Il mercato dei media nel 2018 vale 18,4 miliardi di euro. Prima è Sky

In Italia il Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC), ovvero il mercato dei media, vale 18,4 miliardi di euro, l’1,04% del Pil nazionale, un dato in aumento del 5%. L’area radiotelevisiva conferma il proprio primato per incidenza sul totale (49%), seguita dal comparto editoriale dei quotidiani, periodici, agenzie di stampa e annuari (21%). Il primo gruppo media per fatturato è Sky, seguita da Fininvest e dalla Rai, ma cresce la posizione in classifica di Google, che si conferma il quarto operatore italiano nei media. È quanto emerge dalla chiusura del procedimento per la valutazione delle dimensioni economiche de SIC per il 2018, deliberato dal Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. L’indagine dell’Autorità mira ad accertare che nessun operatore oltrepassi il 20% del giro d’affari complessivo del settore, soglia stabilita dal Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (Tusmar) del 2005.

Sky, Fininvest e la Rai guidano la classifica. Google al quarto posto

Più in particolare, dall’analisi del SIC emerge che nel 2018 il primo gruppo media in Italia per fatturato è Sky, attualmente controllata dall’americana Comcast, con una quota 15,7%, seguita dalla galassia Fininvest (13,4%) e dalla Rai (13,2%). Di pari passo, però, cresce la posizione in classifica dei cosiddetti over-the-top: nel 2018 infatti Google si conferma quarto operatore media italiano davanti a Cairo Communication e Facebook. Quest’ultima, in forte ascesa, ha superato il gruppo editoriale Gedi, e per la prima volta compare nella top 10, nonostante occupi l’ultimo posto della classifica, Netflix, preceduta da Italiaonline e Discovery.

La pubblicità online guadagna quote di mercato e cresce del 37%

Come risulta evidente da questi dati, la televisione è ancora prima per ricavi, pari a 8,3 miliardi di euro, il 4,5% del totale. Nel dettaglio, il giro d’affari dei servizi in chiaro si attesta a 4,8 miliardi, di cui 3 miliardi di raccolta pubblicitaria, e 1,7 miliardi di canone, mentre quello dei servizi a pagamento supera i 3,5 miliardi. La pubblicità online, però, sta progressivamente erodendo quote di mercato, ed è arrivata nel 2018 a un fatturato complessivo di oltre 3 miliardi di euro, con un aumento del 37%, riferisce MilanoFinanza.

Inversione di tendenza per il comparto dei quotidiani e periodici, +2,6%

Sale invece a 3,9 miliardi (+2,6%), con un’inattesa inversione di tendenza, il giro d’affari del comparto dell’editoria quotidiana e periodica (quotidiani, periodici, agenzie di stampa). Tanto per i quotidiani quanto per i periodici la prima fonte di introiti resta la vendita di copie cartacee e digitali, che rappresenta rispettivamente il 55% e il 60% delle risorse complessive. Complice la concorrenza dei colossi web, continuano invece a calare i ricavi da pubblicità, che nel complesso si attestano a 1,2 miliardi. I contributi pubblici, invece, rappresentano il 2% degli introiti del settore quotidiani, pari a 44 milioni di euro, e lo 0,6% del comparto periodici (11 milioni).

I trend per il mercato del lavoro nell’anno della crescita digitale

Digital4Human Hr, organigramma liquido, ed employer branding. Sono questi alcuni trend che guideranno il mercato del lavoro nel 2020. Secondo l’indagine sui trend del mercato del lavoro 2020 condotta da InfoJobs, la crescita digitale in azienda è un trend chiave soprattutto per le aziende di grandi dimensioni, quelle con oltre 500 dipendenti, dove è indicato come prioritario dal 39% del campione intervistato. Il 32% del campione indica invece come prioritario il Digital4Human Hr. Ovvero, la tecnologia e la digitalizzazione al servizio del capitale umano. Ma nell’era digitale è l’intelligenza artificiale lo strumento imprescindibile per ricercare e selezionare i candidati in modo efficace, e valorizzare il capitale umano già presente in azienda.

