Milano e provincia, ottimo andamento per il mercato immobiliare

Il Covid-19 non ha fermato la corsa di Milano, almeno per quanto riguarda il mercato immobiliare, che è più dinamico che mai. A scattare la fotografia di un comparto in ottima salute è l’analisi “Rilevazione dei prezzi degli Immobili sulla piazza di Milano e Provincia”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, in collaborazione con FIMAA Milano Lodi Monza Brianza, Assimpredil ANCE Milano Lodi Monza e Brianza, Fiaip Lombardia, Anama Milano, ISIVI Milano, Ordine dei Geometri della Provincia di Milano e altre associazioni di categoria e ordini professionali del settore. Dal rapporto si scopre che il prezzo medio di una casa nuova in città è di 5.798 euro al mq, con una variazione positiva di +1,54% in un anno. La media in centro è di 10.141 euro al mq rispetto a 10.228 euro al mq del 2020, segnando una leggera flessione -0,85%. Nella zona nord, i prezzi passano da 4.335 euro al mq a 4.464 €/mq, +2,976%. Nel quadrante est la variazione più significativa con quotazioni che crescono a +3,07%. Nella zona ovest si passa da 5.177 €/mq a 5.307 €/mq, +2,51%. In crescita anche la zona sud, da 4.104 €/mq a 4.229 €/mq, con un incremento dei prezzi pari a +3,04%.

Un territorio premiato dalla resilienza

Tra i meriti di questo exploit, c’è una caratteristica tutta lombarda. “La resilienza di Milano non si è fatta attendere – afferma Andrea Marietti, Vicepresidente Commissione Prezzi Immobili della Camera di commercio. Se nel 2020 il leggero calo delle transazioni era stato compensato da una contenuta crescita dei prezzi, constatiamo oggi che il desiderio dei milanesi di case moderne, efficienti e salubri ha fatto decollare il mercato con numeri importanti, sia per quantità che per valori. Si consolida la riqualificazione delle periferie e anche la crescita della provincia, che finalmente trae vantaggio dall’energia della città. Anche il mercato della locazione sta riassorbendo lo sfitto ed i canoni stanno ritornando vicini a quelli pre-pandemia. Va poi detto che la Commissione Prezzi della Camera di commercio ha allargato la sua base di rilevazione, con l’importante apporto dei dati forniti da Assimpredil-Ance sulle case di nuova costruzione.”

I quartieri più appetibili

Tra i quartieri che crescono di più, si collocano ai  primo posti i quartieri Pacini -Ponzio che segnano un incremento del 10,90% con quotazioni a 4.325 €/mq; bene anche Ripamonti e Vigentino con incrementi del 7,86% a quota 3.775 €/mq; Gallaratese e Trenno valgono 2.950 €/mq con aumento del 7,27%; oltre al 6% le crescite anche per Axum, San Carlo, Gioia, Baiamonti, Lagosta, stazione Garibaldi. 

In quali settori viene adoperata l’aria compressa per la produzione?

Tanti prodotti sempre presenti nella tua nostra vita di tutti i giorni esistono grazie anche al lavoro effettuato da un compressore d’aria industriale che fornisce la sua energia ed il suo lavoro per consentire di ottenere tale risultato finale.

Sebbene sul mercato sia presente un’ampia varietà di compressori  industriali usati e nuovi, la scelta del dispositivo ideale dipenderà principalmente dal tipo di settore cui è destinato e dalla qualità dell’aria compressa richiesta, che si basa sui noti standard internazionali di qualità. Ecco alcuni dei settori in cui i compressori industriali sono particolarmente utilizzati:

