quello che emerge dallo studio “Il Valore della Reciprocità”, realizzato da Nomisma per l’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, che ha provato a capire cosa resta quando i negozi spariscono.

Nei quartieri e nei piccoli centri, la chiusura delle attività lascia dei buchi difficili da riempire. Non solo economici, ma sociali. Dove non c’è più commercio, spesso arriva il degrado. E la qualità della vita si abbassa.

La reciprocità, così semplice ma dimenticata

Il cuore della ricerca è racchiuso in una parola che sembra un po’ fuori moda: reciprocità. Fare qualcosa per il proprio territorio senza aspettarsi subito qualcosa in cambio. Secondo Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma, l’indagine condotta a inizio 2025 mostra che gli italiani capiscono bene questo principio. Sanno che funziona, che tiene insieme le comunità. Il problema è però metterlo in pratica.

Quando si parla di negozi di vicinato, gli italiani hanno le idee chiare. L’84% delle persone intervistate pensa che aiutino davvero l’economia locale. Per molti non sono solo posti dove fare la spesa: rendono le città più vive, più sicure, più umane. Il 72% riconosce anche un impatto sociale positivo, che va oltre il compare qualcosa.

Le criticità dei piccoli negozi

Certo, non è tutto rose e fiori. Nei piccoli negozi i prezzi sembrano più alti, la scelta a volte è limitata e cambiare abitudini non è facile.
Ma quando la qualità è la stessa, la maggioranza degli italiani è disposta a spendere qualcosa in più, soprattutto per prodotti freschi e specialità locali.

Piccoli gesti, grandi risultati

La ricerca dice anche altro: nove italiani su dieci considerano la reciprocità un valore importante. Fiducia, correttezza, senso di appartenenza sono parole che tornano spesso nelle risposte.

È vero, il tempo manca e ognuno ha le proprie preoccupazioni, ma quasi una persona su due pensa di impegnarsi di più per la propria comunità nei prossimi anni.

Commercio al dettaglio: i numeri di novembre 2025

Rispetto allo 2024, per il commercio al dettaglio il valore delle vendite risulta in crescita esclusivamente per la grande distribuzione e il commercio online. Quest’ultimo, in particolare, da marzo 2025 ha visto l’aumento più significativo.
A quanto risulta dai dati Istat, a novembre 2025 si rileva una crescita congiunturale delle vendite al dettaglio in valore e in volume. L’aumento riguarda sia i prodotti alimentari sia quelli non alimentari.

Nel trimestre settembre-novembre 2025, rispetto a quello precedente, le vendite risultano sostanzialmente stazionarie, con una lieve crescita in valore e un leggero calo in volume. Su base annua, a novembre le vendite aumentano in valore per entrambi i settori merceologici, alimentari e non alimentari, mentre in volume cresce solo il comparto non alimentare.

Lieve crescita congiunturale a valore e in volume per le vendite

Più in dettaglio, i dati Istat confermano che a novembre 2025, rispetto a ottobre, le vendite al dettaglio registrano una crescita sia in valore sia in volume, rispettivamente del +0,5% e del +0,6%.

L’aumento riguarda tanto i beni alimentari (+0,5% sia in valore sia in volume) quanto quelli non alimentari (+0,7% sia in valore sia in volume).
Nel trimestre settembre-novembre 2025, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio registrano invece un incremento in valore (+0,1%) ma una diminuzione in volume (-0,1%).

Alimentari +0,1% a valore, -0,2% in volume

A livello settoriale, le vendite dei beni alimentari vedono un lieve aumento in valore (+0,1%) e un calo in volume (-0,2%), mentre quelle dei beni non alimentari sono in aumento sia in valore sia in volume (rispettivamente +0,2% e +0,1%).

Su base tendenziale, a novembre 2025, le vendite al dettaglio registrano una crescita dell’1,3% in valore e dello 0,5% in volume.
Le vendite dei beni alimentari aumentano in valore (+1,3%) e calano in volume (-0,5%) mentre quelle dei beni non alimentari aumentano sia in valore (+1,4%) sia in volume (+1,1%).

Variazioni tendenziali positive per i beni non alimentari

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali prevalentemente positive tra i vari gruppi di prodotti. L’aumento maggiore riguarda i Prodotti di profumeria, cura della persona (+5,9%), mentre il calo più consistente si osserva per gli Altri prodotti (-0,4%).