Formazione continua e tailor made

Un altro trend riguarda l’upskilling e lo reskilling, la formazione continua e tailor made, fondamentale per il 27% del campione. Si tratta di un aspetto chiave soprattutto per le aziende di piccole e medie dimensioni, per le quali la formazione continua permette di lavorare su un duplice livello. Da un lato infatti valorizza le risorse grazie a un aggiornamento continuo, che permette di restare al passo con i tempi ed evolversi in linea con le rinnovate esigenze aziendali, mentre dall’altro permette di creare nuove figure professionali tailor-made, che non esistono sul mercato ma che possono essere formate solo on the job.

Nel 2020 l’organigramma è liquido

Il 2020, poi, sarà l’anno dell’organigramma liquido, con gli obiettivi che vincono sul cartellino. Secondo il 20,5% del campione la priorità e la valutazione delle performance si concentrano sempre più sugli obiettivi raggiunti, sull’autonomia e sull’empowerment, e viene meno la necessità del controllo gerarchico e della presenza in ufficio. Questa visione dà origine a un organigramma più liquido e orizzontale, sposato soprattutto dalle grandi aziende, mentre sembra più difficile da attuare per le Pmi e per alcuni settori specifici, il cui business non può prescindere da un’organizzazione strutturata. E l’employer branding non è più una tendenza, ma una vera e propria realtà per il 14% del campione. Che sia interna o esterna, in un mercato altamente competitivo per le aziende è fondamentale costruirsi una reputazione solida, che miri ad attrarre candidati e clienti, ma anche a mantenere alto l’engagement dei dipendenti.

La cultura d’impresa è una leva strategica

Se nel 2020 l’employer branding rappresenta un asset per le aziende, riporta Adnkronos, il purpose driven Hr fa della cultura d’impresa una leva strategica e differenziante (6,5%). Un trend ancora poco riconosciuto, ma che sta diventando sempre più evidente, e non solo per gli Hr. La scommessa per il futuro, e in qualche modo la premessa per arrivare davvero a un’organizzazione liquida funzionante, è quindi la creazione di una forte condivisione di valori e cultura a tutti i livelli, dai vertici ai dipendenti. Perché l’obiettivo per cui si fa business diventerà sempre più centrale per il business stesso.

Il 2020 è l’anno giusto per cambiare lavoro

Molti professionisti ritengono il 2020 l’anno decisivo per dare una svolta alla propria carriera. L’importante, però, è aver ben chiaro cosa si desidera dalla futura posizione lavorativa, senza non buttarsi a capofitto sulla prima vacancy disponibile. L’80% degli intervistati da Hays, azienda per il recruitment specializzato, ha dichiarato infatti di voler cercare un nuovo impiego nel 2020. I motivi? Il 40% afferma di ritenere i tempi maturi per cambiare ruolo e progredire nella propria carriera, il 22% lamenta una mancanza di formazione e crescita professionale, e il 13% si dichiara insoddisfatto della propria retribuzione e dei benefit corrisposti dall’azienda.

Stipendio più alto e più gratificazioni

Le ragioni per cui si sceglie di cambiare impiego sono importanti. Se si è persa la passione per il proprio lavoro allora è davvero arrivato il momento di una svolta. Se, invece, è solamente una questione di mancanza di stimoli nel proprio ruolo, ma l’azienda offre ancora numerose opportunità di crescita, è bene considerare prima di tutto la possibilità di un ricollocamento interno. I professionisti che hanno risposto di non essere attivamente alla ricerca di un nuovo impiego (11%), affermano infatti che potrebbero convincersi a cambiare lavoro nel caso in cui venissero offerti loro stipendio e gratificazioni migliori (32%), o se il ruolo futuro prevedesse maggiori stimoli e mansioni diversificate (23%. O ancora, se fossero disponibili opportunità di training e progressione di carriera più allettanti (22%).

Prepararsi aggiornando il cv e i profili social

In ogni caso, a chi si appresta a cercare lavoro nell’anno nuovo Hays consiglia di prepararsi adeguatamente per la ricerca, aggiornando il cv e i profili social, aggiungendo le skill acquisite, le esperienze, gli eventuali riconoscimenti ottenuti e i percorsi di formazione svolti per renderli più attrattivi possibile ai recruiter. Ma prima di attivarsi nella ricerca secondo Hays è fondamentale chiedersi quale sarebbe il proprio lavoro ideale in termini di mansione, potenziale percorso di crescita, dimensione dell’azienda, cultura organizzativa e settore, riporta Adnkronos.

