Italia 2025: tra stagnazione e opportunità — come il paese può rilanciare crescita e produttività

Negli ultimi anni l’economia italiana ha navigato tra segnali contrastanti: una crescita contenuta, un debito pubblico ancora molto elevato e segnali di ripresa in comparti chiave come il turismo e l’export manifatturiero. Questo articolo analizza lo stato attuale dell’economia italiana, evidenziando i dati più rilevanti, i settori che possono trainare la ripresa e le implicazioni future per imprese, istituzioni e cittadini.

Contesto
Il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano ha mostrato un’espansione modesta negli ultimi anni, con tassi di crescita annuali che si sono attestati su valori inferiori alla media europea. Il debito pubblico rimane uno degli elementi più critici: si mantiene su livelli molto elevati in rapporto al PIL, continuando a condizionare le scelte di politica fiscale. Allo stesso tempo, l’inflazione, dopo il picco post-pandemico e correlato alle pressioni energetiche, ha mostrato segni di attenuazione, restituendo margini di manovra per famiglie e imprese. Le PMI italiane, cuore pulsante del sistema produttivo, affrontano sfide legate a produttività, digitalizzazione e accesso al credito.

Analisi con dati ed esempi
Più nel dettaglio, la crescita economica italiana rimane fragile ma non assente. Le performance dell’export, spinte da settori come meccanica, moda e agroalimentare, hanno contribuito a sostenere il PIL. Il turismo ha recuperato quote importanti dopo la crisi pandemica, beneficiando del ritorno dei viaggi internazionali e di campagne promozionali mirate sulle destinazioni culturali e di lusso.

Dal lato della domanda interna, i consumi delle famiglie sono ancora condizionati dall’incertezza salariale e dall’aumento del costo della vita registrato negli anni precedenti; tuttavia, il calo graduale dell’inflazione ha migliorato il potere d’acquisto, seppure in modo disomogeneo tra le fasce di reddito. Il mercato del lavoro mostra segnali positivi nella creazione di posti di lavoro, ma persistono problemi strutturali come il mismatch di competenze e una partecipazione femminile e giovanile al mercato del lavoro inferiore alla media europea.

Le PMI affrontano tre fronti principali: digitalizzazione, transizione ecologica e accesso alla finanza. Molte imprese hanno approfittato delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per modernizzare impianti e adottare tecnologie Industry 4.0, ma la diffusione resta disomogenea sul territorio. Esempi virtuosi emergono in regioni come il Veneto e l’Emilia-Romagna, dove distretti industriali hanno combinato innovazione e reti di fornitura per migliorare competitività sui mercati esteri.

Anche il settore energetico fornisce spunti di sviluppo: l’accelerazione sulle rinnovabili e gli investimenti in efficienza energetica possono ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia e creare nuove filiere produttive. Tuttavia, la transizione richiede investimenti consistenti e tempi di adeguamento che devono essere sostenuti da politiche pubbliche chiare e coerenti.

Implicazioni future
Guardando avanti, le politiche economiche e le scelte aziendali definiranno se l’Italia potrà trasformare le sfide in opportunità. Tre leve risultano strategiche:

  • Investimenti in capitale umano: rafforzare formazione professionale e percorsi di upskilling per ridurre il mismatch di competenze e aumentare la produttività.
  • Sostegno alla digitalizzazione e all’innovazione delle PMI: semplificazione burocratica, incentivi mirati e infrastrutture digitali possono accelerare l’adozione di tecnologie che aumentano efficienza e apertura ai mercati globali.
  • Transizione verde sostenibile: politiche energetiche che promuovano rinnovabili, mobilità sostenibile e rigenerazione urbana possono creare occupazione e ridurre costi energetici strutturali.

In termini di politica fiscale, mantenere un equilibrio fra riduzione del debito e stimolo alla crescita sarà la sfida principale. Una strategia credibile di riduzione graduale del rapporto debito/PIL, accompagnata da investimenti pubblici produttivi, può migliorare la fiducia dei mercati senza soffocare la ripresa.

Per le imprese e gli investitori, il messaggio è chiaro: la competitività futura si giocherà sulla capacità di innovare, di integrare la sostenibilità nelle catene del valore e di attrarre competenze. Per le istituzioni, servono regole chiare, tempi rapidi di attuazione dei progetti e un focus sulla coesione territoriale per evitare che la ripresa resti frammentata.

In sintesi, l’economia italiana nel prossimo biennio potrebbe consolidare un percorso di crescita più solido se saprà combinare riforme strutturali, investimenti mirati e politiche industriali coerenti. Le premesse ci sono, ma la differenza la faranno tempismo, capacità di esecuzione e collaborazione tra pubblico e privato.

