Video on Demand: il 58% degli italiani ha un abbonamento

Secondo le rilevazioni GfK Sinottica, oggi il 58% delle famiglie italiane possiede un abbonamento attivo ad almeno una delle principali piattaforme VoD (Amazon Prime Video, Netflix, Disney+, Timvision, Dazn, Infinity+, Now, Paramount+ eccetera), in crescita del +10% rispetto al 2020. GenZ e Millennials detengono il primato di fruizione del VoD, con una reach mensile che supera il 70%, e un andamento che si va normalizzando. Ma continua la crescita anche presso le generazioni più anziane (+18% da settembre 2021, 35% di copertura) a testimonianza di un fenomeno che non è più solo per i giovani. Dopo la pandemia la fruizione delle piattaforme VoD si è ‘normalizzata’, e continua a essere parte integrante della vita degli italiani. La copertura è infatti pari al 59% del totale popolazione (56% per le piattaforme pay e 13% per le free). E l’indicatore nel giorno medio è pari al 21%.

Amazon Prime Video, Netflix e Disney+ sul podio

Sono circa 3 milioni le famiglie propense a sottoscrivere un abbonamento, e se mediamente hanno accesso a due piattaforme VoD dedicano in media due ore al giorno alla fruizione di contenuti on demand. Considerando le utenze familiari attive, il podio delle piattaforme più diffuse in Italia vede al primo posto Amazon Prime Video (46%), seguita da Netflix (33%) e Disney+ (13%). Quanto invece la fruizione nella settimana media, Netflix risulta essere la prima piattaforma, con un ascolto del 17%, mentre Amazon Prime Video arriva all’11% e Disney+ al 3%.

Una platea ricettiva e diversificata

Si tratta di platee ricettive e diversificate, non solo in termini demografici. Ad esempio, il pubblico per lo più maschile di DAZN ha un’età media di 47 anni mentre quello di Netflix e Disney+ non supera i 40 anni. Amazon Prime Video spicca invece per una dotazione di risorse socioeconomiche piuttosto alta, ma emergono anche, e soprattutto, differenze di mindset, interessi e consumi. Infatti, se fra le principali passioni della platea Amazon Prime Video spiccano tecnologia, cinema e scienza, mentre il pubblico di Netflix ha interessi più variegati, dai videogiochi alla moda, al cinema, la musica, i viaggi e altro ancora.

Il pubblico on demand è più aperto alla comunicazione pubblicitaria

Si osserva inoltre un’apertura alla comunicazione pubblicitaria del pubblico on demand più alta rispetto al resto della popolazione, che si accentua ulteriormente presso il pubblico di Prime Video, Disney+, Netflix e DAZN. Allo stesso tempo, si evidenzia un approccio ai consumi decisamente differenziato fra le varie piattaforme. Ad esempio, qualità e brand noti per la platea DAZN, distintività, shopping online, e risparmio, per i fruitori di Disney+.
Le Brands Affinity più evidenti spaziano da Pringles, Coca Cola Zero e Just Eat presso il pubblico di Disney+, Moretti e BMW per la platea DAZN, o Apple per Netflix.

Il pokè in Italia: un trend food da 328 milioni di euro

A fare il punto è Growth Capital, che in occasione della Giornata Mondiale del Pokè del 28 settembre ha presentato la seconda edizione del report Il mercato del Pokè in Italia. Importato dallo chef Sam Choy negli Stati Uniti, il piatto tipico della cucina hawaiana, è diventato in poco tempo un food trend mondiale, e nel quadriennio 2022-2026 per il pokè si prevede un CAGR del 8,4%. In Italia il mercato del pokè registra addirittura tassi di crescita superiori alla tripla cifra, che indicano notevoli opportunità di crescita. Nel 2021 è stato registrato infatti un giro d’affari di 151 milioni di euro, cresciuto a 328 milioni a giugno 2022 (+117%). E per il 2026 si attende un CAGR del 20%, che potrebbe far volare il mercato a quota 689 milioni.