Mantenere alto il morale durante la ricerca

Gli esperti di Hays consigliano di mantenere alto il morale durante la ricerca di lavoro, anche se nel caso non si ottenga un colloquio per il posto desiderato.

Non tutte le candidature andranno a buon fine, ma è fondamentale non arrendersi. E dopo una sessione di ricerca di lavoro particolarmente produttiva, gli esperti consigliano di concedersi qualche piccola gratificazione aiuta a rimanere motivati. Durante i colloqui, poi, è importante saper collegare le proprie competenze ed esperienze con quelle richieste nella job description. È fondamentale, infatti, specificare come la propria attuale occupazione ci renda il candidato ideale per ricoprire il ruolo per cui si sta facendo domanda.

Gli italiani vogliono sentirsi in forma, ma a Natale non vanno in palestra

Con l’arrivo di dicembre e del periodo natalizio gli italiani smettono di andare in palestra. In attesa dei bagordi di capodanno e delle tavole imbandite per Natale poco più di 7 italiani su 10, il 71%, rinuncia all’esercizio fisico, affermando di voler smaltire gli eccessi di gola solo dopo le feste, o a partire dall’anno nuovo.

Solo il 29% degli italiani ha intenzione di fare sport sotto le feste. Almeno, secondo i risultati di un sondaggio condotto da NutriMente, l’ associazione che si occupa della prevenzione e cura dei disturbi alimentari, e promosso da GetFit, la catena di centri fitness. La ricerca è stata condotta su 2000 persone tra i 18 e i 40 anni, attraverso un monitoraggio online.

Saltare l’allenamento per mancanza di tempo, o per non lasciare solo l’animale domestico

Nonostante la palestra sia per il 35% la scelta migliore per rimettersi o restare in forma, in molti confessano di non seguire regolarmente le date di allenamento settimanale stabilite con il personal trainer (47%). Oppure di distrarsi facilmente durante l’allenamento (29%). Il motivo? Il più gettonato dagli intervistati è la stanchezza dopo il lavoro (42%), seguito dalla serata fuori con gli amici (25%).

Tra le scuse per non andare in palestra, prima fra tutte la mancanza di tempo (73%), seguita dalla stanchezza (69%). Ma tra le scuse più singolari, il non voler lasciare troppo tempo solo il proprio animale da compagnia (il 59%).

Perché svolgere attività fisica?

Alla domanda Cosa fare per rimetterti/stare in forma? La maggioranza (il 35%) ritiene che andare in palestra rappresenti la scelta migliore, seguita dal calcetto con gli amici (29%) e dalla corsa all’aria aperta (21%).

E a quella Perché andare in palestra? La maggioranza ha come motivazione esclusivamente i fini estetici (43%), mentre altri svolgono attività fisica per tenersi in salute (23%) e per scaricare stress e tossine quotidiane (16%).

Ma c’è perfino chi ci va solo per fare nuove conoscenze (14%).

Il 20% dichiara di dedicarsi al fitness tutto l’anno

Quando vanno in palestra gli italiani? In generale, il 20% dichiara di voler dedicare tempo al fitness tutto l’anno, riporta Ansa, ma la maggioranza sembra orientata ad andarci a inizio anno (il 41%), oppure nei mesi di aprile e maggio (il 36%), ovvero in prossimità dell’estate. Una volta iscritti, con quale costanza gli italiani frequentano la palestra? Il 47% confessa di saltare alcuni giorni, mentre il 28% si dichiara puntuale e costante nel seguire le date di allenamento settimanale stabilite con il personal trainer. Insomma, un popolo di palestrati, ma non durante le feste.