  • Settore tessile: Alcuni dei compressori più utilizzati in questo settore sono dei  compressori “oil-free” per processi sensibili come filatura, tessitura, tintura e testurizzazione, e compressori a iniezione d’olio a velocità fissa o variabile per processi che comunque non entrano in contatto con il prodotto finale.
  • Settore farmaceutico: questo settore richiede i più elevati standard di qualità, ed  i compressori d’aria “oil-free” sono i dispositivi più utilizzati in questo settore in processi come l’essiccazione, il confezionamento di medicinali e in altri processi ancora come ad esempio il trasporto pneumatico.
  • Settore automobilistico: per l’assemblaggio dei veicoli, i compressori più comunemente usati in questo settore sono i compressori d’aria a iniezione d’olio fino a 40 HP. Per finiture più precise, a volte vengono utilizzati compressori “oil-free” per le vernici spray.
  • Settore produzione carta e cellulosa: i compressori più utilizzati in questo settore sono  compressori a iniezione d’olio ad alta potenza (tra i 100 HP ed i 420 HP) e anche compressori “oil-free”, i quali sono essenziali per prodotti per l’igiene, pannolini per bambini e fazzoletti, tra gli altri prodotti.
  • Settore alimentare: l’industria alimentare richiede elevati livelli di purezza dell’aria. La presenza di olio nel processo di compressione può portare a prodotti contaminati che influiscono sulla qualità del prodotto finale e vanno a mettere in pericolo il consumatore, nonchè influiscono sulla reputazione dell’azienda produttrice. Pertanto, anche in questo caso si utilizzano compressori “oil-free”. Per qualsiasi altro processo che non sia a contatto con il prodotto finale, possono essere utilizzati compressori ad iniezione d’olio da 3HP a 420HP.

Cos’è la Classe Zero?

La presenza di olio nell’aria compressa è il principale parametro di qualità utilizzato dalle industrie. Si tratta di una classificazione internazionale che negli anni è cresciuta di importanza.

La norma ISO 8573-1 offre certificazioni suddivise in varie classi che si differenziano in base alla concentrazione di olio nell’aria. L’attuale Classe Zero  è conosciuta come lo standard più elevato per quel che riguarda la purezza dell’aria compressa.

Compressore industriale a iniezione o “oil-free”: quale scegliere?

I compressori “oil-free” sono stati progettati per applicazioni in cui il prodotto finale non può avere alcun tipo di contatto fisico con la rete dell’aria compressa e/o con il prodotto finale.

Con un compressore “oil-free” si riduce notevolmente l’utilizzo dei filtri dell’aria, così come l’utilizzo di pezzi di ricambio, ci sono minori perdite di carico in linea e una maggiore operatività senza interruzioni, ovvero  l’attrezzatura ha bisogno di meno tempo per i tempi di fermo dovuti alla manutenzione. Oggi sul mercato sono presenti diversi modelli di compressori “oil-free”, ciascuno adatto a risolvere necessità specifiche.

Chiaramente, se le operazioni che effettui con l’aria compressa non coinvolgono in maniera diretta il prodotto finale o comunque la presenza d’olio non va ad intaccarne la qualità, puoi avere tutta la tranquillità del sapere che puoi utilizzare un compressore d’aria ad iniezione d’olio .

Assicurati ad ogni modo di includere i filtri di linea per migliorare la qualità dell’aria compressa in base al tipo di utilizzo che intendi farne.

La nuova transizione digitale post-pandemia investe la PA e l’informazione

Nel futuro, basta con file e richieste su carta stampata, largo a servizi e app per ottenere certificati e documenti con un clic. È questo il desiderio del 38,1% degli italiani. La PA digitale, infatti, è considerata irrinunciabile anche dopo la pandemia, ma anche e-commerce (29,9%), conto corrente online (24,3%) e home delivery (24,2%). Per il 20,2% invece è lo smart working a essere intoccabile, un dato che sale al 28,6% tra i 30-44enni. Insomma, la pandemia ha costituito un fattore di accelerazione del paradigma biomediatico, prefigurando l’alba di una nuova transizione digitale. Se poi il 48,7% ha già attivato lo Spid i divari sociali e territoriali pesano ancora: le percentuali più elevate si registrano nelle grandi aree metropolitane (59,5%) e tra le persone dotate di titoli di studio più alti (61,6%), mentre i picchi più bassi si riscontrano al Sud (40,2%) e tra gli anziani (32,1%).
Si tratta di alcuni risultati del 17° Rapporto sulla comunicazione del Censis, dal titolo I media dopo la pandemia. 