Il nuovo triangolo geopolitico: come reshoring, decoupling e politiche industriali rimodellano le catene del valore globali

Introduzione: il contesto globale e la spinta al ripensamento delle filiere

Negli ultimi tre anni la combinazione di pandemia, crisi energetica, tensioni geopolitiche e inflazione ha accelerato una tendenza che era già all’orizzonte: la ristrutturazione delle catene del valore globali. Le grandi economie — Stati Uniti, Cina ed Unione Europea — stanno ridefinendo strategie industriali, combinando incentivi al reshoring, misure di protezione strategica e investimenti mirati in settori chiave come semiconduttori, energie rinnovabili e veicoli elettrici. Questo “nuovo triangolo geopolitico” non solo influenza i flussi commerciali, ma impatta direttamente sulle scelte di aziende e governi, con ricadute forti sui paesi terzi e sulle economie locali.

Analisi: dati, esempi e dinamiche in atto

Le banche centrali e i governi hanno registrato che l’eccessiva dipendenza da fornitori concentrati in un’unica area aumenta vulnerabilità. Secondo dati recenti, la quota di produzione globale di semiconduttori nelle mani di Taiwan e Corea del Sud supera il 70% in alcune fasi della catena; per i materiali critici delle batterie la concentrazione è simile tra Cina e pochi altri paesi. Questo ha spinto Stati Uniti ed Unione Europea a lanciare pacchetti di incentivi: il CHIPS Act americano e il piano IPCEI (Important Projects of Common European Interest) europeo prevedono decine di miliardi destinati a fabbriche locali e ricerca.

Un caso esemplare è l’industria automobilistica: la transizione verso l’elettrico ha riaperto la partita sulle forniture di batterie e chip. Grandi produttori europei stanno stringendo accordi per stabilimenti in Europa o in paesi vicini, riducendo tempi e rischi di approvvigionamento. Allo stesso tempo, alcune imprese statunitensi hanno riportato parte della produzione nel Nord America, sfruttando incentivi fiscali e sovvenzioni. Questo fenomeno non è un ristagno ma una ricalibrazione: si parla sempre più di nearshoring — trasferimento di attività in paesi più prossimi geograficamente e politicamente — piuttosto che di una completa de-globalizzazione.

Le conseguenze per la Cina sono complesse. Da un lato Pechino intensifica investimenti in capacità tecnologica domestica e nell’intero ecosistema di fornitura; dall’altro cerca nuovi mercati e catene alternative in Asia, Africa e America Latina. Aziende multinazionali adottano strategie “dual supply” per bilanciare rischi politici e costi: mantenere capacità produttive in Cina ma sviluppare capacità ridondanti in altre aree.

Implicazioni per l’Italia e i paesi dell’UE

Per economie come l’Italia, che hanno una forte componente manifatturiera integrata nelle catene europee, il cambiamento può offrire opportunità e sfide. Opportunità perché investimenti in semiconduttori, batterie e produzione avanzata possono portare nuovi progetti e occupazione specializzata; sfide perché richiedono capacità di investimento, formazione e infrastrutture energetiche adeguate. Un esempio pratico: la richiesta di componenti per veicoli elettrici può stimolare fornitori italiani ad ampliare la produzione di parti meccaniche ed elettroniche, ma serviranno politiche industriali chiare e incentivi per attrarre investimenti in R&S.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni strategiche

Nel prossimo quinquennio si profila un mondo con catene del valore più resilienti ma anche più politicizzate. Le imprese dovranno mettere in conto costi iniziali più elevati per diversificare forniture e costruire capacità locali o regionali. Per i governi, la priorità sarà bilanciare protezione strategica e apertura commerciale: misure troppo protezionistiche possono aumentare i costi interni e rallentare l’innovazione, mentre l’assenza di politiche coordinate può lasciare le industrie nazionali indifese dinanzi alla competizione globale.

Per l’Italia e l’Europa le raccomandazioni pratiche sono chiare: investire in formazione tecnica per creare capitale umano qualificato; potenziare infrastrutture energetiche e digitali; facilitare l’accesso al credito per le PMI che vogliono salire nella catena del valore; e promuovere partenariati pubblico-privati per progetti strategici. Inoltre, politiche commerciali intelligenti dovranno accompagnare il reshoring con accordi multilaterali che riducano il rischio di frammentazione e costi aggiuntivi per i consumatori.