Rispetto a novembre 2024, il valore delle vendite al dettaglio è in aumento per la Grande distribuzione (+2,1%) e il commercio elettronico (+8,3%), mentre registra una flessione per le imprese operanti su piccole superfici (-0,5%) e le vendite al di fuori dei negozi (-1,9%).

Animali domestici: in Italia sono 25 milioni e 500mila

Nel 2024 in Italia gli animali domestici sono circa 25 milioni e 500mila. Cani e gatti i più presenti, il 33,9% delle famiglie ne ospita almeno uno. In particolare, il 22,1% delle famiglie ha uno o più cani mentre il 17,4% uno o più gatti.
Nettamente inferiore la quota di famiglie che possiede pesci (3,2%), mentre circa il 6% ha altre specie di animali, soprattutto uccelli (1,5%) e tartarughe (1,3%).

Lo rileva l’Istat nel contesto dell’indagine “I Cittadini e il Tempo libero”: tra il 2015 e il 2024 le famiglie con animali domestici crescono dell’1,5%, arrivando a oltre 10 milioni.
A crescere è soprattutto la quota di famiglie con cani, più lieve l’aumento della quota di famiglie con gatti, in diminuzione quella con altri tipi di animali domestici.

Nei piccoli centri quasi il 30% ha un cane

Considerando l’ampiezza demografica dei Comuni, la presenza di animali domestici è meno frequente nei grandi centri urbani rispetto ai Comuni di dimensione minore.
Il massimo si tocca nei Comuni sotto 2mila abitanti, dove quasi una famiglia su due possiede animali domestici (47,7%).

Quest’evidenza territoriale è confermata anche riguardo gli animali domestici più diffusi nelle famiglie.
Nei piccoli centri il 29,4% delle famiglie possiede almeno un cane (vs 15,1% centri metropolitani). Analogamente, il 27,7% delle famiglie dei piccoli centri ha almeno un gatto (12,5% centri metropolitani).

Identikit delle famiglie con pet

Dal momento che il possesso di animali da compagnia può implicare anche un impegno di natura economica si registra una lieve associazione con le risorse economiche a disposizione della famiglia. La quota di famiglie con animali domestici è pari al 41,6% tra coloro che dichiarano ottime risorse economiche (37,7% totale).
Inoltre, la presenza di animali domestici cambia a seconda della tipologia della famiglia. Nel 2024 sono soprattutto i nuclei con figli grandi a ospitare in casa uno o più animali domestici, mentre tra le persone sole la presenza è in percentuale minore.

In particolare, accolgono in casa gli animali domestici soprattutto le coppie con figli di almeno 14 anni (51,2%), seguite dalle famiglie monogenitore con figli di almeno 14 anni (48,8%), e dalle coppie con figli minori di 14 anni (43,3%).

Chi se ne occupa? Le donne più degli uomini

Le donne mostrano una propensione maggiore per l’attività di cura, evidenziando uno scarto di circa il 6% rispetto agli uomini.
Il 26,6% delle donne, infatti, si occupa dei propri animali domestici con frequenza almeno settimanale, contro il 20,8% degli uomini.
Tale differenza è presente a tutte le età, tocca un massimo del 10% tra 45 e 64 anni e si annulla dai 65 anni in su.

La maggiore propensione delle donne a prendersi cura degli animali domestici si conferma anche considerando gli impegni lavorativi. Infatti, è pari al 33,8% la quota di donne occupate che si prende cura degli animali almeno una volta a settimana, contro il 22,3% degli uomini nella stessa condizione.

Tecnologie, l’Italia accelera su quelle emergenti

Nel mondo dell’innovazione, dove ogni mese sembra valere un anno, l’Italia sta vivendo una fase interessante. Le aziende si stanno rimboccando le maniche per capire come restare al passo e, possibilmente, giocare d’anticipo.

Non è un compito semplice, ma il nuovo rapporto Innovation Telescope – Zoom Italy di Indra Group prova a mettere un po’ d’ordine e a raccontare cosa sta davvero muovendo il settore IT nazionale.

L’intelligenza artificiale non è più in “prova”

Se fino a poco tempo fa l’IA sembrava una novità per pochi appassionati, oggi è entrata a gamba tesa nella vita delle aziende. Il rapporto dice che il 65 per cento delle organizzazioni italiane usa già l’IA generativa in modo stabile, almeno in una funzione interna. Non parliamo di fantascienza, ma di strumenti che fanno risparmiare tempo, soldi e, in molti casi, aiutano a prendere decisioni più sensate.