La necessità di rimanere sempre connessi

Durante e dopo la pandemia le tecnologie digitali hanno garantito la continuità di molte attività, pubbliche e private. Per il 58,6% degli italiani i dispositivi digitali hanno permesso di provvedere alle proprie necessità e sono stati d’aiuto per mantenere le relazioni sociali (55,3%), o grazie a essi si è potuto continuare a lavorare o a studiare (55,2%). Però adesso più della metà (52,8%) si sente stanco dell’uso continuo dei dispositivi digitali e vorrebbe ‘staccare la spina’: i device rubano troppo tempo (32,2%), tanto che se il 31,5% avverte il bisogno di connettersi continuamente il 22,8% dichiara di non riuscire a disconnettersi mai.

L’informazione durante l’emergenza sanitaria  

Anche durante l’emergenza sanitaria i telegiornali hanno mantenuto la posizione di vertice tra le fonti informative (60,1%), un riferimento per i 65-80enni (73,2%), e per il 42,3% dei 14-29enni. Al secondo posto c’è Facebook (30,1%), poi i motori di ricerca come Google, (22,9%) e le tv all news (22,5%), cresciute del 2,9%. I quotidiani cartacei registrano invece l’11,7% di utenza (-5,8% rispetto al 2019) e i quotidiani online hanno incrementato la loro utenza del 12,5% (+1,1%).

Le notizie scientifiche superano la politica

Sicuramente la regina delle notizie nel palinsesto degli italiani resta la politica (39,7%), ma la voglia di approfondire le informazioni sul Covid-19 ha determinato un crescente interesse per le notizie di tipo scientifico, medico e tecnologico, salite nelle preferenze del 33,4% degli italiani, rispetto al 27,7% del 2019. Le opinioni sulla presenza sulla ribalta mediatica degli esperti nei campi della medicina è positivo per il 54,2%: sono stati indispensabili per ottenere indicazioni sui comportamenti corretti da adottare (15,5%) o utili per comprendere quello che accadeva (38,7%). I giudizi sono invece negativi per il 45,8%, in quanto virologi ed epidemiologi hanno creato confusione e disorientamento (34,4%), o sono stati addirittura dannosi, perché hanno provocato allarme (11,4%).

Denaro contante, -23% di users rispetto al 2020

La pandemia ha accelerato lo sviluppo e l’utilizzo dei sistemi contactless e mobile, spingendo verso un processo di innovazione sempre più orientato allo switch tra contante e strumenti digitali. Nonostante la profonda riduzione dei consumi, il numero dei pagamenti effettuati con strumenti diversi dal contante a livello nazionale è cresciuto del +1.5%. L’analisi dell’utilizzo dei diversi strumenti di pagamento per gli acquisti mette in luce una contrazione del ricorso al contante con tendenza alla sua ulteriore riduzione: il target dei Cash Lovers registra infatti un calo del -23% rispetto al 2020. É quanto emerge dalla 19° Edizione dell’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments curato da Assofin, Ipsos e Nomisma con il contributo di CRIF

Carte di credito, debito e prepagate

Nel 2020 il numero di carte di credito attive in Italia risultava pari a 15,3 milioni, con un valore delle transazioni effettuate che si attestava nell’ordine di 75,4 miliardi di euro, in netta riduzione rispetto all’anno precedente. Nel 2020 si riconferma invece l’utilizzo di carte di debito. Nonostante il crollo dei consumi il numero delle operazioni delle carte di debito ha registrato una lieve crescita rispetto al 2019 (+1.1%). Il 2020 però ha confermato anche l’ampio utilizzo delle carte prepagate. Nel 2020, infatti, l’Osservatorio ha registrato un ulteriore aumento delle carte in circolazione, con una variazione sul 2019 di oltre il 10%, confermando il successo di questa tipologia di strumento, favorita negli acquisti online.