Conclusione: resilienza come nuovo paradigma

Il nuovo triangolo geopolitico ridisegna la geografia economica globale: non si tratta di un ritorno a economie chiuse, ma di una transizione verso filiere più resilienti, multilocali e politicamente consapevoli. Le nazioni e le imprese che sapranno combinare innovazione, investimento e cooperazione internazionale saranno meglio posizionate per beneficiare della riorganizzazione in atto. Per l’Italia, la sfida è trasformare questa dinamica in opportunità concreta, valorizzando il know-how manifatturiero e incentivando investimenti che guardino al futuro.

GreenLoop: come una startup italiana ha trasformato i rifiuti in valore e ridisegnato la filiera circolare

Nel vivace panorama delle startup italiane, GreenLoop ha attirato l’attenzione non tanto per l’idea — la circolarità dei materiali — quanto per la sua esecuzione: un modello B2B2C che trasforma scarti industriali in input certificati per l’industria della moda e dell’arredamento. Fondata a Milano nel 2018 da tre ingegneri ambientali e un ex buyer internazionale, GreenLoop è diventata in pochi anni un caso studio su come scala, partnership e misurazione dell’impatto possano convivere con una traiettoria di crescita sostenibile.

Contesto: la crisi delle materie prime e la spinta politica alla sostenibilità hanno creato un terreno fertile. L’Unione Europea ha imposto obiettivi di riciclo più ambiziosi e le aziende europee cercano fornitori che offrano materiali riciclati con qualità certificata. GreenLoop è entrata in questo spazio offrendo una piattaforma logistica e tecnologica che connette produttori di scarti a trasformatori e brand finali, aggiungendo servizi di qualità come la tracciabilità blockchain e test di performance dei materiali.

Analisi: il modello di business di GreenLoop si basa su tre leve. Prima, aggregazione della domanda: la startup ha stipulato accordi quadro con cinque grandi produttori tessili e due catene di arredamento che hanno garantito volumi minimi. Second, valore aggiunto tecnologico: un software proprietario ottimizza il mix di scarti, abbattendo i costi di processamento del 18–25% rispetto a soluzioni tradizionali. Terzo, certificazione e storytelling: GreenLoop vende non solo materia prima ma anche il certificato di riduzione di CO2 equivalente e una storia di supply chain tracciabile, elemento decisivo per brand attenti al marketing sostenibile.

Dati ed esempi concreti. Nel 2021 GreenLoop ha chiuso il primo round di seed raccogliendo 1,2 milioni di euro; nel 2023 ha completato una Serie A da 8 milioni guidata da fondi focalizzati sul climate tech. Il fatturato è cresciuto da 0,9 milioni nel 2020 a 5,1 milioni nel 2023 (+467%), con un margine operativo lordo che si è stabilizzato intorno al 12% grazie alle economie di scala e all’efficienza logistica. Sul fronte clienti, il 60% del fatturato proviene da contratti pluriennali con aziende medio-grandi, mentre il restante 40% da ordini spot e servizi di certificazione.

I numeri raccontano anche la capacità di impatto: GreenLoop stima di aver evitato l’immissione nell’ambiente di 8.500 tonnellate di rifiuti e di aver ridotto le emissioni di CO2 di circa 3.400 tonnellate nel biennio 2022–2023, grazie al sostituto di materie prime vergini. L’adozione di strumenti digitali per la tracciabilità ha inoltre ridotto le frodi e migliorato la compliance con le direttive europee sui prodotti.

Le sfide incontrate offrono lezioni pratiche. Primo, la qualità dei materiali riciclati è variabile: GreenLoop ha dovuto investire in laboratori di controllo e in partnership con centri di ricerca per garantire proprietà meccaniche e durabilità. Secondo, la logistica inversa rimane costosa: trasportare scarti frammentati richiede hub regionali e sinergie con operatori locali. Terzo, la domanda commerciale può essere ciclica; per mitigare il rischio la startup ha diversificato clienti e settori d’applicazione (edilizia leggera, automotive, packaging).

Implicazioni future: il caso GreenLoop suggerisce come l’innovazione nella circular economy non sia solo tecnologica ma organizzativa. Per scalare ulteriormente, la startup punta su tre direttrici strategiche: espansione geografica in Germania e Francia, sviluppo di materiali proprietari con proprietà tecniche superiori e il lancio di un servizio di “product-as-a-service” per alcuni clienti chiave che vogliono chiudere il cerchio del consumo. Sul piano finanziario, GreenLoop potrebbe diventare appetibile per corporate venture capital di grandi gruppi tessili o per fondi ESG interessati a solidi ritorni con impatto misurabile.

Per il sistema-paese, il modello dimostra che politiche industriali mirate (incentivi per hub di riciclo, semplificazione normativa per la certificazione dei materiali riciclati e sgravi per contratti di fornitura circolare) possono accelerare la nascita di filiere competitive. Le startup italiane che connettono tecnologia, logistica e mercato hanno un’opportunità concreta di diventare fornitori strategici per il tessuto industriale europeo.