Le pokerie italiane sono 820

In Italia anche gli store hanno registrato una crescita vertiginosa, raggiungendo nel 2022 quota 820. Il 43% del mercato, calcolato in base al numero di store, è appannaggio di catene come I Love Poke (15% di market share e 120 store) e Poke House (7% di market share e 56 store). Growth Capital ha poi individuato altre cinque catene con un numero di store compreso tra le 15 e le 35 unità e un market share compreso tra il 2,2% e il 4,2%, Pokescuse, Macha Poke, Pokeria by Nima, Waikiki Poke e Poke Sun-Rice. In termini di fatturato, la classifica vede al primo posto Poke House, con ricavi per oltre 40 milioni di euro. Il restante 57% del mercato appartiene invece a store singoli e indipendenti.

Il mercato a Milano, Roma e Torino

A livello geografico, Milano, Roma e Torino si confermano come le città italiane in cui il mercato del pokè è più sviluppato. A Milano la prima catena è Poke House, con 21 store e il 16% di market share. Poke House è anche l’unica catena italiana con una strategia internazionale, che a giugno 2022 contava 57 store fuori dall’Italia, in Europa e Stati Uniti, per un totale di 113. Nella capitale, la leadership è detenuta da Ami Pokè, con il 10% di market share, mentre a Torino al primo posto spicca Pacifik Poke (16% di market share). Nel Nord-Est italiano, la catena leader è invece Poke Sun-Rice, con 10 store e il 19% di market share.

“Tassi di crescita sorprendenti”

“Il mercato del pokè in Italia ha registrato tassi di crescita sorprendenti, conquistando sempre più spazio nel settore del fast casual – sottolinea Andrea Casati, vice President Growth Capital -. Sarà interessante osservare quali strategie metteranno in atto le grandi catene per vincere la preferenza dei consumatori e assicurarsi la massima retention. Ci aspettiamo un futuro consolidamento anche attraverso l’aumento di operazioni di M&A sulla scia delle recenti acquisizioni internazionali”.

La Nautica italiana prende il largo: risultati economici eccezionali

Il 2021 verrà ricordato come uno degli anni d’oro della nautica italiana: il settore ha infatti chiuso con un fatturato a 6,1 miliardi di euro, con un incremento record di 31,1% rispetto l’anno precedente. E’ questo uno dei dati più significativi – e di vanto – contenuti nella nuova edizione di Nautica in Cifre – Log, l’annuario statistico realizzato dall’Ufficio Studi di Confindustria Nautica in partnership con Fondazione Edison, presentato durante il Salone Nautico di Genova. 

Il miglior incremento di fatturato da sempre

Dalla presentazione emerge come il 2021 per l’industria italiana della nautica si sia rivelato l’anno con il migliore incremento di fatturato di sempre e come l’anno nautico appena concluso abbia assicurato solide prospettive anche per il 2022, consolidando una crescita strutturale. “Considerando gli scenari economico-politici che stiamo attraversando – con forti criticità sul fronte dell’approvvigionamento delle componenti, imprevedibili fluttuazioni dei prezzi e della disponibilità delle materie prime e una sempre più evidente scarsità di manodopera specializzata” si legge nella nota che accompagna i dati “si tratta di un risultato eccezionale per le nostre imprese. I numeri sono chiari: il fatturato globale del settore è passato da 4,6 miliardi del 2020 a ben 6,1 miliardi del 2021. L’incremento registrato rispetto all’anno precedente è stato del +31,1%: un dato straordinario che consente non solo di compensare il lieve calo registrato nel 2020, ma di portare il fatturato del settore a livelli pressoché analoghi a quelli del biennio record del 2007-2008”. 
Tra i motivi del successo, c’è sicuramente l’exploit delle esportazioni della produzione cantieristica nautica, che nell’anno scorrevole terminato a marzo 2022 hanno toccato il massimo storico di 3,37 miliardi di euro, con gli USA primo mercato in assoluto per i nostri cantieri (485 milioni di euro, pari a una quota del 16,4%). Altri fattori determinanti sono i portafogli ordini dei cantieri italiani di yacht e superyacht, che per molti operatori coprono addirittura il prossimo triennio.

