Telecomunicazioni, i trend per il 2022

Anche nel 2022 la flessibilità nella fornitura di servizi e dispositivi per la telefonia resta un pilastro della produttività aziendale, e quindi della crescita dell’industria delle telecomunicazioni. Questo perché molti lavorano ancora in smart working o in modalità ibrida, e rendere disponibili i servizi di comunicazione aziendali con facilità sono elementi sempre più importanti. Snom, produttore di soluzioni VoIP, delinea i trend per il 2022 delle telecomunicazioni. E innovazione è la prima parola chiave per la crescita dell’intero settore telco. Sono infatti necessari terminali IP e soluzioni VoIP che indipendentemente dal luogo di utilizzo, garantiscano le medesime funzioni e la stessa sicurezza della comunicazione offerta all’interno della rete aziendale. Lo stesso vale per gli accessori (cuffie e soluzioni per le conferenze), che devono assicurare la qualità audio migliore e il massimo comfort per l’utente.

Ottimizzazione dei costi e varietà di utilizzi
Due elementi cardine del successo del VoIP sono l’ottimizzazione dei costi di gestione del sistema telefonico e la varietà di utilizzi possibili. Un’innovazione attesa dagli utenti riguarda la possibilità di utilizzare il telefono da scrivana per compiti che vanno al di là della semplice telefonia. Con apposite interfacce, i telefoni IP possono infatti diventare parte integrante dell’automazione dell’ufficio, e dimostrarsi un investimento per il benessere dei dipendenti. Inoltre, i telefoni IP (cordless o cablati) possono essere utilizzati anche come dispositivi per localizzare beni o persone, facilitare l’automazione di processi (nella logistica, in ospedale e nel settore alberghiero), confermando il proprio contributo all’ottimizzazione delle infrastrutture e al risparmio dei costi. L’integrazione per l’automazione di uffici e processi industriali potrebbe quindi rappresentare uno dei pilastri del futuro dei terminali IP anche oltre il 2022.

Sostenibilità come vantaggio competitivo
L’appello sempre più forte alla sostenibilità e all’ecocompatibilità ora riguarda anche l’hardware da ufficio. Chi ad esempio, nel privato, preferisce il riciclabile, vorrebbe lo stesso dai dispositivi aziendali, e non si tratta solo degli imballaggi, ma anche dell’impiego di componenti realizzate con materie prime riciclate. Che si tratti di imballaggio o hardware, sono finiti i tempi in cui le aziende non dovevano preoccuparsi della propria impronta ecologica. E soprattutto presso chi non riduce tutto all’ottimizzazione dei costi, la sostenibilità diventerà un vantaggio competitivo, e allo stesso tempo, parte della filosofia aziendale.

In primo piano, la sicurezza
Soprattutto in tempi di lavoro ibrido, la sicurezza rappresenta un ambito in cui nessuna azienda può permettersi di essere disattenta. La cybercriminalità ha raggiunto dimensioni fino a cinque anni fa impensabili. Dalla sempre più frequente paralisi di intere organizzazioni su scala globale al timore che i terminali IP agiscano come spie, registrino le conversazioni o trasmettano i dati di connessione a terzi, incidenti e paure trovano il loro fondamento in minacce reali. È quindi importante che i terminali siano dotati degli standard di sicurezza più elevati in termini di hardware, di località fisica in cui sono archiviati i dati, e naturalmente, di firmware. 

Gli italiani non lasciano il posto di lavoro, anche se sognano… altrove

E’ per paura di non trovare un altro posto di lavoro se il 56,2% degli occupati italiani non pensa di lasciare il proprio lavoro, percentuale che sale al 62,2% tra i 35-64enni e al 63,3% tra gli operai. E, anche se nei primi nove mesi del 2021 si sono registrate 1.362.000 dimissioni volontarie, con un incremento del 29,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, proprio nel 2020 a causa del Covid il mercato del lavoro si è paralizzato, con un picco negativo di dimissioni: solo 1.050.000 nei primi tre trimestri, ovvero -18,0% rispetto al 2019. In questo scenario si manifesta però un trend di più lungo periodo di crescita delle dimissioni legato all’aumento della precarietà dei rapporti di lavoro.