Gli italiani non investono, e ancora pochi fanno trading online

A chi si rivolgono gli italiani quando decidono di investire? Hanno una strategia precisa? E su quali prodotti puntano? Secondo la ricerca Bva-Doxa dal titolo Italiani, investimenti e trading online, commissionata da eToro, piattaforma di social trading, il 57% degli italiani non investe, e chi lo fa preferisce scegliere rischi bassi e ricorrere a prodotti tradizionali come fondi, obbligazioni e azioni.

Tra gli investitori, solo il 47% ritiene di avere un piano definito, e molti affermano di dare molto più credito ai rapporti di fiducia affidandosi più ai consigli dei famigliari che a quelli dei consulenti finanziari.

Il 59% chiede consiglio al proprio partner e il 23% non investe più

Il 59% del campione intervistato dichiara infatti di chiedere consiglio al proprio partner, e il 32% si rivolge ai famigliari, posizione a pari merito con il consulente. Per quanto riguarda la scelta degli investimenti, il 43% ha una bassa propensione al rischio e preferisce investire in asset tradizionali (fondi, azioni e obbligazioni), anche se cresce la fetta dei “curiosi” (38%) e di chi (15%) investe in Eft (Exchange Traded Fund), e criptovalute. Gli italiani che non investono, invece, si dividono in due gruppi, chi non lo ha mai fatto (34%) e chi non investe, ma che lo ha fatto in passato (23%), riporta Adnkronos. Tra chi non investe più, il 35% dichiara di non avere più risorse da investire, mentre il 21% non ha più fiducia nel sistema bancario.

Solo il 13% fa trading online

E il trading online? Il campione intervistato lo utilizza per il 13%, e il 17% dichiara di avere intenzione di cominciare presto. Sale, al contempo, la curiosità anche tra gli scettici. Il 38% ha infatti in programma lo studio del trading online per valutare un cambio di abitudine. Tra le barriere di chi non è interessato (33%), c’è soprattutto la mancanza di fiducia (43%), mentre c’è chi sarebbe disposto a cambiare idea se messo nelle condizioni di cominciare con piccole somme (48%) o avere protezione delle perdite (37%). Il 10% di questo campione è disposto a iniziare a fare trading online se vi è la possibilità di copiare strategie e azioni di trader esperti.

Le piattafrome preferite dai trader

Tra coloro che utilizzano il trading online, la piattaforma preferita è eToro, che conquista il primo posto con il 36%, mentre il restante 64% viene spartito da altri 10 brand, tra cui Fineco (20%), Plus500 (15%) e Unicredit (6%). Ma come lavorano gli italiani che utilizzano abilmente queste piattaforme? Il 32% opera occasionalmente, a pari merito con chi opera una volta a settimana. Il 36% del campione invece opera sulle piattaforme da tre volte a settimana a una volta al giorno, senza però scegliere un orario preciso.

Previdenza, crescono le Casse privatizzate

Anche nel 2018 le Casse di previdenza private e privatizzate continuano il loro trend di crescita. Il IV Rapporto sugli investimenti degli Enti di previdenza privati parla infatti di un sistema in ottima salute, in grado di tenere conto delle direttrici principali, ovvero, prudenza, lungimiranza, rendimento, salvaguardia e garanzie delle prestazioni future degli iscritti. Secondo il Rapporto, inoltre, cresce il patrimonio, diminuisce la gestione diretta degli investimenti, cala la percentuale investita in immobili, triplicano gli investimenti nei fondi mobiliari, raddoppia la componente azionaria, e sempre più Casse investono in fondi comuni.

Il patrimonio registra un aumento complessivo del 32,6% in 5 anni

A quanto si legge in una nota di Adepp negli ultimi 5 anni il patrimonio ha registrato un aumento complessivo del 32,6% (dai 65,6 miliardi del 2013 agli 87 miliardi del 2018), dovuta da un lato dai contributi incassati, superiori alle prestazioni erogate (+17 miliardi tra il 2013 e il 2018), e dall’altro dai rendimenti conseguiti, che ammontano a circa l’1,4% netto annuo medio nei 5 anni. Tutte le Casse di previdenza hanno adottato una gestione del patrimonio volta a ridurre il rischio di esposizione proprio degli investimenti. In particolare, le Casse utilizzano tecniche di risk managment che, tramite una diversificazione oculata degli investimenti (Asset Liability Managment – ALM), permettono di diminuire il rapporto rischio/rendimento riducendo il primo pur mantenendo accettabile il secondo.