Un settore che impiega oltre 26mila addetti

Anche l’occupazione ha fatto registrare risultati positivi, testimoniati da una crescita per il complesso della filiera del +3,2% (+10,3% per la produzione cantieristica). Dietro questi risultati la capacità di fare sistema sia a livello nazionale e che territoriale e il forte investimento in qualità, competenza, innovazione e sostenibilità. Molto interessanti, inoltre, i dati relativi ai moltiplicatori della filiera della nautica da diporto – 9,2 per l’occupazione e 7, 5 per quanto riguarda il valore aggiunto – che sono i più elevati tra le economie del mare. Gli addetti complessivi sono saliti a 26.350 rafforzando ulteriormente il trend occupazionale positivo (+9,7% rispetto al precedente anno) che ha caratterizzato trasversalmente tutti i comparti del settore, con una particolare incidenza nella costruzione di nuove unità (+14,7%) in cui sono impiegati quasi la metà degli addetti complessivi del settore (14.710).  

Twitter: partono i test per la funzione “modifica tweet”

Twitter ha iniziato i test per la nuova e rivoluzionaria funzione ‘modifica tweet’. Il pulsante di modifica verrà concesso prima ai dipendenti di Twitter per effettuare test interni, ed entro la fine del mese agli utenti del servizio di abbonamento Twitter Blue. Anche se Twitter non ha ancora specificato quando sarà possibile modificare i tweet, prevede di dare a tutti questa possibilità.
“Speriamo che con la disponibilità di ‘modifica tweet’, twittare diventi più accessibile e meno stressante – ha comunicato la piattaforma di microblogging co-fondata nel 2006 da Jack Dorsey dal proprio blog -. Ogni utente, dovrebbe essere in grado di partecipare alla conversazione in un modo che abbia più senso”.

Misure di sicurezza contro chi diffonde fake news

“Il test sarà inizialmente localizzato in un singolo paese, e si espanderà man mano che osserviamo come le persone utilizzano la funzione – spiega la società -. Presteremo inoltre molta attenzione all’impatto della funzione sul modo in cui le persone leggono, scrivono e interagiscono con i Tweet”.
Per evitare che il pulsante ‘modifica tweet’ diventi uno dei preferiti tra chi diffonde fake news, Twitter ha aggiunto misure di sicurezza. Gli utenti potranno apportare modifiche solo entro 30 minuti dopo la pubblicazione del tweet originale. Dopo una modifica, il tweet riporterà un’etichetta per mostrare che è stato modificato. Facendo clic sull’etichetta, gli utenti potranno vedere la cronologia delle modifiche.

Il secondo cambiamento dopo l’aumento al limite di caratteri

Da quando Twitter è stato lanciato, nel 2006, le basi per utilizzarlo sono state semplici e sempre uguali: si scrive un tweet, si pubblica e si affrontano le conseguenze di errori di battitura e grammaticali. Il pulsante di modifica è quindi forse il più grande cambiamento nel servizio di social media dal 2017, ovvero da quando Twitter ha aumentato il limite di caratteri per i messaggi da 80 a 140 caratteri. Man mano che da servizio di nicchia Twitter è divenuto una piattaforma globale, sempre più utenti hanno iniziato a chiedere di poter modificare i propri post. Ebbene, dopo 15 anni, nove mesi e 22 giorni, il pulsante modifica potrebbe diventare realtà.

C’è qualcosa di nobile nel lasciare gli errori in mostra?