Le carte opzione/rateali e il contactless

Aumenta l’offerta di carte opzione/rateali, che coprono quasi la metà delle carte di credito attive. Per tali carte, che vengono utilizzate prevalentemente a saldo (81% dei flussi), si rileva una debolezza dei flussi complessivamente movimentati nel corso del 2020, e nei primi 6 mesi del 2021 non si recuperano i livelli pre-Covid. I primi mesi del 2021 hanno poi evidenziato una crescita di oltre il 20% del possesso/presa di consapevolezza della funzionalità contactless. E anche l’utilizzo è in forte crescita: il 70% dei titolari di carte contactless ha utilizzato questa modalità di pagamento più di 2 volte al mese e la media di utilizzo mensile è di 3,7 volte.

Bacino potenziale di utilizzatori di m-payments: +10%

La pandemia ha imposto una forte accelerazione dell’e-commerce: oltre il 50% dei clienti analizzati compie più di 30 transazioni ogni mese. Il ricorso all’e-commerce, che nel 2020 ha registrato cambiamenti repentini e significativi, nei mesi recenti evidenzia una stabilizzazione delle abitudini, in parte con ritorni all’acquisto in-store, ma anche consolidando nuovi comportamenti di acquisto online. L’analisi delle dinamiche dei pagamenti da mobile (m-payments/smart payments) evidenzia poi consistenti evoluzioni: il 70% dei decisori li conosce (+10% rispetto al 2020 e + 37% rispetto al 2019). L’Osservatorio inoltre registra un bacino potenziale di users di m-payments in crescita del 10% rispetto al 2020 e del 33% rispetto al 2019.

Boom del cashless nel turismo e ristorazione, +46% in un anno

L’Osservatorio Turismo Cashless, realizzato da SumUp, la fintech del settore pagamenti digitali e soluzioni innovative cashless, ha analizzato le transazioni medie e il valore del transato medio per commerciante registrati durante i mesi estivi, ovvero dal 1 giugno al 15 agosto 2021, da hotel e altre strutture ricettive, operatori turistici, centri benessere, ma anche bar, club e ristoranti. E secondo gli analisti di SumUp, dopo essere diminuito dal 2019 al 2020 del 9%, il valore del transato medio dei commercianti che operano nei settori turismo e ristorazione nell’ultimo anno è cresciuto del 46%. Confrontando il 2021 con il 2019 per il valore delle transazioni digitali si osserva un aumento del 32%. Insomma, l’estate 2021 ha fatto registrare un vero e proprio boom nei pagamenti senza denaro contante proprio nei settori tra i più colpiti dalle conseguenze dell’emergenza sanitaria, quelli appunto del turismo e della ristorazione. 

Si abbassa lo scontrino medio per i pagamenti digitali

Se l’estate 2021 si è caratterizzata da una crescita massiccia del cashless nel settore del turismo e della ristorazione, stando ai dati diffusi dall’Osservatorio Turismo Cashless di SumUp, il valore del transato medio per commerciante è cresciuto più del 45% rispetto al 2020 e più del 30% rispetto al 2019, ovvero, durante la fase pre-Covid. Un trend che è avvalorato anche dalla crescita del numero medio di transazioni per esercente, pari a +71% tra il 2020 e il 2021. Secondo gli analisti si abbassa poi anche lo scontrino medio. Dalla spesa per il gelato a quella per l’ombrellone, i consumatori infatti pagano sempre più spesso senza ricorrere al denaro contante anche per piccole cifre. 

Cresce il numero medio di transazioni per esercente, +71%

Un trend confermato anche dal numero medio di transazioni per esercente: i dati SumUp mostrano infatti una crescita del 71% tra il 2020 e il 2021, mentre tra il 2019 e il 2021 l’aumento è del 113%, riporta Adnkronos. “I numeri del turismo si inseriscono perfettamente nell’ambito della rivoluzione digitale che ha caratterizzato il Paese negli ultimi due anni – ha commentato Umberto Zola, Country Growth Lead Italia di SumUp -, anche a causa della pandemia, e che ha avuto risvolti importanti soprattutto per quanto riguarda i pagamenti”.