Il rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale

A fornire questo spaccato è il 5° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon, leader nei servizi per il welfare aziendale, con il contributo di Credem, Edison e Michelin. Si scopre così che i nostri connazionali hanno paura di lasciare la vecchia occupazione per cercarne una nuova, anche sei potenzialmente più appagante. Eppure l’82,3% dei lavoratori (l’86% tra i giovani, l’88,8% tra gli operai) si dice insoddisfatto della propria occupazione e ritiene di meritare di più. Retribuzioni che non crescono da troppo tempo. Il 58,1% dei lavoratori ritiene di ricevere una retribuzione non adeguata al lavoro svolto. La percezione è confermata dalle statistiche ufficiali: negli ultimi vent’anni le retribuzioni medie lorde annue nel nostro Paese si sono ridotte del 3,6% in termini reali (al netto dell’inflazione), mentre in Germania sono aumentate del 17,9% e in Francia del 17,5%. Pensando alla propria occupazione, il 68,8% dei lavoratori si sente meno sicuro rispetto a due anni fa (la percentuale sale al 72,0% tra gli operai e al 76,8% tra le donne). Nell’ultimo biennio il 66,7% dei lavoratori (il 71,8% tra i millennial) ha vissuto uno stress aggiuntivo per il lavoro e il 73,8% teme che in futuro dovrà fronteggiare nuove emergenze lavorative, con impatti rilevanti sulla propria vita quotidiana. Il lavoro, insomma, non paga abbastanza, non dà le certezze del passato, è fonte di tensione.

Come è cambiato il lavoro

Per il 51,3% degli occupati il proprio lavoro è molto cambiato durante la pandemia. Il digitale è stato determinante, ma non indolore. Infatti, complessivamente il 58% ha riscontrato difficoltà nell’utilizzo dei dispositivi digitali. In particolare, il 55,3% nella partecipazione ai meeting online e il 46,1% con la posta elettronica. Anche per quanto riguarda lo smart working le opinioni dei lavoratori italiani sono divise: il 25,1% non vorrebbe farlo, il 32,9% è soddisfatto e vorrebbe proseguire, il 42% opterebbe per una soluzione ibrida.

Come lavora un investigatore privato?

Tutti abbiamo probabilmente una visione piuttosto cinematografica dell’investigatore privato. In realtà si tratta di professionisti molto meno appariscenti di quel che possiamo avere visto in qualche film, ma che hanno una grandissima abilità nel recuperare informazioni e verità al momento nascoste.

Dunque si tratta certamente di una figura avvolta da un alone di mistero, e che possibilmente tutti abbiamo incontrato in città senza sapere però chi avevamo di fronte o a fianco.

Vediamo allora di capirne di più sul suo lavoro e su quali siano i compiti di un investigatore privato.

Cosa fa un investigatore privato?

Un investigatore privato può essere specializzato in un ambito piuttosto che in un altro. C’è chi è più specializzato nell’ambito di questioni che riguardano la sfera personale, chi invece in ambiti maggiormente legati ad aspetti legali o monetari.

A prescindere da quale sia l’esatto settore di appartenenza, un investigatore privato ha il compito ben preciso di indagare per riuscire a portare alla luce la verità e le eventuali prove che possono dimostrare in maniera inconfutabile una determinata situazione.

Egli quindi ha il preciso compito di reperire delle informazioni preziose per chi li ha ingaggiati, riuscendo a muoversi nel totale anonimato e dunque senza far destare alcun sospetto alla persona o alle persone che sono oggetto di investigazione.

Acquisiti i dati durante la sua indagine, un investigatore li rielabora per cercare di mettere insieme i pezzi del puzzle e portare alla luce la verità. Egli dispone già di tutta l’attrezzatura e gli strumenti necessari per effettuare il suo lavoro.

Per questo motivo ha ampia libertà di azione e trascorre le sue giornate direttamente “sul campo” per raccogliere prove ho rilevare ciò di cui ha bisogno.

Come si muove un investigatore privato nell’ambito delle indagini?

Pur trattandosi di una materia alquanto riservata, possiamo affermare certamente che un investigatore privato effettui parte delle sue indagini in ufficio e il resto direttamente su strada.

Per quel che riguarda la parte in ufficio, egli può servirsi di un PC per effettuare delle ricerche su internet, o di fare delle telefonate così da acquisire eventuali elementi preziosi per la sua indagine.

Chiaramente, per completare il quadro è necessario effettuare dei precisi appostamenti o anche dei pedinamenti per riuscire ad acquisire le prove decisive.