Più investimenti nei fondi comuni, meno in immobili

Per questo motivo, la percentuale investita in immobili si sta assottigliando sempre più, lasciando maggior spazio ad altri tipi di investimento. E stanno cambiando anche le stesse modalità di investimento. Le Casse, infatti, investono sempre più in fondi comuni di investimento, e nel corso degli anni, tenendo conto della congiuntura economica in corso, hanno indirizzato le proprie scelte sugli investimenti nelle diverse asset class, seguendo il criterio della diversificazione e della riduzione del rischio. In termini assoluti, risultano rilevanti anche le variazioni degli investimenti. Quelli in fondi mobiliari, ad esempio, sono quasi triplicati, passando da 8,3 miliardi di euro del 2013 ai circa 22,3 di fine 2018, mentre gli investimenti in immobili direttamente posseduti sono passati da 11,5 miliardi di euro del 2013 ai circa 4,9 miliardi attuali.

Il 37,1% delle attività è costituita da investimenti in titoli obbligazionari

Una quota molto rilevante del patrimonio delle Casse è poi investita in titoli obbligazionari, e se si considera anche la componente inclusa nei fondi mobiliari, a fine 2018 questa ammonta a circa 32,3 miliardi di euro, costituendo il 37,1% delle attività. Negli ultimi 6 anni, inoltre, si è registrata una considerevole crescita degli investimenti in azioni, passati dal 9,8% degli attivi a un più rilevante 15,7%. E che a fine 2018, riferisce Adnkronos, ammontavano a circa 13,7 miliardi di euro.

Un incremento giustificato anche dalla necessità di accrescere i rendimenti e compensare i bassi rendimenti sugli altri asset.

Ringiovanire si può, almeno di 2 anni e mezzo

Ringiovanire è possibile, un mix di farmaci cancella le “rughe” dal Dna. La buona notizia arriva dai risultati di un esperimento che ha portato indietro di due anni e mezzo l’età biologica di nove volontari. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Aging Cell dal gruppo dell’università della California di Los Angeles.

“Mi aspettavo di vedere un rallentamento del tempo, ma non un’inversione”, commenta il genetista Steve Horvath a capo della ricerca. I risultati hanno sorpreso gli stessi ricercatori, nonostante si tratti di dati preliminari provenienti da un piccolo numero di individui e non da un gruppo di controllo.

Un cocktail di farmaci testato per un anno su 9 uomini di età compresa tra 51 e 65 anni

Lo studio era stato progettato principalmente per verificare se l’ormone della crescita potesse essere utilizzato nell’uomo per ripristinare i tessuti nella ghiandola del timo, cruciale per un’efficace funzione immunitaria. La sua funzionalità inizia infatti a ridursi dopo la pubertà e diventa sempre più ostacolata dal grasso. Test sugli animali avevano mostrato che l’ormone della crescita stimola la rigenerazione del timo, tuttavia lo stesso ormone può anche promuovere il diabete. Nel cocktail perciò la sperimentazione ha utilizzato anche due farmaci contro il diabete. Il tutto è stato testato per un anno su 9 uomini di età compresa tra 51 e 65 anni.

Finora lo stesso risultato era stato ottenuto solo da studi condotti sugli animali

Alla fine del test l’età biologica dei partecipanti è risultata ringiovanita di due anni e mezzo, misurati analizzando i segni dell’età sui geni.

Questa è la prima volta che i trattamenti farmacologici per rallentare l’invecchiamento sono stati sperimentati sull’uomo. “Finora, infatti, lo avevano dimostrato solo studi condotti sugli animali”, aggiunge il genetista e biologo molecolare Benedetto Grimaldi, dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit).

Per il momento, aggiunge, Grimaldi, “questo è stato dimostrato su un gruppo limitato di persone, ma comunque è importante perché è la prima prova diretta sull’uomo e fa sperare che la sperimentazione si possa allargare, includendo un numero maggiore di individui”.