In conclusione, GreenLoop è più di una storia di successo: è una mappa operativa su come trasformare limiti ambientali in vantaggi competitivi. Per gli imprenditori e i policymaker italiani la lezione è chiara: investire nella capacità di integrare supply chain esistenti, standardizzare la qualità e creare strumenti finanziari dedicati può trasformare la circolarità in valore economico sostenibile.

Lavoro e produttività in Italia: tra ripresa post-pandemia, contratti precari e sfida alla crescita

La ripresa economica italiana dopo le turbolenze degli ultimi anni mostra segnali positivi, ma il mercato del lavoro continua a scontare strutture che limitano la crescita della produttività e la stabilità occupazionale. Tra aumento dell’occupazione, diffusione di contratti a termine e una dinamica salariale contenuta, l’Italia affronta una fase cruciale per trasformare i guadagni ciclici in miglioramento strutturale.

Negli ultimi trimestri la disoccupazione si è attestata su livelli inferiori rispetto al picco pandemico, con un tasso complessivo intorno al 7–8% e un tasso di disoccupazione giovanile ancora elevate, vicino al 22–25%. Il recupero dell’occupazione è stato trainato soprattutto dai servizi e dal turismo, con il settore manifatturiero che mostra segnali di stabilizzazione ma fatica a tornare ai ritmi di produttività pre-2010. Parallelamente, la quota di contratti a termine e di forme contrattuali atipiche rimane superiore alla media europea, incidendo su consumi e investimenti delle famiglie.

Analisi e dati: la natura del recupero
I numeri raccontano una ripresa a due velocità. Da un lato, l’occupazione coincide con una maggiore partecipazione al lavoro delle donne e un lieve aumento dei salari nominali; dall’altro, la produttività per ora lavorata è cresciuta meno di quanto ci si aspettava, frenata da gap tecnologici e da investimenti insufficienti in capitale umano e digitale. Il debito pubblico rimane alto (intorno al 140–150% del Pil), condizionando margini di manovra fiscale e la capacità dello Stato di sostenere investimenti pubblici diretti.

Esempi concreti rendono l’idea: nel turismo il 2023–2024 ha visto stagioni migliori, con occupazione temporanea in aumento e ricavi che hanno recuperato quote importanti, ma la frammentazione contrattuale crea instabilità dei redditi stagionali. Nell’industria, PMI eccellenti recuperano ordini e innovano con l’automazione, mentre molte imprese di dimensione ridotta non riescono a investire in formazione e tecnologie 4.0. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha messo a disposizione risorse per digitalizzazione e transizione ecologica, ma l’efficacia dipende dalla capacità delle imprese di assorbire questi fondi e trasformarli in progetti produttivi.

Il ruolo dei contratti e il problema della qualità del lavoro
La diffusione di contratti a termine, part-time involontario e altre forme flessibili incide sulla qualità del lavoro. Un’alta incidenza di precarietà riduce gli incentivi all’investimento in formazione da parte dei lavoratori e limita il potere d’acquisto stabile delle famiglie. Questo si riflette sui consumi, sulla domanda interna e sulla propensione a investire delle imprese. In alcuni settori, la carenza di competenze specialistiche costringe le aziende ad assumere figure junior con contratti temporanei, incrementando i costi di turnover e perdendo opportunità di accumulo di capitale umano.

Implicazioni future e scenari possibili
Per trasformare la ripresa in crescita sostenibile l’Italia deve attivare una strategia integrata su più fronti. Primo: favorire investimenti privati in digitalizzazione e formazione continua, attraverso incentivi mirati e una semplificazione amministrativa che velocizzi l’uso dei fondi disponibili. Secondo: promuovere riforme del mercato del lavoro che incentivino la stabilità contrattuale senza ridurre flessibilità produttiva, ad esempio tramite incentivi alla conversione di contratti a termine in contratti stabili e meccanismi di formazione obbligatoria legati agli sgravi contributivi. Terzo: concentrate politiche industriali per le PMI, puntando su aggregazioni, internazionalizzazione e accesso al credito a condizioni favorevoli.

In un orizzonte di medio termine, una maggiore qualità dell’occupazione potrebbe generare un circolo virtuoso: salari più stabili alimentano consumi, consumi sostenuti incentivano gli investimenti, e investimenti mirati aumentano la produttività. Tuttavia, la capacità di farlo dipende anche da fattori esterni: evoluzione della domanda globale, tassi d’interesse e costi energetici. Per questo il dialogo tra imprese, sindacati e istituzioni è cruciale: servono politiche coordinate per migliorare le competenze, attrarre investimenti e sostenere la transizione green e digitale.