In base al tipo di indagine, chi si occupa di investigazioni private produce anche della documentazione fotografica da mostrare al cliente e che rappresentano in maniera inequivocabile le prove di cui il cliente aveva bisogno.

In alcuni casi, con tutta l’accortezza necessaria, l’investigatore può decidere di interrogare dei soggetti o di contattare gli uffici pubblici al fine di poter carpire informazioni preziose.

Dunque per rispondere alla domanda “chi è un investigatore privato?” possiamo affermare che si tratti di un professionista il cui compito è quello di andare alla ricerca della verità adoperando tutti gli strumenti a sua disposizione, e fornendo altresì tutte le prove che possono essere determinanti in sede giudiziale.

Dunque tutto quel che al momento può apparire come dubbio o fumoso, grazie al lavoro di un investigatore privato diventa chiaro e limpido. Al termine del suo lavoro egli va a consegnare al cliente un preciso report che include tutti i dati e le informazioni di cui è venuto a conoscenza, incluso eventuale materiale fotografico che per determinati tipi di indagine può rappresentare una prova schiacciante.

A questo punto il cliente può adoperare tutte queste prove direttamente in un aula di tribunale se lo ritiene opportuno, dato che grazie ad esse può mostrare la verità e dunque fornire delle prove concrete di un eventuale tesi di accusa.

Covid, per 6 pubblici esercizi su 10 ripresa solo nel 2023

Il 2021 non è stato l’anno della ripartenza per tutti: solo per il 16% dei pubblici esercizi, per i quali i fatturati però non sono mai cresciuti più del 10%. Per il 73% degli esercenti, a causa delle lunghe limitazioni e la conseguente contrazione dei consumi, il calo del volume di affari è stato verticale. Per loro il ritorno ai fatturati pre-Covid non arriverà prima del 2023.
Questo perché nel 2021 gli italiani hanno speso oltre 24 miliardi di euro in meno nei servizi di ristorazione rispetto al 2019 (-27,9%). A illustrare lo stato di salute del comparto ci ha pensato l’ufficio studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, nel suo tradizionale rapporto annuale realizzato in collaborazione con Bain&Company e Tradelab.

Scomparsi 194mila posti di lavoro

Insomma, le restrizioni imposte per il contenimento della pandemia stanno ancora facendo sentire i loro effetti. “La naturale conseguenza di questa dinamica, e del relativo clima di sfiducia che si è sviluppato attorno al settore, è stata la scomparsa di 194mila posti di lavoro rispetto al periodo pre-Covid”, segnala Fipe.
Per il secondo anno consecutivo si conferma poi la forte frenata della nascita di nuove imprese (‘solo’ 8.942 nel 2021), a fronte di un’impennata delle cessazioni di attività (23mila). E tra il 2020 e il 2021 le imprese che hanno chiuso i battenti sono oltre 45mila, riferisce Adnkronos.

Il 56,3% di bar e ristoranti non prevede il rialzo dei listini

Se per l’86% delle imprese il fatturato nel 2021 è ancora al di sotto dei livelli del 2019, dopo l’emergenza Covid l’impennata dei costi di materie prime ed energia sta paralizzando il settore. L’87% degli imprenditori ha registrato infatti un aumento della bolletta energetica fino al 50% e del 25% per i prodotti alimentari. Rimangono tuttavia contenuti gli aumenti dei prezzi ai consumatori: a febbraio 2022 lo scontrino medio è salito solo del 3,3% rispetto a un valore generale dei prezzi aumentato del 5,7%. Il 56,3% di bar e ristoranti non prevede di rivedere a breve il rialzo dei propri listini prezzi.

Imprese attente ai controlli del Green Pass

L’impennata dei costi di gestione incide però sulle previsioni di crescita, con il 62% delle imprese che ritiene verosimile un ritorno ai livelli pre-crisi solo nel 2023. Incertezza che si acuisce a causa della minore propensione degli italiani a spendere in bar e ristoranti dovuta, secondo il 43% degli imprenditori, principalmente agli effetti del carovita e al perdurare di un indice di fiducia negativo. Il Focus di Fipe-Confcommercio e Format Research sul Green Pass rivela poi come il 72% delle imprese abbia dovuto registrare qualche inconveniente, in particolare per la richiesta di esibizione del certificato. Ma è quasi irrilevante il numero di imprese sanzionate per non aver chiesto il certificato ai clienti: solo lo 0,8% è stata multata per l’omissione, a fronte di controlli estesi a oltre il 55% dei pubblici esercizi italiani.