Una vera e propria reversione dell’invecchiamento

L’altro aspetto “abbastanza inatteso – prosegue l’esperto – è che non solo è stato rallentato l’invecchiamento, ma sono stati cancellati alcuni segni che ha lasciato sul Dna, ottenendo la reversione dell’invecchiamento”. In pratica, spiega Ansa, il mix di farmaci usato ha agito come una sorta di lifting genetico, che ha cancellato le rughe dal Dna. Sono state infatti cancellate le modifiche chimiche che si accumulano nel Dna (in questo caso accumulate in due anni e mezzo), e che rappresentano il segno genetico dell’invecchiamento.

Inoltre il trattamento ha avuto effetto sul sistema immunitario. “E anche questo – osserva Grimaldi – è fondamentale perché il sistema immunitario risente dell’invecchiamento”. Tutto ciò “è importantissimo e fa ben sperare – continua l’esperto – perché lo scopo delle ricerche di questo tipo è allungare la vita garantendo il benessere delle persone”.

Il mattone è sempre il miglior investimento per gli italiani

Investire sul mattone conviene sempre, e si conferma al primo posto per gli italiani che hanno la possibilità di incrementare la ricchezza, ma non vogliono rischiare. Lo conferma la nona edizione dell’indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani 2019, realizzata da Intesa Sanpaolo e dal Centro Luigi Einaudi. Secondo il quale il 57% degli italiani nell’ultimo decennio ha ristrutturato la casa o un altro immobile.

Quest’anno l’analisi si è focalizzata sugli “ottimisti”, coloro, cioè, che nei dieci anni di post crisi sono sempre stati attivi, ovvero hanno realizzato almeno un investimento immobiliare  in un’attività economica o professionale, nuova o già esistente, hanno investito in un corso di formazione, o hanno creato o allargato il nucleo familiare.

L’8,3% degli ottimisti ha fondato un’attività economica dopo il 2009

In particolare, chi ha creato, acquisito o ingrandito un’attività economica adesso copre il 53,8% del suo fabbisogno economico di famiglia. L’8,3% degli ottimisti ha fondato, in autonomia o con un familiare, un’attività economica dopo il 2009, il 5% vi è subentrato o la ha acquistata, il 10,4% la ha ingrandita. Gli investimenti hanno riguardato per la maggior parte esercizi commerciali, ditte artigianali e studi professionali. Il 29% circa degli ottimisti, poi, ha formato o ingrandito una famiglia nell’ultimo decennio, quasi il 26% ha avuto uno o più figli e quasi il 3% ne ha adottato uno o più.

L’ottimismo paga

Poco meno di un quarto degli ottimisti ha iniziato o fatto iniziare a un familiare almeno un corso di specializzazione o di formazione aggiuntiva dopo il 2009, riporta Adnkronos. I corsi sono stati finanziati in circa l’85% dei casi dai risparmi personali o familiari, e sono le donne ad avere investito di più. Chi ha investito nel capitale umano ha dichiarato effetti positivi sull’occupazione nel 43% dei casi e nel 6% sul reddito.

”I dati – commenta Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi e curatore della ricerca – sembrano suggerire che l’ottimismo paga, o almeno ha pagato, e che i comportamenti proattivi nell’impiego del risparmio e del tempo sono la chiave che ha portato 4 famiglie su 10 a progredire più della media del campione, nonostante le sfide concrete cui il mondo economico, del lavoro e delle imprese, le ha sottoposte”.

L’ambizione per la casa è il motivo principale del risparmio per il 41,3%

Per quanto riguarda il risparmio, tra gli ottimisti prevale quello intenzionale, cioè diretto a scopi specifici. L’ambizione per la casa è il motivo principale del risparmio intenzionale per il 41,3%, e i figli, in particolare, la loro istruzione, per il 21,5%. Meno sentita tra gli ottimisti è la necessità di risparmiare per la vecchiaia. Infine, quasi un quinto degli ottimisti ha un’assicurazione sanitaria, e anche le polizze Ltc e le polizze vita sono leggermente più diffuse tra gli ottimisti rispetto al campione principale.