Conclusione
L’Italia ha recuperato terreno sul mercato del lavoro, ma il vero banco di prova sarà la trasformazione della qualità dell’occupazione e il riallineamento della produttività con le migliori pratiche europee. Interventi mirati su contratti, formazione e investimenti renderanno la crescita più inclusiva e resistente agli shock esterni. Il tempo delle misure temporanee sta lasciando spazio alla necessità di riforme strutturali che possano sostenere una crescita duratura.

Olimpiadi e spesa dei turisti: il primo bilancio economico del grande evento

Il weekend inaugurale dei Giochi di Milano Cortina 2026 non ha acceso solo torce e riflettori, ma anche registratori di cassa. Secondo i dati diffusi da Visa, partner tecnologico ufficiale dei pagamenti, il Nord Italia ha visto impennarsi l’arrivo di visitatori stranieri dotati di carte emesse fuori dall’Unione Europea: oltre il 60% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

Ancora più marcato l’effetto sugli acquisti, cresciuti di circa l’80% nelle città e nelle province coinvolte dall’evento.

Chi spende e quanto

A guidare la classifica della spesa sono i viaggiatori statunitensi, veri protagonisti di questa prima ondata olimpica, con un aumento annuo degli esborsi superiore al 120%. Subito dietro si fanno notare canadesi e svizzeri, mentre tra i visitatori europei i tedeschi rappresentano il gruppo più numeroso. Se si guarda allo scontrino medio, i turisti provenienti dalla Germania risultano quelli che spendono di più per singola visita, seguiti da cinesi e americani.

Numeri che arrivano dall’analisi dei flussi VisaNet elaborata da Visa Consulting & Analytics, e che raccontano un movimento economico tutt’altro che simbolico.

Milano e le montagne, due ritmi diversi

Nel cuore di Milano la crescita degli acquisti ha riguardato sia i visitatori internazionali, con un balzo vicino al 45%, sia gli italiani, aumentati di circa il 30%. Nelle località alpine come Cortina d’Ampezzo, invece, il motore principale della spesa sono stati gli stranieri extra europei, con incrementi che sfiorano il 95%.

Un segnale chiaro: l’attrazione internazionale dei Giochi funziona soprattutto nelle sedi sportive di montagna, dove si concentra il turismo legato alle gare.

Dove lo scontrino è più alto

Tra le categorie commerciali che hanno beneficiato maggiormente dell’afflusso olimpico spiccano abbigliamento e accessori, seguiti da ristorazione e servizi di trasporto. Non sorprende: chi viaggia per un grande evento tende a concedersi qualcosa in più, tra souvenir, cene fuori e spostamenti.

Anche i pagamenti contactless hanno registrato un forte incremento, salendo di quasi il 40% su base annua, segno che la tecnologia ormai accompagna ogni gesto quotidiano, dal caffè al biglietto del treno.

La macchina organizzativa dietro le quinte

Come ha spiegato Antony Cahill, l’effetto economico misurato nei primi giorni dimostra quanto i grandi eventi globali possano incidere sulle attività locali. Per sostenere questa mole di transazioni, è stata predisposta una rete dedicata capace di garantire l’accettazione dei pagamenti in circa 800 punti vendita distribuiti tra tredici sedi di gara e numerose location ufficiali.

Al di là delle medaglie, il dato più interessante è forse questo: quando il mondo arriva in città, non porta solo bandiere ma anche consumi, movimento e opportunità.

Logistica, il “cuore” dell’economia del Nord Ovest

C’è stato un tempo in cui la logistica era considerata poco più di un centro di costo. Magazzini, camion, consegne. Oggi quel tempo è finito. Nel Nord Ovest il 93% delle aziende la definisce strategica o comunque rilevante per il proprio business. Non è un dettaglio: è un cambio di mentalità profondo.

I numeri arrivano dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, presentati a Torino durante un incontro dedicato a innovazione, intelligenza artificiale e sostenibilità.

Un territorio che pesa (e si sente)

Il Nord Ovest non è solo una fetta di Italia: è un motore. Produce il 33% del PIL nazionale, il 38% dell’export e concentra il 35% degli occupati. In questo contesto la logistica conto terzi genera il 44% del fatturato nazionale del settore.

Dopo l’impennata del 2021-2022, il 2023 ha segnato una frenata, complice il ridimensionamento delle tariffe del trasporto internazionale. Poi una ripresa graduale, fino a stabilizzarsi nel 2025 attorno ai 50 miliardi di euro. Non fuochi d’artificio, ma una crescita solida. E in tempi incerti, la solidità vale oro.