Trieste, Livorno, Vibo Valentia le città più cashless 

Quanto alla distribuzione geografica del trend, precisa mixerplanet.com, l’Osservatorio evidenzia come, sebbene l’aumento delle transazioni digitali si sia manifestato da Nord a Sud lungo tutta la Penisola, esiste un podio delle città più cashless d’Italia. Al primo posto infatti compare Trieste, che lo scorso anno era al 25° posto della classifica, seguita da Livorno (l’anno scorso, al 45°) e Vibo Valentia, che quest’anno scala di tre posizioni la classifica delle città italiane più cashless.

Lo smart working è il nuovo “status quo” che ha cambiato il lavoro

Che si voglia chiamare remoto, ibrido, flessibile o dinamico, le aziende che vogliono essere competitive e attrarre talenti devono ripensare il classico posto di lavoro. Ma dopo più di un anno di smart working ora anche i lavoratori vogliono lavorare dove e quando preferiscono. È questo di fatto il nuovo status quo: una nuova definizione dello spazio lavorativo, in cui “si lavora ovunque ci si trovi”. E l’obiettivo per gli imprenditori non è più gestire un team che lavori da remoto, ma costruire un’esperienza lavorativa con al centro la persona.  È quanto emerge dalla ricerca rilasciata da Okta, dal titolo Il futuro dello smart working, condotta da Censuswide negli ultimi 14 mesi, tramite interviste a oltre 1000 dipendenti e manager italiani.

Dinamiche ormai lontane dalle otto ore lavorative trascorse in ufficio

La produttività però rimane la sfida principale, così come la collaborazione e gli aspetti di sicurezza informatica. Le aziende devono affrontare aspetti critici inerenti infrastrutture tecniche e di sicurezza per supportare una forza lavoro distribuita geograficamente, oltre ad allestire gli uffici fisici in modo nuovo. Dalla ricerca Okta emerge una chiara certezza: nessun posto di lavoro va bene per tutti, non più. Le aziende, quindi, devono adeguarsi. Ne risulta un quadro in cui la pandemia ha rivoluzionato le dinamiche del lavoro, lontane ormai dalle otto ore lavorative trascorse in ufficio, che continueranno a evolvere anche dopo lo stato d’emergenza.

Vince il lavoro ibrido, mix tra smart working e lavoro in presenza

Secondo il sondaggio, solo il 22% degli intervistati italiani preferirebbe tornare in ufficio a tempo pieno, ovvero 5 giorni a settimana. La modalità preferita è il lavoro ibrido, un mix tra smart working e lavoro in presenza, scelto dal 42% (di cui il 46% uomini e il 36% donne). Solo il 20% degli uomini italiani sarebbe felice di lavorare da casa per sempre, rispetto al 14% delle donne. Avendone la possibilità grazie allo smart working, ben il 53% dei più giovani, nella fascia 16-34 anni, si trasferirebbe altrove, percentuale che crolla al 18% sopra il 55 anni. In generale, il 62% degli impiegati italiani sceglierebbe di rimanere esattamente dov’è, di cui il 44% per rimanere vicino alla famiglia.

Aziende impreparate a gestire la sicurezza informatica 

Analogamente, gli orari di lavoro tradizionali sembrano essere più apprezzati dai senior. Il 52% degli over 55 vorrebbe infatti lavorare negli orari canonici, mentre il 66% dei giovani, tra i 25 e 34 anni, preferirebbe non avere orari di lavoro fissi e la possibilità di decidere quando lavorare. 
Permettere alle persone di lavorare ovunque e a qualsiasi orario, tuttavia, comporta una sfida considerevole in termini di sicurezza informatica. Oggi, infatti, molte imprese italiane sono impreparate. Il 39% utilizza le sole password, e solo il 28% si affida ad altre soluzioni di sicurezza sicure, come l’autenticazione multi-fattore, e solo il 13% usa i dati biometrici.  Insomma, dopo aver acceso i fari sullo smart working, la pandemia ne sta mostrando le debolezze. Ma nel rientro al lavoro post Covid ci saranno anche numerose opportunità di miglioramento. 