Nel 2020, Twitter ha lanciato Fleets, una funzionalità che eliminava i post degli utenti dopo 24 ore, che però non ha preso piede. Recentemente, l’azienda ha introdotto Circles, una funzionalità che consente di pubblicare messaggi a un sottoinsieme più piccolo di 150 follower. La società, riferisce Agi, ha sempre sostenuto che c’era qualcosa di nobile nel lasciare gli errori in mostra. Un utente potrebbe modificare un tweet dopo che è già stato ampiamente condiviso, scambiando un messaggio benevolo con uno fuorviante. Più recentemente, però, ha iniziato a riconsiderare un pulsante di modifica, proprio perché cercava di far crescere il suo servizio e di attirare persone che potrebbero essere più attente alle loro parole. 

Meta: in arrivo funzionalità a pagamento per Facebook, Instagram e WhatsApp

Meta si appresta a mettere in piedi un team ad hoc per pianificare possibili funzionalità a pagamento per le app Facebook, Instagram e WhatsApp. Lo riporta il sito specializzato in tecnologia The Verge, che ha visionato un memo interno inviato di recente ai dipendenti della società di Mark Zuckerberg.  La nuova divisione, sottolinea The Verge, è la prima seria incursione di Meta nella creazione di funzionalità a pagamento nelle sue principali app, che insieme contano miliardi di utenti in tutto il mondo.

Un gruppo di lavoro dedicato alle New Monetization Experiences 

Il gruppo di lavoro costituito da Meta è stato chiamato New Monetization Experiences, e sarà guidato da Pratiti Raychoudhury, che in precedenza ricopriva il ruolo di capo della ricerca di Meta.
“Vediamo opportunità per creare nuovi tipi di prodotti, funzionalità ed esperienze per cui le persone sarebbero disposte a pagare e per cui sarebbero entusiaste di pagare”, ha affermato a The Verge John Hegeman, vicepresidente Monetizzazione di Meta, che supervisiona il gruppo e che ha fatto intendere per l’implementazione delle funzionalità “un orizzonte temporale di cinque anni”.

Anche Twitter e TikTok hanno iniziato a testare contenuti a pagamento per i creators

In realtà, sulle piattaforme di Meta sono già presenti funzionalità a pagamento, come ad esempio nei gruppi di Facebook, in cui gli amministratori possono addebitare l’accesso a contenuti esclusivi. Oppure su WhatsApp, dove viene addebitata ad alcune aziende la possibilità di inviare messaggi ai propri clienti. Instagram ha invece recentemente annunciato che i creatori potrebbero anche iniziare ad addebitare un abbonamento per l’accesso a contenuti esclusivi. Del resto, anche altri social come Twitter e TikTok hanno iniziato a testare contenuti a pagamento per i creators, riferisce Ansa.

A luglio ricavi diminuiti anno su anno per la prima volta in assoluto

La decisone di apportare funzionalità a pagamento per le proprie app arriva dopo un calo di introiti per la società sia nella raccolta pubblicitaria sia negli investimenti dirottati nel metaverso, la nuova scommessa della compagnia. L’ultima trimestrale di luglio ha infatti certificato ricavi diminuiti anno su anno per la prima volta in assoluto. Di fatto, l’azienda di Zuckerberg è alle prese con la contrazione del settore e con la modifica firmata Apple del suo sistema App Tracking Transparency, che dà la possibilità agli utenti di non fornire informazioni dettagliate agli inserzionisti. Insomma, riporta Il Giornale, per Meta le stime non sorridono, ed è previsto ‘un anno difficile’ sul lato economico. Secondo Hegeman, quindi, le funzionalità a pagamento potrebbero diventare una parte significativa dell’attività di Meta a lungo termine.