L’email si conferma primo vettore di cyber-attacchi in Italia

Per il quinto anno consecutivo nel nostro Paese sono le mail malevole il vettore principale di violazione malware. Secondo il Rapporto annuale 2022 di Yoroi, agenzia di cybersecurity parte di TinextaCyber, è in questo modo che si diffondono i link di phishing, contenuti all’interno di comunicazioni fraudolente che mimano istituti, banche e aziende reali per convincere le persone a cliccare sugli allegati malevoli. Più in particolare, nel 2021 l’Italia ha dovuto affrontare una serie di minacce informatiche, di cui le principali sono rappresentate da sottrazioni di informazioni finanziare, estorsione doppia e attacchi alle catene di fornitura.  Ma le email possono anche essere vettore di spear phishing, una tecnica ancora più sofisticata che rischia di trarre in inganno anche gli utenti più esperti.

I trojan bancari sono i principali malware diffusi nel 2021

Secondo Yoroi i primi obiettivi dei cybercriminali sono i dati finanziari. E come evidenziato già nel 2020, gli analisti di Yoroi individuano nei trojan bancari i principali malware diffusi in Italia nel 2021.
I paesi da cui provengono il totale delle minacce sono gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, ma a seguito della guerra in corso in Ucraina è lecito aspettarsi un incremento importante degli attacchi provenienti dai gruppi appoggiati da Mosca.

Microsoft Office è il vettore di consegna più rilevante

“Per il quinto anno di fila, le mail malevole rappresentano una parte rilevante dei cyber-attacchi – spiegano gli esperti di Yoroi -. Esaminando la telemetria raccolta dall’infrastruttura di monitoraggio del nostro Cyber Security Defence Center, possiamo confermare che i documenti di Microsoft Office sono il vettore di consegna dei malware più rilevante”.
Per far fronte alle minacce nel prossimo futuro, secondo Yoroi, è necessario compiere significativi sforzi di miglioramento nella gestione delle ‘cyber-crisis’, diventando capaci di sviluppare politiche aziendali e tecnologiche di protezione e prevenzione, riporta Ansa.

Le strategie più utilizzate sono le campagne denominate malspam

Le strategie più utilizzate dagli attaccanti per sfruttare il vettore email sono le campagne di spam malevolo denominate malspam, configurate per colpire singoli individui e piccole organizzazioni, ad esempio, tramite mail di finte fatture con documenti Office malevoli. I documenti di Microsoft Office, oltre a essere il vettore di consegna di malware più rilevante, rappresentano anche il modo più comune per diffondere il primo stadio della catena di infezione del malware, si legge su lineaedp.it. Infatti, i documenti Microsoft Word (35%) e i fogli di calcolo Excel (33,2%) rappresentano il 68,2% di tutti gli allegati maligni intercettati dai servizi Yoroi di email Protection.
Una delle ultime tattiche adottate dai cyber criminali è quella di comprimere gli allegati all’interno di un file di archivio (zip, gzip o rar, 7zip) e crittografarli con una password menzionata all’interno del corpo della mail. Un metodo abbastanza semplice, ma molto efficace, e su cui gli avversari fanno sempre più riferimento.

Lombardia, il terziario chiude bene il 2021

Buone notizie per quanto riguarda il terziario in Lombardia: nel 2021, per i Servizi e il Commercio al dettaglio, è cresciuto sia il fatturato di servizi (+16,1%) sia del commercio al dettaglio (+10,5%), ma peggiorano le aspettative. A dirlo sono i dati a consuntivo dell’anno passato pubblicati da Unioncamere Lombardia.

Crescita del fatturato a due cifre

Il terziario in Lombardia nel IV° trimestre 2021 registra una crescita del fatturato a due cifre rispetto allo stesso periodo del 2020: +21% per i servizi e +15,2% per il commercio al dettaglio. Il 2021 chiude quindi in maniera positiva, archiviando una variazione media annua rispettivamente del +16,1% e del +10,5% che consente di tornare in entrambi i settori sui livelli del 2020. Il recupero è però anche frutto della accelerazione dei prezzi di vendita, con incrementi congiunturali che nel quarto trimestre hanno raggiunto il +1,5% nei servizi e il +3,2% nel commercio, visto che le imprese hanno scaricato parte dei maggiori costi sui listini per rendere sostenibile la compressione dei margini di reddito. Tensioni sul fronte dei costi, preoccupazioni per le conseguenze sulla domanda dell’aumento dell’inflazione e gli effetti negativi sui consumi delle misure restrittive anti-Covid generano incertezza sulla prosecuzione della crescita a inizio 2022, come testimonia il peggioramento delle aspettative degli imprenditori.