Sanità, scuola, industria manifatturiera, finanza: sono i settori dove questa piccola rivoluzione si vede di più. Merito anche della capacità, ormai diffusa, di leggere i dati in modo più intelligente.

Il calcolo quantistico: da tema da convegno a realtà

Poi c’è la questione del calcolo quantistico, una frontiera che fino a ieri sembrava quasi un esercizio teorico. E invece no: anche in Italia ci si sta muovendo. Università, centri di ricerca e aziende hanno iniziato a collaborare per capire come usare queste tecnologie in campi delicati come la sicurezza, la logistica o la simulazione di processi complessi.

Lo Stato ha messo sul piatto 227,4 milioni di euro con la Strategia Nazionale per le Tecnologie Quantistiche, e non è poco. Nel mondo, questo mercato potrebbe valere quasi 100 miliardi entro il 2035. Insomma, conviene esserci.

Robot, cloud e sicurezza: tre fronti in continuo cambiamento

Un’altra trasformazione riguarda la robotica, che non è più confinata alle fabbriche. I robot di nuova generazione stanno entrando in ospedali, centrali energetiche, uffici pubblici: macchine duttili, che imparano in fretta e possono affiancare le persone senza stravolgere l’ambiente di lavoro.
Anche il cloud sta vivendo un momento particolare. Molte imprese stanno tornando a guardare al private cloud, spinte sia dai costi crescenti dei servizi pubblici sia dal tema della sovranità digitale, che inizia a pesare sempre di più.

Sul fronte della sicurezza, inutile girarci attorno: con il digitale che avanza, aumentano anche i rischi. Le aziende stanno correndo ai ripari con modelli Zero Trust e sistemi basati su IA per individuare le minacce prima che si trasformino in problemi veri. E con i deepfake che ormai compaiono ovunque, cresce anche la necessità di strumenti più solidi per capire cosa è autentico e cosa no.

Lavorare con l’IA: una futuro già presente

Secondo le previsioni, entro un paio d’anni metà dei lavoratori d’ufficio italiani avrà accanto, in una forma o nell’altra, un supporto basato sull’IA. Realtà aumentata, piattaforme collaborative e analisi avanzata dei dati stanno cambiando il modo in cui ci si organizza, ci si confronta e si prendono decisioni. Oggi quasi otto aziende su dieci usano già strumenti intelligenti.

Come ricorda Erminio Polito, CEO di Indra Group Italia, siamo davanti a una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia in sé, ma la capacità delle organizzazioni di restare competitive e resilienti. E, in fondo, questo rapporto ci dice proprio questo: il futuro non va rincorso, va capito. E possibilmente anticipato.

Black Friday: gli italiani spenderanno 3 miliardi

Quest’anno, nei giorni del Black Friday, il 28 novembre, e del Cyber Monday, 1 dicembre, solo per gli elettrodomestici circa 13 milioni di italiani spenderanno in media 233 euro. Il che equivale a una previsione di spesa complessiva prossima a 3 miliardi di euro, poiché oltre a coloro che approfitteranno di queste giornate per acquistare uno o più elettrodomestici, circa 20 milioni decideranno in base agli sconti effettivamente disponibili.

Numeri di questo tipo fanno gola anche ai malintenzionati, ed è proprio in periodi caldi per lo shopping che si moltiplicano i tentativi di truffa. Infatti, secondo un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research lo scorso anno 2,8 milioni di italiani sono stati truffati o hanno subito un tentativo di frode mentre erano alle prese con lo shopping online.

Il budget a disposizione

In ogni caso, per i giorni del Black Friday 2025 il 51% del campione intervistato ha messo a budget fino a 1.000 euro e circa 80mila italiani fino a 10.000 euro.
Ma, sempre secondo l’indagine, addirittura 400mila italiani dichiarano di non sapere cosa siano Black Friday e Cyber Monday.

Per quanto riguarda coloro che invece compreranno nuovi elettrodomestici, oltre alla possibilità di risparmiare, quali sono le ragioni per cui approfitteranno delle giornate di sconti per acquistarli? In più di un caso su due (65%) perché si disferanno di un oggetto ‘troppo vecchio’ o eccessivamente energivoro (21%), mentre quasi 1,9 milioni di italiani vogliono sfruttare gli sconti per ampliare l’attrezzatura domestica, e 2,6 milioni intendono sostituire l’elettrodomestico semplicemente perché è rotto.