Da funzione di supporto a leva strategica

La percezione è cambiata. Il 61% delle imprese considera oggi la logistica una leva strategica con impatto diretto sulle performance aziendali, il 32% la ritiene rilevante. Solo una minoranza la vede ancora come qualcosa di marginale.

Non è un caso se l’outsourcing è cresciuto: in Italia si è passati dal 36,4% del 2009 a circa il 43% nel 2023. Nel Nord Ovest il 71% delle aziende affida all’esterno le attività tradizionali e il 12% include servizi a valore aggiunto. La parola chiave è flessibilità. In un mercato che cambia velocemente, poter adattare costi e servizi fa la differenza. E riduce i rischi.

L’intelligenza artificiale entra in magazzino

Un dato su tutti: il 30% delle aziende ha già adottato soluzioni di intelligenza artificiale nella logistica e nella supply chain. E l’81% di queste parla di benefici concreti.

Non si tratta solo di automatizzare, ma di lavorare meglio. Solo l’11% punta a sostituire il lavoro umano; la maggior parte usa l’AI per potenziare competenze e processi. Previsioni di domanda più accurate, gestione delle scorte più efficiente, servizi più puntuali. L’innovazione, quando funziona, si vede.

La sfida verde

C’è poi la sostenibilità. Un’azienda su cinque la considera una priorità strategica. Gli investimenti riguardano illuminazione, impianti, gestione dei materiali e infrastrutture per la mobilità sostenibile all’interno dei siti logistici, già diffuse nel 45% dei casi nel 2025.

Ma la tecnologia, da sola, non basta. Servono competenze, collaborazione lungo la filiera, una visione condivisa. In fondo è questo il punto: la logistica non è più solo movimento di merci. È organizzazione, visione, capacità di reagire. È il sistema nervoso dell’economia. E nel Nord Ovest, oggi, pulsa più forte che mai.

Sanità italiana, perché i cittadini si spostano verso quella privata?

Novanta giorni. È questo, più o meno, il tempo che molti italiani devono mettere in conto prima di riuscire a ottenere una prestazione dal servizio sanitario pubblico. Tre mesi di attesa che, quando la salute chiama, diventano un’eternità. A raccontarlo sono i dati di un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research, che fotografano un rapporto sempre più complicato tra cittadini e sanità.

Il risultato è impietoso: nel 2025 circa 26 milioni di persone hanno scelto la sanità privata, mentre 13,6 milioni hanno rinunciato almeno una volta a curarsi. Numeri che fanno rumore, soprattutto se si considera che solo il 23% degli italiani può contare su un’assicurazione sanitaria.

Il problema delle liste d’attesa infinite

Nel dettaglio, l’attesa media per una prestazione pubblica si aggira sugli 87 giorni, che diventano 91 nel Sud. Nel privato, invece, bastano 18 giorni, senza grandi differenze territoriali. La forbice si allarga ancora di più in alcune specialità: per una visita oculistica nel pubblico si arriva a 116 giorni, per una dermatologica a 118. Nel privato, si scende rispettivamente a 15 e 25 giorni.

E poi c’è il tema, sempre più frequente, delle liste chiuse. Quasi sette pazienti su dieci si sono sentiti dire almeno una volta che non c’era nemmeno la possibilità di prenotare.

Quanto costa curarsi subito

Saltare la fila, però, ha un costo. Una prestazione privata costa in media 325 euro. Si parte da poco più di 100 euro per le analisi del sangue, ma si superano facilmente i 700 euro quando si parla di cure odontoiatriche. Un conto salato che molti riescono a pagare solo grazie a un’assicurazione: circa 6 milioni di italiani nel 2025.

Ma la copertura non è uguale per tutti. Al Nord è diffusa quasi nel 29% dei casi, al Centro scende al 25%, mentre al Sud si ferma al 15%.

Quando curarsi significa indebitarsi

Per chi non è assicurato, spesso l’unica strada è il prestito. Secondo l’osservatorio Facile.it – Prestiti.it, nell’ultimo anno sono stati erogati circa 1,4 miliardi di euro in prestiti personali legati alle spese mediche. Dieci anni fa rappresentavano il 3,8% delle richieste totali, oggi sfiorano il 4,5%. Cambia anche l’importo: da quasi 8.000 euro medi nel 2015 a circa 5.800 nel 2025. Segno che non si finanziano più solo grandi interventi, ma cure sempre più comuni: dentista, esami diagnostici, visite urgenti.

Gli esperti di Facile.it lo spiegano chiaramente: dilazionare i pagamenti aiuta molte famiglie a non rimandare cure che, se trascurate, rischiano di diventare problemi più seri.