Reddito di Cittadinanza: i dati del primo triennio

Il Reddito di Cittadinanza è una forma di sostegno economico finalizzato al reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale, istituito con decreto legge nel gennaio 2019 e diventato operativo dal 6 marzo dello stesso anno. Qualora il nucleo familiare sia composto da uno o più soggetti di età pari o superiore a 67 anni, oppure se sono presenti persone di età inferiore in condizione di disabilità grave o non autosufficienti, il Rdc diventa Pensione di Cittadinanza (Pdc).
Secondo i dati del Coordinamento generale statistico INPS in tre anni oltre 2 milioni di nuclei familiari, circa 4,65 milioni di persone, hanno ricevuto il pagamento di almeno una mensilità. Il totale erogato al 17 gennaio 2022 corrisponde a quasi 20 miliardi di euro. Numeri che mostrano la validità di questo strumento di sostegno, ma che raccontano anche di tante persone in difficoltà economica.

Il 70% di chi ha ricevuto l’Rdc per la prima volta risulta ancora beneficiario 

Nei primi tre mesi dall’entrata in vigore (aprile-giugno 2019) 859mila nuclei familiari hanno aderito alla misura. In seguito, circa 250mila per semestre, con picchi in corrispondenza dei momenti più critici della pandemia. Da aprile 2019 a dicembre 2021 il numero di coloro che sono entrati e usciti dalla prestazione nello stesso semestre è di 64.477 nuclei. Il 70% di coloro che hanno ricevuto il beneficio per la prima volta tra aprile-giugno 2019, risulta ancora beneficiario. Non vi sono infatti limiti di durata alla fruizione della misura, che può essere protratta nel tempo previa verifica dei requisiti ogni 18 mesi.

Le tipologie di beneficiari

A dicembre 2021 i nuclei familiari che hanno ricevuto Rdc o Pdc sono 1.375.728. Il 44,7% appartiene a un nucleo di un solo componente adulto, e il 67,3% è senza minori, con leggera predominanza maschile (51,5%). Sempre a dicembre 2021, 439.737 percettori hanno ricevuto un importo medio mensile tra 400-600 euro, e quasi 300mila hanno percepito tra 600-800 euro. Nella fascia tra 800-1.000 euro spariscono i nuclei monocomponente, mentre nella fascia oltre 1.200 euro si contano 11.427 nuclei familiari, quasi tutti con almeno 4 componenti. Inoltre, delle 3.048.988 persone appartenenti ai nuclei familiari beneficiari di Rdc e Pdc a dicembre 2021, una su quattro è minorenne, e due su tre risiedono al Sud.

Rdc e reinserimento lavorativo

Uno degli aspetti più importanti del Rdc è rappresentato dalla finalità nell’agevolare il rientro nel mondo del lavoro. Dall’analisi sui primi tre anni della misura, emerge come su una percentuale di 100 soggetti beneficiari di Rdc e Pdc, escludendo il 41,8% costituito da minorenni, anziani, disabili e pensionati, il 58,2% è rappresentato da ‘teoricamente occupabili’. Tra questi, il 18,7% risulta ‘ready to work’, coloro che attualmente hanno una posizione contributiva contemporanea al Rdc, il 24,9% ha una posizione contributiva precedente al 2017, e il 14,6% non è mai stato occupato.

Cyber attacchi e sicurezza in azienda: come difendersi? 

L’utilizzo sempre più elevato di archiviazione cloud di dati, un tempo soltanto cartacei, espone sempre più aziende a minacce e cyber attacchi. Oggi la sicurezza informatica è cruciale per ogni azienda, ma soprattutto per tutti i processi aziendali che prevedono la condivisione di dati e documenti. Difendere dati sensibili e documenti diventa allora fondamentale: Kyocera Document Solutions, punto di riferimento nel campo della collaboration aziendale, ha stilato un elenco di consigli per proteggere i dati aziendali. Innanzitutto, è necessario gestire al meglio la sicurezza dei dispositivi di copia e stampa. L’adozione di una politica di sicurezza che permetta di gestire al meglio tutta l’infrastruttura documentale e IT è infatti fondamentale.