La top ten degli elettrodomestici più desiderati

Tra gli elettrodomestici che gli italiani vogliono comprare durante il Black Friday e il Cyber Monday al decimo posto si trova il forno, indicato dal 7,6% degli intervistati, preceduto da lavatrice (7,7%) e frigorifero (7,8%).

Al settimo posto, il forno a microonde’8,9%), mentre un gradino più in alto si trova il robot da cucina (10,4%). Quinto e quarto posto sono occupati, rispettivamente, dall’aspirapolvere (13,3%) e dal robot-aspirapolvere (13,5%), mentre sul podio, al terzo posto, la macchinetta del caffè (15,7%) e al secondo il televisore (15,8%). Vince il titolo di oggetto più desiderato per questo Black Friday la friggitrice ad aria; indicata dal 16,8%, circa 6 milioni di individui.

Verificare sempre lo sconto

Poiché alcune aziende gonfiano i prezzi pochi giorni prima che partano gli sconti, così da far sembrare il risparmio ancora più importante, prima di comprare è sempre bene verificare che il prezzo sia effettivamente scontato. Esistono diversi strumenti online che possono aiutare a monitorare i prezzi nel tempo.

E nessuna fretta. Quando si acquista online, è meglio prendersi sempre tutto il tempo necessario per fare le opportune verifiche, onde evitare gli acquisti “di pancia”. Spesso i malfattori cercano di prendere in contropiede i consumatori con super offerte in (finta) scadenza. Fare quindi attenzione: in quella fretta potrebbe nascondersi una truffa.

Lavoro: a novembre previste 443mila assunzioni


Il mercato del lavoro italiano si prepara ad affrontare l’ultima parte dell’anno con numeri importanti ma non privi di ombre.
Secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, le imprese prevedono quasi 443mila assunzioni nel mese di novembre e oltre 1,3 milioni entro gennaio 2026.

Una mole notevole, che però mostra una lieve frenata rispetto allo scorso anno: circa dodicimila posizioni in meno nel confronto mensile e ventiquattromila in meno su base trimestrale.

Domanda sì, candidati no

A pesare non è tanto la flessione della domanda, quanto l’ormai cronica difficoltà nel trovare i profili giusti. Quasi la metà delle posizioni ricercate – il 45,7% – rischia infatti di rimanere vacante. Le imprese parlano soprattutto di carenza di candidati, una sorta di “deserto” che rende complicato reperire le figure necessarie, e solo in parte di competenze insufficienti.

Agricoltura, industria e servizi: chi cerca di più

Nel settore primario, a novembre sono attesi circa 27mila ingressi che diventano 77mila guardando al trimestre. Le coltivazioni ad albero e quelle di campo guidano la richiesta, mentre crescono i servizi collegati all’agricoltura, segnale di una filiera che prova a innovarsi.

L’industria, nel complesso, mette sul piatto 118mila opportunità nel mese e oltre 350mila fino a gennaio. La meccatronica resta il motore principale, seguita dalla metallurgia e dal comparto alimentare. Bene anche le costruzioni, che continuano a manifestare una fame di manodopera non ancora sazia.
Nel terziario la domanda tocca livelli ancora più alti: 298mila contratti previsti a novembre e quasi 900mila nel trimestre. Turismo, commercio e servizi alla persona si confermano settori vivaci, nonostante i continui cambi di stagione economica.

Tipologie contrattuali e profili difficili da reperire

Il tempo determinato resta la formula più gettonata, seguito dai contratti stabili e dalla somministrazione.

Ma ciò che colpisce davvero è la lista delle figure difficili da reperire: dagli ingegneri agli analisti software, dai tecnici specializzati agli operatori estetici, fino ai meccanici e agli addetti delle lavorazioni tessili. In alcuni casi, come nei meccanici artigiani o nei conduttori di macchine agricole, le percentuali di irreperibilità superano il 70%.

Territori a confronto

Il Nord-Est rimane l’area dove il mismatch si fa più sentire: oltre la metà delle posizioni risulta complessa da coprire.

Seguono Nord-Ovest, Centro e Sud, con gradi di difficoltà via via inferiori ma comunque significativi.