Servizi e commercio

Nei servizi le attività di alloggio e ristorazione registrano la crescita maggiore in media annua (+24,4%), ma il risultato risente dei livelli drammaticamente bassi del 2020: il divario rispetto ai valori pre-crisi è ancora consistente. Anche i servizi alla persona, nonostante la buona crescita (+12,9%) del 2021 non riescono a completare il recupero. Risulta invece positivo il confronto con i valori del 2019 per servizi alle imprese (+12,4% la media annua) e commercio all’ingrosso, dove la rilevante crescita del fatturato (+20,9%) è “gonfiata” dalle dinamiche particolarmente sostenute dei prezzi. Nel commercio al dettaglio l’incremento del fatturato nel 2021 è legato soprattutto ai negozi non alimentari (+16,9%) con spazi di recupero residui rispetto ai valori pre-crisi; negativo invece il risultato per i negozi specializzati alimentari (-1,1%), caratterizzati da piccole dimensioni. Prosegue la crescita per gli esercizi non specializzati (+3,5%), che comprendono minimarket, supermercati e discount, per i quali sembra avviata una tendenza positiva legata alle mutate abitudini di acquisto delle famiglie e allo spostamento di una quota di consumi alimentari entro le mura domestiche.

Tecnologia di consumo, un mercato da 17,5 miliardi di euro

Il 2021 è stato un anno decisamente positivo per il mercato italiano della Tecnologia di consumo: le vendite sono cresciute del +9,2% rispetto al 2020, e il valore complessivo del mercato ha raggiunto i 17,5 miliardi di euro. Secondo i dati GfK a trainare la crescita è il comparto dell’Elettronica di consumo, che caumenta di quasi il 36%, seguito dal Grande Elettrodomestico, e dalla Telefonia. Insomma, in un anno caratterizzato dal ritorno alla normalità e dalla crescita dell’economia italiana, il settore della Tecnologia di consumo non fa eccezione. Ma per GfK ancora più rilevante è il dato paragonato al 2019, quindi al periodo post pandemico, dove la crescita registrata è addirittura del +18,5%.

L’Elettronica di Consumo traina la crescita: +35,9%

A condurre la crescita del mercato è la performance molto positiva del comparto Elettronica di Consumo (+35,9%), che include al proprio interno le categorie del Video e TV (+38%). In particolare, grazie allo switch-off a fine 2021 i televisori arrivano a generare il 13,5% del valore complessivo del mercato italiano.
Il 2021 però è stato caratterizzato da trend in crescita per tutti i settori, soprattutto il Grande Elettrodomestico (+9,7%), e la Telefonia (+6,6%), che con un peso sul totale del 34% si conferma il settore più importante per fatturato. Il Piccolo elettrodomestico cresce invece del +5,5%, mentre l’Information Technology/Office rappresenta l’unico settore in decrescita (-0,8%). D’altronde, occorre ricordare che lo scorso anno questo settore aveva fatto registrare vendite record.

Bene anche settori più marginali, come Home Comfort e Photo

Ottime le prestazioni anche dei settori più marginali, come Home Comfort (+15,3%) e Photo (+14,6%), che però non tornano ai fatturati del 2019. Si conferma poi l’importanza delle vendite effettuate nell’ultimo trimestre dell’anno, che generano quasi il 33% del totale delle vendite a valore. La difficoltà nel reperimento delle materie prime, a partire dai semiconduttori, ha rallentato una crescita che poteva essere ancor più sostenuta, ma insieme all’aumento dei costi della logistica, ha generato un incremento dei prezzi in tutti i settori.

Le vendite nei punti vendita tradizionali fanno meglio del canale online

Per quanto riguarda i canali, le vendite nei punti vendita tradizionali hanno evidenziato una performance superiore alle vendite Online, per effetto dei forti trend registrati a marzo e aprile e al ‘rimbalzo’ rispetto le chiusure e le limitazioni del 2020. In particolare, la crescita delle vendite tradizionali è stata del +9,5%, mentre la crescita del canale online si è fermata al +8,1%, probabilmente per il motivo opposto, ovvero, per il forte incremento del canale online che aveva già caratterizzato l’anno 2020. Il peso del canale online scende infatti leggermente, e passa al 24,2% rispetto al 24,4% del totale delle vendite a valore del 2020.