L’impatto della pandemia su giovani e bambini

Quasi quattro persone su dieci in 29 Paesi del mondo pensano che il peggioramento della salute mentale e del benessere di giovani e bambini sarà un effetto collaterale della pandemia. Secondo un sondaggio Ipsos la perdita di concentrazione e attenzione è ritenuto uno dei problemi maggiori dal 41% degli intervistati, e in Italia il 39% dei cittadini ritiene che la principale causa di disturbo per i bambini fino agli undici anni al loro ritorno a scuola è data dalla difficoltà di reintegrarsi tra compagni, docenti e staff. Inoltre, il 36% ritiene che il disturbo di concentrazione e attenzione sarà rilevante, e se il 28% ritiene che difficilmente i ragazzi torneranno a un’attività fisica regolare, il 26% crede che avranno problemi nel mantenere le buone maniere.

Il problema principale è la perdita di concentrazione e attenzione 

Anche per quanto riguarda i ragazzi con un’età compresa dai 12 ai 15 anni, il 40% degli intervistati a livello internazionale ritiene che la perdita di concentrazione e attenzione sia uno dei problemi maggiori, e per la maggioranza dei cittadini italiani (36%) la principale causa è data dalla difficoltà di reintegrarsi tra compagni, docenti e staff. Per quanto invece riguarda i ragazzi con un’età compresa dai 16 ai 18 anni, il 40% degli intervistati a livello internazionale ritiene che la perdita di concentrazione e attenzione sia uno dei problemi maggiori. Invece per il 22% degli italiani i ragazzi dovranno affrontare le preoccupazioni legate al Covid-19 e l’11% non riconosce quelli potrebbero essere gli effetti indesiderati.

Quali sono gli effetti duraturi sui ragazzi?

La maggioranza degli italiani (35%) dichiara che i ragazzi avranno disturbi riguardanti la salute mentale e il benessere fisico. Inoltre, in Italia, il 27% crede che i bambini non siano in grado di recuperare l’educazione mancata, il 28% pensa che ci saranno tassi di disoccupazione più elevati e maggiori guadagni persi, il 32% che ci sarà meno esercizio fisico e un peggioramento psichico, il 27% afferma che ci saranno problemi di socializzazione. Per quanto riguarda il tema delle scuole aperte o chiuse, ovvero, se per prevenire la pandemia da Covid-19 si ritiene opportuno chiudere gli edifici scolastici, il 42% degli italiani la considera un’opzione accettabile. Una percentuale ben al di sotto della media internazionale del 62%, mentre il 28% degli italiani non lo ritiene accettabile contro il 18% a livello internazionale. 

Come migliorare l’accesso all’istruzione?

Il sostegno finanziario per le spese scolastiche è fondamentale per migliorare l’accesso all’istruzione dopo la pandemia, e ciò è condiviso dal 48% degli italiani e dal 37% degli intervistati a livello internazionale. Ma in cosa bisognerebbe investire secondo gli italiani per migliorare l’accesso all’istruzione? Garantire gli investimenti alla scuola e allo staff (35%), accesso a internet più veloce (32%), investire nell’istruzione dei docenti (28%), estendere gli orari scolastici per le settimane in cui hanno chiuso (25%), investire in programmazione digitale e nell’acquisto di pc, tablet e portatili (23%), e il 2% afferma non sia opportuno investire in nessuna delle precedenti.

Italiani e tecnologia, una passione che cresce: vendite a +21,3% nel primo semestre 2021

Se c’è una cosa di cui gli italiani non si sono mai stancati, anche nei periodi più difficili della pandemia, è la tecnologia di consumo. Tanto che il trend continua con una direzione decisamente positiva anche nel primo semestre del 2021. Secondo le rilevazioni GfK Market Intelligence nella prima metà dell’anno il mercato italiano ha registrato una crescita complessiva del +21,3% a valore rispetto allo stesso periodo del 2020. La crescita delle vendite nei primi sei mesi dell’anno è stata più marcata nei punti vendita tradizionali (+75,5%) rispetto al canale online (+24,5%). “Questo incremento maggiore su base annua è ovviamente legato alle chiusure dei negozi durante

il primo lockdown della primavera 2020, che aveva portato ad un rallentamento delle vendite nei negozi fisici e ad una crescita del ricorso all’e-commerce da parte degli italiani” spiega il report.