Password rubate: 183 milioni a livello globale per 3,5 terabyte di dati

Lo riporta Forbes: ammontano a 183 milioni le password rubate dai criminali informatici a livello globale. L’incidente è avvenuto nel mese di aprile dell’anno in corso, ma è stato rivelato solo di recente dall’azienda di sicurezza informatica Synthiest. Si tratta di una quantità pari a 3,5 terabyte di dati, ovvero, 23 miliardi di righe di testo raccolte dagli hacker. L’elenco include gli indirizzi e-mail e le relative password utilizzati da decine di milioni di utenti per accedere a vari siti web, tra cui i servizi di posta elettronica di Gmail, Outlook e Yahoo Mail.

Gli utenti di Gmail, Outlook e altri servizi online farebbero bene a controllare i propri account dopo questa rivelazione. Ma come verificare se si è una delle vittime del furto?

Un database dove cercare se il proprio indirizzo è stato compromesso

In un post sul proprio blog Synthiest ha dichiarato di aver scoperto le password rubate nell’ultimo anno su alcuni forum ‘chiusi’ utilizzati dagli hacker. La società in seguito ha trasmesso i dati a Have I Been Pwned (HIBP), che gestisce un database di password rubate.

Poiché è probabile che molti utenti non siano a conoscenza del fatto che i loro account sono stati compromessi, per verificare se gli account sono stati rubati è possibile visitare il sito HIBP e inserire il proprio indirizzo di posta elettronica nell’elenco di ricerca.

Molte credenziali già divulgate sul canale Telegram ALIEN TXTBA

Il sito web Have I Been Pwned verificherà se l’indirizzo è presente o meno negli elenchi pubblicati dagli hacker. 

In ogni caso, a quanto sembra pare che molte di queste password fossero state precedentemente compromesse e ora stiano riemergendo, ha affermato Troy Hunt, proprietario di HIBP.
Hunt ha esaminato un campione di 94.000 indirizzi e-mail e ha scoperto che il 92% era già stato divulgato a partire dal mese di febbraio a un canale Telegram chiamato ALIEN TXTBA.

I consigli per rendere più difficile il furto

Giovanni D’Agata, presidente dello Sportello dei Diritti, raccomanda a chi scopre di essere stato hackerato di cambiare immediatamente le password. Se non lo si ha già fatto, è necessario attivare la verifica in due passaggi, che invia un codice al proprio telefono per consentire di accedere al proprio account.

È inoltre consigliabile non utilizzare la stessa password per servizi diversi, poiché violarne una permette ai malintenzionati di accedere automaticamente anche agli altri.
Gli esperti raccomandano poi di utilizzare password composte da almeno 16 caratteri, che dovrebbero includere lettere minuscole e maiuscole, simboli e numeri.

Quando l’IA impara dai social: uno studio lancia l’allarme

Le intelligenze artificiali oggi leggono e producono una quantità enorme di contenuti, molti dei quali passano dai social network. Ma cosa succede quando questi sistemi si nutrono di post virali e testi superficiali?

Una nuova ricerca condotta dall’Università del Texas ad Austin, insieme alla Texas A&M e alla Purdue University, avverte che i modelli linguistici possono subire una sorta di “declino cognitivo”, paragonabile a quello umano quando viene bombardato da contenuti di bassa qualità.

Cosa hanno scoperto i ricercatori

Lo studio ha analizzato due modelli open source molto utilizzati: Llama di Meta e Qwen di Alibaba. Gli studiosi li hanno esposti a una grande quantità di contenuti tipici dei social media: frasi sensazionalistiche, slogan accattivanti, “wow”, “non crederai a ciò che stai per vedere”. In poche parole, ciò che attira i clic, ma non arricchisce davvero.

Qual è stato il risultato? Da brividi, per certi versi: si è visto che anche per le AI diminuivano le capacità di ragionamento, la memoria peggiorava e i modelli hanno iniziato a rispondere in modo meno equilibrato e meno rispettoso delle regole etiche. Secondo altri indicatori, le risposte sono diventate più impulsive e più vicine a quelle che i ricercatori definiscono “tendenze psicopatiche”.