Il 50% dei giovanissimi è vittima di cyberbullismo

Durante la pandemia i bambini e gli adolescenti europei sono stati sempre più coinvolti in esperienze spiacevoli online. Uno studio europeo mette in evidenza come in Italia il 20% dei ragazzi abbia avuto la percezione di essere stato infastidito o turbato online in maniera maggiore da quando è iniziata la pandemia rispetto al periodo precedente. E il 50% dei bambini e adolescenti italiani ha affermato di essere stato vittima di bullismo in maniera più frequente.

Per questo, in occasione dell’Internet Safwer Day, ToothPic, startup torinese della cybersecurity, ha condiviso 6 consigli per accompagnare i più giovani verso una maggiore sicurezza online.

L’importanza di un’educazione ‘cyber’

Al primo posto dei consigli di ToothPic c’è l’importanza di un’educazione ‘cyber’, che informi i minori dotandoli delle competenze necessarie per un uso sicuro e responsabile del web. Questo è un presupposto fondamentale per poterli tutelare.

Un altro alert lanciato dalla startup italiana è quello di fare attenzione alle e-mail, uno dei mezzi preferiti da chi vuole impossessarsi di informazioni e dati riservati, riporta Adnkronos. Ma un altro suggerimento di ToothPic riguarda le applicazioni di Parental Control.

“Una misura efficace che garantisce un maggiore controllo e protezione da eventuali contatti con i malintenzionati è installare applicazioni di parental control sui dispositivi dei propri figli”, spiega il ceo & co-founder di ToothPic, Giulio Coluccia.

Rendere le reti domestiche più sicure

Inoltre, aggiunge Coluccia, “è doveroso spiegare ai ragazzi che è necessario creare password con combinazioni alfanumeriche complesse, non banali e difficili da indovinare”.

Utilizzare schemi di autenticazione multi-fattore risulta poi fondamentale per aumentare il livello di sicurezza dei propri account Internet.

Gli esperti di ToothPic puntano anche sulla necessità di rendere le reti domestiche più sicure.
Come? Dall’aggiornamento del firmware del router all’installazione di firewall fino all’utilizzo di una rete virtuale privata che si interpone tra i propri dispositivi e Internet, e che permetta di mascherare il proprio indirizzo IP e nascondere le proprie attività online.

Utilizzare Internet in maniera più sicura e consapevole

“Quello della sicurezza online per i più giovani è un tema sempre più attuale: i bambini, infatti, cominciano a collegarsi a Internet a un’età sempre più giovane, e a passare sempre più tempo navigando sul web, totalmente inconsapevoli dei rischi in cui incorrono – sottolinea il ceo -. È dovere di genitori e insegnanti fornire ai ragazzi gli strumenti necessari per utilizzare la rete in maniera più sicura e consapevole”.

Italiani e spesa online, nel carrello più frutta e verdura

Negli ultimi due anni gli italiani hanno scoperto nuove potenzialità offerte dal web e una delle più significative è senza dubbio l’opportunità di fare la spesa online. Dopo il primo boom della pandemia del 2020, concomitante con il lockdown più duro, e dopo un altro anno di tempo, come sono cambiate le abitudini di consumo dei nostri connazionali? A questa domanda risponde il terzo Report Annuale di Everli, che svela le tendenze che hanno caratterizzato la spesa online lungo tutto lo Stivale negli ultimi 12 mesi. In particolare, il rapporto evidenzia trend e curiose differenze tra le diverse regioni e province, indagando se e come siano cambiati i comportamenti di acquisto in Italia.

Shopping healty, verdura e frutta i prodotti più acquistati

Ma quali sono le categoria id prodotto maggiormente acquistate? In base al report relativo al 2021, la classifica delle 10 tipologie di prodotto più acquistate dai consumatori del Bel Paese è parecchio cambiata rispetto allo scorso anno, con una crescente tendenza a comprare prodotti salutari. Nello specifico, si conferma capolista di questo speciale ranking la categoria “verdura”, subito seguita da “frutta” (2° posto), spodestando la categoria merendine, che nel 2021 si ritrovano solo al settimo posto. Questa tendenza “healthy” si conferma anche guardando al resto della classifica, che vede quest’anno posizioni più alte occupate da categorie quali pasta di semola corta (3°), insalate pulite e lavate (6°), pane (9°) e agrumi (10°) e registra l’uscita dalla top 10 di categorie particolarmente apprezzate nel 2020, come formaggi e salumi, latte e burro, gelati e scatolame, così come le farine e i preparati per pane e pizza fatti in casa (che nel 2020, complice il lockdown, avevano raggiunto uno stellare +5.046% rispetto al 2019).