L’Home Comfort il comparto che cresce di più

Anche se tutti i settori ottengono un segno più, il comparto che registra le migliori performance – +52,1% – è quello dell’Home Comfort, legato ovviamente alla stagionalità e al gran caldo dell’inizio della stagione primaverile ed estiva. Negli ultimi mesi ha infatti registrato un forte incremento nelle vendite di condizionatori e ventilatori, così da far schizzare verso l’altro tutti gli indicatori. Terminate le limitazioni più severe alla mobilità, torna a salire con vigore anche la Fotografia (+45,9%), che ovviamente aveva registrato un trend negativo nel 2020. Cresce anche l’Elettronica di Consumo, che mette a segno un incremento del +30,1% a valore. In particolare, sono aumentate molto le vendite di Televisori (+31,2%). Numeri più che positivi anche per il Grande Elettrodomestico (+27,8%), con performance di vendita particolarmente positive per Asciugatrici, Lavastoviglie e i dispositivi per la Cucina. Tiene, e bene (+21,1%) anche il comparto della Telefonia, il più importante per giro d’affari del mercato italiano della Tecnologia di Consumo.

Battuta d’arresto per i settori Piccolo Elettrodomestico e IT Office 

Anche se gli indicatori restano in terreno positivo, per la prima volta da mesi rallentano le vendite riferite al Piccolo Elettrodomestico (+16,3%) e al settore IT Office (+13,2%). Si tratta due due settori che avevano toccato gli aumenti più alti durante i lockdown, ed è comprensibile che con il ritorno alla normalità anche l’andamento delle vendite abbia ripreso un andamento più lineare. Ma non è tutto. Come specifica il report, “Un altro elemento da sottolineare è la difficoltà nel reperimento delle materie prime, legata soprattutto all’approvvigionamento dei semiconduttori”.

Approvate le nuove linee guida sui cookie per non essere tracciati online

Rafforzare il potere di decisione degli utenti riguardo all’uso dei loro dati personali quando navigano in rete. Questo è l’obiettivo del nuovo provvedimento sulla privacy, il Garante per la privacy ha infatti approvato nuove Linee guida sui cookie per non essere tracciati mentre si naviga online: ora basterà solo un clic sul banner. Il Garante auspica però che si arrivi presto anche a una codifica universalmente accettata dei cookie, oggi assente, che consenta di distinguere in maniera oggettiva i cookie tecnici da quelli analytics, o da quelli di profilazione. In attesa che ciò avvenga, il Garante richiama i publisher a rendere manifesti nell’informativa almeno i criteri di codifica dei tracciatori adottati da ciascuno. I titolari dei siti avranno sei mesi di tempo per conformarsi ai principi contenuti nel provvedimento.

Troppi reclami, segnalazioni, e tracciatori particolarmente invasivi 

L’aggiornamento delle precedenti Linee guida si è reso necessario alla luce delle innovazioni introdotte dal Regolamento europeo in materia di privacy, ma anche in base ai numerosi reclami e segnalazioni sulla non corretta attuazione delle modalità per rendere l’informativa agli utenti e per l’acquisizione del consenso all’uso dei loro dati. Ulteriore motivazione, il crescente uso di tracciatori particolarmente invasivi, e la moltiplicazione delle identità digitali degli utenti, che favorisce l’incrocio dei dati e la creazione di profili sempre più dettagliati. Il meccanismo di acquisizione del consenso dovrà innanzitutto garantire che per impostazione predefinita al momento del primo accesso a un sito nessun cookie o altro venga posizionato all’interno del dispositivo dell’utente, né venga utilizzata altra tecnica di tracciamento attiva o passiva.

Le regole del consenso e dello scrolling

Resta comunque confermato l’obbligo della sola informativa per i cookie tecnici, mentre si raccomanda che i cookie analytics, usati per valutare l’efficacia di un servizio, siano utilizzati solo a scopi statistici. Per quanto riguarda il consenso, per i cookie di profilazione sarà sempre necessario richiederlo attraverso un banner ben distinguibile sulla pagina web, attraverso il quale dovrà anche essere offerta agli utenti la possibilità di proseguire la navigazione senza essere in alcun modo tracciati. Riguardo allo scrolling, il Garante precisa che il semplice spostamento in basso del cursore non rappresenta una idonea manifestazione del consenso.