Rinunce e viaggi della speranza

Il dato più amaro resta quello delle rinunce. L’80% riguarda visite specialistiche, il 52% esami diagnostici, il 16% persino interventi chirurgici. Le cause? Attese troppo lunghe e costi troppo alti. E non tutti partono dallo stesso punto: al Centro-Sud rinuncia il 36% dei cittadini, al Nord il 29%.

A questo si aggiunge la migrazione sanitaria. Nell’ultimo anno 2,6 milioni di italiani hanno lasciato la propria regione per curarsi, scegliendo soprattutto Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Un viaggio che spesso non è una scelta, ma una necessità.

Quartieri e piccole città: che succede se i negozi chiudono?

Ci sono cambiamenti che non fanno notizia, ma rivoluzionano vite. Uno di questi è quando il negozio sotto casa abbassa la serranda per l’ultima volta. Da quel giorno, il quartiere non è più lo stesso: manca un presenza, un “luogo”.

Negli ultimi 13 anni in Italia è successo spesso: sono infatti scomparse oltre 130 mila attività del commercio al dettaglio. Oggi ne restano circa 645 mila, il 16% in meno rispetto al 2011.

Non è solo una questione di numeri

Il fenomeno si chiama desertificazione commerciale, ma ha un significato profondo oltre i tecnicismi della definizione. Significa meno servizi a portata di mano, strade più vuote, meno occasioni di incontro. È quello che emerge dallo studio “Il Valore della Reciprocità”, realizzato da Nomisma per l’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, che ha provato a capire cosa resta quando i negozi spariscono.

Nei quartieri e nei piccoli centri, la chiusura delle attività lascia dei buchi difficili da riempire. Non solo economici, ma sociali. Dove non c’è più commercio, spesso arriva il degrado. E la qualità della vita si abbassa.

La reciprocità, così semplice ma dimenticata

Il cuore della ricerca è racchiuso in una parola che sembra un po’ fuori moda: reciprocità. Fare qualcosa per il proprio territorio senza aspettarsi subito qualcosa in cambio. Secondo Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma, l’indagine condotta a inizio 2025 mostra che gli italiani capiscono bene questo principio. Sanno che funziona, che tiene insieme le comunità. Il problema è però metterlo in pratica.

Quando si parla di negozi di vicinato, gli italiani hanno le idee chiare. L’84% delle persone intervistate pensa che aiutino davvero l’economia locale. Per molti non sono solo posti dove fare la spesa: rendono le città più vive, più sicure, più umane. Il 72% riconosce anche un impatto sociale positivo, che va oltre il compare qualcosa.

Le criticità dei piccoli negozi

Certo, non è tutto rose e fiori. Nei piccoli negozi i prezzi sembrano più alti, la scelta a volte è limitata e cambiare abitudini non è facile.
Ma quando la qualità è la stessa, la maggioranza degli italiani è disposta a spendere qualcosa in più, soprattutto per prodotti freschi e specialità locali.

Piccoli gesti, grandi risultati

La ricerca dice anche altro: nove italiani su dieci considerano la reciprocità un valore importante. Fiducia, correttezza, senso di appartenenza sono parole che tornano spesso nelle risposte.

È vero, il tempo manca e ognuno ha le proprie preoccupazioni, ma quasi una persona su due pensa di impegnarsi di più per la propria comunità nei prossimi anni.

Commercio al dettaglio: i numeri di novembre 2025

Rispetto allo 2024, per il commercio al dettaglio il valore delle vendite risulta in crescita esclusivamente per la grande distribuzione e il commercio online. Quest’ultimo, in particolare, da marzo 2025 ha visto l’aumento più significativo.
A quanto risulta dai dati Istat, a novembre 2025 si rileva una crescita congiunturale delle vendite al dettaglio in valore e in volume. L’aumento riguarda sia i prodotti alimentari sia quelli non alimentari.

Nel trimestre settembre-novembre 2025, rispetto a quello precedente, le vendite risultano sostanzialmente stazionarie, con una lieve crescita in valore e un leggero calo in volume. Su base annua, a novembre le vendite aumentano in valore per entrambi i settori merceologici, alimentari e non alimentari, mentre in volume cresce solo il comparto non alimentare.

Lieve crescita congiunturale a valore e in volume per le vendite

Più in dettaglio, i dati Istat confermano che a novembre 2025, rispetto a ottobre, le vendite al dettaglio registrano una crescita sia in valore sia in volume, rispettivamente del +0,5% e del +0,6%.