Gli hacker stanno raffinando le tecniche di frode

Gli hacker stanno raffinando le tecniche di frode. È fondamentale quindi fare attenzione a cliccare soltanto su link sicuri. In caso di dubbio sull’autenticità del link, è consigliabile aprire una nuova finestra del browser e digitare l’URL nella barra di ricerca. Si può anche installare un filtro antispam collegandolo alla posta elettronica. Ma soprattutto, mai rivelare online informazioni riservate. Nessuna azienda richiederà dati sensibili senza un valido motivo e senza adeguate misure di sicurezza.
Quanto ai cloud, consentono la crittografia dei file e sono in realtà molto sicuri, perché non possono essere aperti da criminali informatici ma solo da chi è autorizzato all’accesso. Inoltre, queste piattaforme garantiscono un backup automatico, quindi, nessun dato andrà perso o danneggiato. Un ulteriore vantaggio rispetto al file cartaceo, che rischia il deterioramento.

Mai riutilizzare vecchie password!

Importante, mai riutilizzare vecchie password, né utilizzare la stessa per più account, perché questo le rende deboli e facilmente decifrabili. E attenzione alla navigazione: è necessario dotare i pc aziendali di antivirus, come quelli in grado di scansionare le mail. Se i pc dell’azienda necessitano di una protezione extra, potrebbe risultare utile installare firewall sui vari laptop. Quando si naviga, poi, assicurarsi di essere su un sito web sicuro: per farlo, verificare la presenza dell’icona di sicurezza ‘lock’ nella barra del browser. E mai utilizzare una rete wi-fi non protetta se si lavora da remoto. In caso di connessione dalla dubbia sicurezza, meglio ricorrere all’hotspot del cellulare.

Attenzione ai software obsoleti

Prestare sempre massima attenzione ai download: non installare software sconosciuti o di cui non si conosce la provenienza ed evitare anche i file compressi, perché potrebbero nascondere dei virus macro o dei malware. Inoltre, aggiornare i software: le vecchie versioni risultano infatti molto più deboli e prive dei nuovi sistemi di difesa. Dopo aver valutato tutte le possibili minacce, è fondamentale individuare i punti deboli dell’azienda e stabilire un ordine di priorità su cui agire. È poi essenziale informare bene i dipendenti a proposito della policy e dei protocolli da seguire, educandoli ai possibili rischi.

Instagram sta testando l’AI per verificare l’età degli utenti

Per certificare che l’età sia quella giusta, e che un utente di 18 anni abbia effettivamente 18 anni, Instagram sta testando negli Stati Uniti alcune modalità per verificare l’età degli utenti.
Tra le possibilità, quella di caricare un documento d’identità con foto, oppure chiedere conferma ad almeno tre amici comuni e validare così la propria età (il cosiddetto “social vouching). Oppure, ha annunciato Meta di recente, sarà possibile registrare un video selfie. In questo caso a dare il semaforo verde ci penserà l’Intelligenza Artificiale dopo una scansione del viso. Per avere un account Instagram occorre avere 13 anni, e il social network propone infatti contenuti e modalità di approccio che nelle intenzioni vogliono essere adatte a un pubblico di minori fino a 18 anni. Questo è il motivo per il quale la piattaforma di Meta ha avviato i test.  

Limitare opzioni ed esperienze per adeguarle a un pubblico minorenne 

“Quando sappiamo che qualcuno è un adolescente e ha un’età compresa fra i 13 e i 17 anni forniamo esperienze adeguate all’età, come inserirlo automaticamente in account privati, prevenire contatti indesiderati da parte di adulti che non lo conoscono e limitare le opzioni che gli inserzionisti hanno per raggiungerli con gli annunci”, ha spiegato in un post sul blog della società Meta Erica Finkle, direttore della governance dei dati presso Meta.