Un danno che non si cancella facilmente

L’aspetto più problematico è che, anche dopo un nuovo addestramento con dati di qualità, i modelli non hanno recuperato completamente le abilità iniziali. Una volta che “l’inquinamento informativo” entra nelle reti neurali, lasciando quella che gli scienziati chiamano una sorta di “brain tot”, ovvero il rimbambimento digitale”, non è poi così facile tornare indietro. 

Questo ricorda un fenomeno che riguarda anche gli esseri umani: l’effetto negativo che contenuti banali e manipolatori possono avere sulla nostra concentrazione e sul nostro pensiero critico. Non a caso, espressioni come “brain rot” hanno iniziato a circolare sempre più spesso online, fino a diventare parola dell’anno secondo Oxford Dictionary nel 2024.

Il rischio del circolo vizioso

Se l’IA crea contenuti pensati solo per ottenere interazioni, e questi contenuti tornano nuovamente nei dataset di addestramento, si genera una spirale difficile da fermare.
La qualità si abbassa progressivamente e, con essa, le capacità dei modelli.

Un monito per il futuro

“Non tutte le informazioni sono create per informare”, ha spiegato uno dei ricercatori, Junyuan Hong. Oggi l’obiettivo di molti contenuti è catturare l’attenzione più che trasmettere verità o conoscenza. Se l’intelligenza artificiale impara da materiali poveri, imparerà a sua volta ad essere povera.

Lo studio invita quindi a prestare molta più attenzione alla selezione dei dati e a evitare che le piattaforme social diventino la principale fonte di apprendimento tecnologico.

Riscaldamento al via: quanto ci costerà quest’inverno?

Inverno, ci fai un po’ paura. Non solo per l’arrivo dei primi freddi, ma anche perchè con l’accensione dei termosifoni si rischia di pagare bollette salate. Da metà ottobre in molte zone d’Italia si sono accesi i caloriferi. Ma quest’anno riscaldare casa sarà un po’ più caro.

Secondo l’ultima analisi di Facile.it, la spesa media per il gas nel 2025 sarà di circa 1.024 euro a famiglia, considerando le attuali tariffe del mercato libero.
Una cifra non indifferente, che spinge molti italiani a chiedersi come ridurre i consumi senza rinunciare al comfort. Gli esperti di Facile.it hanno raccolto alcuni consigli pratici per contenere la bolletta: semplici accorgimenti che, messi insieme, possono far risparmiare anche diverse centinaia di euro.

 Non serve esagerare con la temperatura

Spesso bastano piccoli gesti per fare la differenza. Tenere il riscaldamento un solo grado più basso permette di risparmiare fino a 100 euro l’anno. Anche ridurre di un’ora al giorno il tempo di accensione può tagliare altri 30-40 euro.

Chi dispone di valvole termostatiche, poi, può regolare il calore stanza per stanza e scaldare solo dove serve davvero.

Caldaia in forma e buone abitudini

Una caldaia ben tenuta consuma meno e dura di più. Il controllo dei fumi è obbligatorio, ma è buona norma fare una revisione completa almeno una volta l’anno, così da evitare guasti e sprechi.

Anche alcune attenzioni quotidiane possono aiutare: non coprire i termosifoni con tende o mobili, evitare di aprire troppo le finestre quando l’impianto è acceso e chiudere tapparelle e persiane la sera per trattenere il calore.

Investire oggi per risparmiare domani

Chi ha la possibilità di fare lavori in casa può puntare sull’efficienza energetica. Cappotto termico, isolamento del tetto o nuovi infissi sono interventi che possono ridurre i consumi fino al 20%.

Si tratta di spese importanti, ma nel 2025 è ancora disponibile il Bonus ristrutturazione, che permette di recuperare parte dei costi sostenuti.

Quando la tecnologia aiuta il portafoglio

Il termostato intelligente è ormai un alleato prezioso: regola automaticamente la temperatura in base alle condizioni meteo e si controlla anche da smartphone. In questo modo il riscaldamento si accende solo quando serve davvero.

Esistono anche centraline evolute che gestiscono l’intero impianto, evitando sprechi e mantenendo costante la temperatura.

Scegliere bene il fornitore di gas

Non tutti i contratti sono uguali. Le differenze tra le offerte del mercato libero possono arrivare fino al 34%, con scostamenti anche di 300 euro l’anno.
Vale quindi la pena confrontare le tariffe e, se necessario, cambiare fornitore. Il passaggio è gratuito, non comporta interruzioni e può portare un risparmio immediato in vista dell’inverno.