L’aumento riguarda tanto i beni alimentari (+0,5% sia in valore sia in volume) quanto quelli non alimentari (+0,7% sia in valore sia in volume).
Nel trimestre settembre-novembre 2025, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio registrano invece un incremento in valore (+0,1%) ma una diminuzione in volume (-0,1%).

Alimentari +0,1% a valore, -0,2% in volume

A livello settoriale, le vendite dei beni alimentari vedono un lieve aumento in valore (+0,1%) e un calo in volume (-0,2%), mentre quelle dei beni non alimentari sono in aumento sia in valore sia in volume (rispettivamente +0,2% e +0,1%).

Su base tendenziale, a novembre 2025, le vendite al dettaglio registrano una crescita dell’1,3% in valore e dello 0,5% in volume.
Le vendite dei beni alimentari aumentano in valore (+1,3%) e calano in volume (-0,5%) mentre quelle dei beni non alimentari aumentano sia in valore (+1,4%) sia in volume (+1,1%).

Variazioni tendenziali positive per i beni non alimentari

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali prevalentemente positive tra i vari gruppi di prodotti. L’aumento maggiore riguarda i Prodotti di profumeria, cura della persona (+5,9%), mentre il calo più consistente si osserva per gli Altri prodotti (-0,4%).

Rispetto a novembre 2024, il valore delle vendite al dettaglio è in aumento per la Grande distribuzione (+2,1%) e il commercio elettronico (+8,3%), mentre registra una flessione per le imprese operanti su piccole superfici (-0,5%) e le vendite al di fuori dei negozi (-1,9%).

Animali domestici: in Italia sono 25 milioni e 500mila

Nel 2024 in Italia gli animali domestici sono circa 25 milioni e 500mila. Cani e gatti i più presenti, il 33,9% delle famiglie ne ospita almeno uno. In particolare, il 22,1% delle famiglie ha uno o più cani mentre il 17,4% uno o più gatti.
Nettamente inferiore la quota di famiglie che possiede pesci (3,2%), mentre circa il 6% ha altre specie di animali, soprattutto uccelli (1,5%) e tartarughe (1,3%).

Lo rileva l’Istat nel contesto dell’indagine “I Cittadini e il Tempo libero”: tra il 2015 e il 2024 le famiglie con animali domestici crescono dell’1,5%, arrivando a oltre 10 milioni.
A crescere è soprattutto la quota di famiglie con cani, più lieve l’aumento della quota di famiglie con gatti, in diminuzione quella con altri tipi di animali domestici.

Nei piccoli centri quasi il 30% ha un cane

Considerando l’ampiezza demografica dei Comuni, la presenza di animali domestici è meno frequente nei grandi centri urbani rispetto ai Comuni di dimensione minore.
Il massimo si tocca nei Comuni sotto 2mila abitanti, dove quasi una famiglia su due possiede animali domestici (47,7%).

Quest’evidenza territoriale è confermata anche riguardo gli animali domestici più diffusi nelle famiglie.
Nei piccoli centri il 29,4% delle famiglie possiede almeno un cane (vs 15,1% centri metropolitani). Analogamente, il 27,7% delle famiglie dei piccoli centri ha almeno un gatto (12,5% centri metropolitani).

Identikit delle famiglie con pet

Dal momento che il possesso di animali da compagnia può implicare anche un impegno di natura economica si registra una lieve associazione con le risorse economiche a disposizione della famiglia. La quota di famiglie con animali domestici è pari al 41,6% tra coloro che dichiarano ottime risorse economiche (37,7% totale).
Inoltre, la presenza di animali domestici cambia a seconda della tipologia della famiglia. Nel 2024 sono soprattutto i nuclei con figli grandi a ospitare in casa uno o più animali domestici, mentre tra le persone sole la presenza è in percentuale minore.

In particolare, accolgono in casa gli animali domestici soprattutto le coppie con figli di almeno 14 anni (51,2%), seguite dalle famiglie monogenitore con figli di almeno 14 anni (48,8%), e dalle coppie con figli minori di 14 anni (43,3%).

Chi se ne occupa? Le donne più degli uomini

Le donne mostrano una propensione maggiore per l’attività di cura, evidenziando uno scarto di circa il 6% rispetto agli uomini.
Il 26,6% delle donne, infatti, si occupa dei propri animali domestici con frequenza almeno settimanale, contro il 20,8% degli uomini.
Tale differenza è presente a tutte le età, tocca un massimo del 10% tra 45 e 64 anni e si annulla dai 65 anni in su.

La maggiore propensione delle donne a prendersi cura degli animali domestici si conferma anche considerando gli impegni lavorativi. Infatti, è pari al 33,8% la quota di donne occupate che si prende cura degli animali almeno una volta a settimana, contro il 22,3% degli uomini nella stessa condizione.