“Capire l’età di qualcuno online è una sfida complessa”

Già dal 2019 Instagram aveva reso più severe le regole di accesso con l’introduzione del Family Center, ma nel 2020 il progetto Instagram Kids è stato abbandonato. Ebbene, la decisione di chiedere conferma dell’età agli utenti si è resa necessaria anche dopo che una serie di studi ha collegato l’uso di Instagram alla salute mentale dei giovani utilizzatori della piattaforma, con le conseguenti preoccupazioni anche da parte delle istituzioni.
“Capire l’età di qualcuno online è una sfida complessa – ha spiegato la società – vogliamo lavorare con altri nel nostro settore e con i governi per stabilire standard chiari per la verifica dell’età online”.
E il nodo è appunto quello di verificare l’età di chi non ha un documento d’identità.

L’Intelligenza Artificiale stima l’età in base alle caratteristiche del viso

Se non hai un documento d’identità a verificare la tua età ci pensa l’Intelligenza Artificiale o al massimo tre amici utenti, riporta AGI. Nel primo caso Instagram utilizza gli strumenti di Yoti, una società con sede a Londra che utilizza l’Intelligenza Artificiale per stimare l’età in base alle caratteristiche del viso. “La tecnologia di Yoti stima la tua età in base alle caratteristiche del viso e condivide questa stima con noi – ha sottolineato la compagnia -. Meta e Yoti poi eliminano l’immagine. La tecnologia non può riconoscere la tua identità, solo la tua età”.

Il 5G cresce più in fretta delle altre tecnologie mobili

Per raggiungere il traguardo del miliardo di abbonati il 4G ha impiegato sei anni, mentre il 5G raggiungerà un miliardo di abbonamenti nel 2022, ovvero due anni prima. Solo nel primo trimestre 2022 si sono aggiunti circa 70 milioni di abbonamenti, ma i margini sono ancora enormi. Secondo il Mobility Report di Ericsson, il 5G sta crescendo più velocemente di tutte le precedenti generazioni di tecnologie mobili. E se oggi solo un quarto della popolazione mondiale ha accesso potenziale alle reti 5G, attraverso cui passa circa il 10% del traffico mobile globale, entro il 2027 tre quarti della popolazione sarà coperta da questa tecnologia. Il 60% del traffico sarà gestito da reti 5G e gli abbonamenti saranno 4,4 miliardi, quasi la metà di tutte le sottoscrizioni.

Tra cinque anni la quinta generazione avrà una penetrazione dell’82%

In Europa occidentale a fine 2021 gli abbonamenti erano 31 milioni, in decisa crescita rispetto ai 5 milioni di fine 2020, e nel 2023 sfioreranno 150 milioni.
E se il 4G rappresenta circa l’80% delle sottoscrizioni tenderà a perdere quota a partire dal prossimo anno, e tra cinque anni il 5G avrà una penetrazione dell’82%. Le reti più efficienti sono la condizione base per lo sviluppo di servizi più complessi e la fruizione di prodotti più ‘pesanti’ (streaming, videogiochi, alta definizione). Non sorprende, quindi, che la diffusione di 4G e 5G vada di pari passo con la crescita del traffico dati, raddoppiato negli ultimi due anni.

Si diffondono smartphone di fascia media

Anche le vendite di dispositivi 5G sono più che raddoppiate tra il 2020 e il 2021, e molto dipende dagli smartphone. Emergono infatti dispositivi 5G di fascia media, non più solo di gamma da oltre mille euro. E in futuro la connettività di nuova generazione approderà anche alle fasce più economiche, con un prezzo stimato di 120 dollari. Occhiali e visori per la realtà aumentata poi beneficeranno di una connettività che assicura prestazioni migliori, ma la loro diffusione è ancora limitata. La quinta generazione, inoltre, sta favorendo l’emergere di nuovi ‘pacchetti’: a dominare è ancora quello tradizionale, basato su una quantità limitata di dati, ma con il traffico in aumento potrebbe crearsi un ‘tappo’ alla diffusione del 5G.