Come si organizza la spesa

Per quanto riguarda l’organizzazione della spesa, le abitudini degli italiani sono parzialmente cambiate rispetto all’anno precedente: infatti, se nel 2020 era il lunedì il giorno preferito per ordinare la spesa online, nel 2021 è il venerdì la giornata abitualmente deputata a questa attività. La domenica, invece, anche nel 2021 rimane il giorno in cui si registrano meno ordini sulla piattaforma. Sul fronte orari, il mattino si conferma il momento più gettonato per ordinare la spesa online, soprattutto tra le 10 e le 11. Infine, l’app per la spesa è di gran lunga preferita dagli abitanti del Bel Paese rispetto alla versione web (68% vs 31%), con una crescita di ben 7 punti percentuali rispetto al 2020.

Per lo shopping online di Natale 2021 speso oltre 1 trilione di dollari

Nel 2021 la corsa allo shopping natalizio è cominciata con largo anticipo, con il 30% delle vendite globali registrate già nelle prime tre settimane di novembre. E se nel 2021 la Cyber Week ha visto una crescita digitale debole, i picchi di inizio novembre e fine dicembre hanno aiutato i retailer a battere nuovi record di vendita. A livello globale infatti sono stati spesi 1,14 trilioni di dollari, di poco superiori ai 1,1 trilioni di dollari spesi nel 2020.
Si tratta di alcuni dati emersi dal 2021 Holiday Shopping Report, l’analisi degli acquisti nel periodo delle festività su oltre un miliardo di consumatori condotta da Salesforce, azienda globale nel CRM. 

La corsa agli acquisti è cominciata con largo anticipo

A causa dell’ansia di assicurarsi i regali desiderati, ed evitare problemi di ritardo di spedizione e prodotti esauriti, il 30% delle vendite globali è stato completato entro il 22 novembre. Gli acquisti effettuati nel corso della Cyber Week hanno rappresentato il 23% delle vendite globali, in lieve calo rispetto al 24% del 2020. Poiché i consumatori hanno perso le date limite per la spedizione online e sono aumentate le preoccupazioni per le nuove varianti di Covid-19, il 23% delle vendite digitali globali è stato effettuato tra il 18 e il 31 dicembre.
Nello stesso periodo di tempo, i negozi che hanno offerto opzioni di ritiro in negozio, o tramite punti di raccolta, hanno registrato il 62% di queste vendite globali.

Il social commerce influenza il comportamento dei consumatori

Dalla ricerca emerge che durante le festività natalizie del 2021 le spese si sono orientate maggiormente ai desideri piuttosto che ai bisogni essenziali.
Le borse di lusso hanno registrato infatti la crescita globale più alta su base annua, con un aumento del 45% delle vendite online, mentre l’arredo per la casa e le calzature hanno registrato una crescita rispettivamente del 34% e del 32%. Inoltre, il 4% delle vendite digitali globali su dispositivi mobili è stato effettuato tramite un’app di social media, e il 10% del traffico mobile ha avuto origine attraverso i social network. Man mano che i retailer iniziano a costruire spazi virtuali nel Metaverso anche i consumatori, quindi, si dimostrano pronti ad acquistare attraverso nuovi canali.

Il ruolo in continua evoluzione del negozio fisico

Un sondaggio condotto su 1.600 consumatori in tutto il mondo per la quarta edizione del Report Connected Shopper di Salesforce, ha rilevato che entro il 2023 il 25% degli acquisti avverrà al di fuori di store online, app proprietarie o negozi fisici dei brand. Ma durante le ultime festività i negozi fisici hanno svolto un ruolo fondamentale. Sebbene i consumatori abbiano continuato ad abbracciare il digitale per lo shopping natalizio, il 60% delle vendite digitali globali è stato influenzato dai punti vendita fisici, dalla proposta al soddisfacimento della domanda. Il nuovo ruolo in continua evoluzione del negozio, almeno durante lo shopping natalizio dell’ultimo anno, ha perciò contribuito a ridurre l’attrito tra i punti di contatto digitali e fisici.