Il cookie wall è illegittimo

Riguardo al cookie wall, il sistema che vincola gli utenti all’espressione del consenso, il Garante chiarisce che questo meccanismo è da ritenersi illegittimo. L’Autorità sottolinea inoltre che la ripresentazione del banner a ogni nuovo accesso per la richiesta di consenso agli utenti che in precedenza l’abbiano negato non trova ragione negli obblighi di legge e risulta una misura ridondante e invasiva. La scelta dell’utente, dunque, dovrà essere debitamente registrata e non più sollecitata, e resta fermo il diritto degli utenti di revocare in qualsiasi momento il consenso precedentemente prestato.

Il Covid dark effect, per il 44% degli italiani peggiora il benessere mentale

Negli ultimi 12 mesi gli italiani sono passati dal timore del contagio, spesso tradotto in paura dell’altro, alla voglia di riabbracciarsi, in un’alternanza di sentimenti differenti: paura, responsabilità e speranza, solitudine, incertezza, e voglia di ripartire e rinascere. Nell’ultimo anno però il 44% ha anche registrato un peggioramento del benessere mentale, e 4 italiani su 10 temono di non riuscire a tornare a una vita “normale”. Colpa del Covid dark effect, che mette a rischio anche le relazioni sociali. Si tratta di alcune evidenze tratte dall’Osservatorio The World After Lockdown Nomisma e CRIF, che ha l’obiettivo di valutare i cambiamenti di valori, abitudini e sentiment degli italiani durante l’emergenza causata dalla pandemia.

Numerosi segnali di ansia e stress

Non stupisce, quindi, che nell’ultimo anno il 57% degli italiani abbia avuto un umore altalenante. Nonostante le preoccupazioni e gli interrogativi sul futuro, gli italiani hanno dimostrato di essere capaci di reagire positivamente: 1 su 3 ha mantenuto un umore buono o eccellente per la maggior parte del tempo. Non è però da sottovalutare la forte pressione emotiva a cui la popolazione è stata sottoposta. Sebbene gli italiani non abbiano permesso che lo sconforto prendesse il sopravvento, sono numerosi i segnali di ansia e stress che hanno portato a un peggioramento complessivo del benessere mentale (44%), superiore addirittura a chi ha registrato un peggioramento del benessere economico (37%).

Il Covid Dark Effect interessa anche i rapporti sociali

Dall’inizio della pandemia 9 italiani su 10 si sono sentiti tesi, nervosi o irritabili, il 44% ha dichiarato di trovarsi in questa condizione con una frequenza quasi continuativa, e il 68% ha manifestato difficoltà ad addormentarsi. Dati confermati dall’aumento delle vendite di ansiolitici, cresciute del +12% nel corso del 2020 (Fonte: Nomisma su dati AIFA). Il Covid Dark Effect non si esaurisce con gli effetti prodotti sull’equilibrio mentale, ma interessa anche i rapporti sociali. Se da un lato la lontananza ha alimentato la voglia di socialità, dall’altro c’è anche chi teme che non sia più possibile tornare a una vita normale (38%), o non riesce a rapportarsi con gli amici con la stessa serenità con cui faceva prima della pandemia (17%) e preferisce rifugiarsi in una bolla di solitudine (8%).

La propensione a vaccinarsi alimenta la speranza di uscire dall’emergenza

Oggi l’elevata propensione a vaccinarsi contro il Covid-19 alimenta la speranza di uscire presto dall’emergenza pandemica e di vivere nel tanto atteso New Normal, pur mantenendo una certa cautela nei comportamenti. Per il 68% degli italiani infatti il Covid è ancora un problema da non sottovalutare.
Gli allentamenti alle misure restrittive e la graduale riapertura delle attività hanno giovato agli italiani, che manifestano un netto miglioramento dell’umore nel 46% dei casi. È con questo mood che gli italiani si apprestano a vivere un’estate che fa meno paura dello scorso anno.