Il modello di abbonamento ideale: pacchetto dati illimitato, ma solo per alcuni servizi

Le dimensioni delle offerte attuali, riporta AGI, spesso di poche decine di giga, non sono infatti tagliate su prodotti che richiedono un dispendio di dati ben più consistente. Per lo stesso motivo, fornire a tutti abbonamenti illimitati da centinaia o migliaia di giga potrebbe essere complicato. Ecco allora il modello emergente: un pacchetto dati illimitato, ma solo per alcuni servizi. Il prezzo dell’abbonamento potrebbe quindi cambiare in base al livello di velocità. Per accedere a servizi ‘leggeri’ non è necessario spingere il 5G al limite delle sue capacità, ma chi desidera immagini in altissima definizione e tempi di latenza ridotti potrebbe essere disposto a pagare di più.

Per l’estate 2022 gli italiani scelgono il Bel Paese

Quest’anno il 75,7% degli italiani che hanno già prenotato le vacanze estive non si allontanerà dal Bel Paese, così come il 66,8% di chi non ha ancora prenotato, che sembra avere la medesima intenzione di rimanere all’interno dei confini nazionali. È quanto emerge dall’ultima survey svolta da Younited, la fintech del credito istantaneo in Europa, su un campione di oltre 4.300 intervistati. Tra mare, montagna, città d’arte, borghi storici, park per appassionati di sport e ottimo cibo, l’Italia è in grado di rispondere alle esigenze di qualsiasi turista. Dopo l’Italia, le più sognate dai vacanzieri sono le mete europee, scelte dal 17,3% di chi ha già prenotato e dal 20,9% di chi non l’ha ancora fatto, mentre le nazioni extra-europee sono state scelte dal 7% di chi ha già prenotato e dal 12,3% di chi non ha ancora effettuato una prenotazione.

Una spesa importante per il bilancio di molti vacanzieri

Cresce però anche la percentuale di italiani che chiederà un prestito per le vacanze, che secondo Younited passa dal 5,5% che lo ha fatto negli ultimi 3 anni al 16% di quest’anno. La vacanza tanto sognata per un anno rappresenta però una spesa importante per il bilancio di molti italiani, e per questo richiede un’attenta pianificazione del budget.

Quanto si spenderà per le vacanze?

Più di un quarto degli intervistati (34,3%) prevede una spesa di oltre 1.000 euro, in crescita rispetto al 27,2% dell’anno scorso, e un ulteriore 23,7% fra i 750 e i 1.000, in leggero calo rispetto al 25,8% del 2021. Sono solo il 10% coloro che affermano che spenderanno meno di 250 euro e 15,3% quelli che ne spenderanno fra 250 e 500, mentre il 16,7% dichiara di prevedere una spesa fra 500 e 700 euro. Rispetto al 2021, le percentuali di chi dichiara che spenderà all’incirca quanto l’anno scorso e di chi invece spenderà di più, sono più o meno equivalenti: 43,6% nel primo caso e 40,1% nel secondo. Solo il 16,4% afferma di prevedere una spesa inferiore.

I pochi risparmi inducono a richiedere un prestito

I pochi risparmi sono la motivazione della scelta di richiedere un prestito per più della metà (63,4%) di coloro che ricorreranno a questa soluzione nel 2022, mentre il 17,6% sostiene di voler fare una vacanza più lunga, e l’8,9% di aver scelto mete più costose. Per il 5,3% la scelta è dettata da un ampliamento del nucleo familiare e per il 4,9% da una diminuzione del salario. La possibilità di dilazionare il pagamento, che permette di non rinunciare a un momento di spensieratezza distribuendo l’impatto economico su diversi mesi, è il vantaggio più apprezzato dagli intervistati (47,5%), seguito dall’opportunità di soddisfare le esigenze della famiglia (37,5%).