 

In Europa solo un terzo dei rifiuti elettronici si ricicla correttamente

Ogni anno sono 9 milioni le tonnellate di rifiuti elettronici generati in Europa. E di queste solo un terzo, circa 3 milioni di tonnellate, vengono trattate nel pieno rispetto della legge. Il resto viene smaltito in modo non sicuro dal punto di vista ambientale. O, peggio, finisce per ingigantire le discariche abusive sparse per tutto il Pianeta. La Francia è il Paese che nel triennio 2015-2017 ha immesso più apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee) nel proprio mercato, con un quantitativo medio corrispondente a 1.487.418 tonnellate all’anno. In seconda posizione il Regno Unito (1.391.642 tonnellate), seguito da Italia (848.011), Spagna (551.947), Olanda (333.785) e Portogallo (141.987).

Francia prima per ritiro dei Raee domestici. Italia all’ultimo per raccolta procapite

Secondo i dati divulgati durante il convegno Raee: sei nazioni a confronto, risulta che la Francia è la prima nazione anche nel ritiro dei Raee domestici, con un quantitativo che nel 2018 è stato di 728.569 tonnellate. Anche qui il Regno Unito è secondo (493.323), seguito da Italia (310.610), Spagna (268.003), Olanda (167.235) e Portogallo (67.692), che però conteggia nella cifra fornita sia i Raee domestici sia quelli professionali.

Il nostro Paese occupa l’ultimo posto per quanto riguarda la raccolta procapite, cioè i kg di Raee raccolti ogni anno per ogni abitante, pari a 5,1 kg/abitante, meno della metà della Francia (10,8 kg/abitante). Sul podio anche i Paesi Bassi (9,7 kg/abitante) e il Regno Unito, con 7,4 kg/abitante. Seguono il Portogallo (6,6 kg/abitante) e la Spagna (5,8 kg/abitante).

Promossi e bocciati

Grazie a un modello multi-consortile regolato, con più Sistemi Collettivi operanti in concorrenza sotto il controllo del Centro di Coordinamento Raee, il sistema Raee italiano, dal punto di vista organizzativo, è considerato una best practice dalla Comunità Europea. Ma il Bel paese registra ancora un gap importante tra i risultati di raccolta e gli obiettivi fissati dalla direttiva europea sui Raee. Nel 2018, riferisce Adnkronos, solo quattro Paesi hanno superato il target di raccolta del 45% fissato fino all’anno scorso dall’Unione Europea, Olanda (50%), Francia e Spagna (49%), e Portogallo (48%). Il tasso di ritorno, ovvero il rapporto tra Raee gestiti e media delle Aee immesse sul mercato nei tre anni precedenti, non è stato raggiunto né dall’Italia, ferma al 37%, né dal Regno Unito con il 35%.

Il problema principale riguarda i “flussi paralleli”

In attesa di conoscere i numeri relativi al 2019, sembra improbabile per tutte e sei le nazioni riuscire a raggiungere il target minimo del 65% in vigore dall’inizio di quest’anno. A oggi però il problema principale nel settore dei Raee riguarda i “flussi paralleli”, ovvero l’ingente quantità di rifiuti elettrici ed elettronici che scompare senza lasciare traccia.

“Nel nostro stesso mercato – commenta Maurizio Bernardi, Presidente di Ecodom, il Consorzio italiano recupero e riciclaggio Raee – operano purtroppo numerosi soggetti per i quali i Raee rappresentano solo una fonte di arricchimento, da sfruttare senza riguardo del bene sociale, dell’ambiente e dell’economia”.

 

Approvato il testo base del Codice della strada

In autostrada anche con una moto o scooter con 120 di cilindrata, pattini, monopattini e skate anche sulle aree pedonali. Queste alcune modifiche apportate al Codice della strada, approvato ufficialmente dalla commissione Trasporti della Camera. “Il pilastro fondamentale delle modifiche è la sicurezza e alcune norme servono a renderci più europei”, riferisce uno dei relatori, Diego De Lorenzis (M5s), precisando che i lavori in commissione sono sospesi fino al voto delle europee, e riprenderanno il 28 maggio.

Il termine per la presentazione degli emendamenti al testo base con le relative modifiche è stato confermato per il 3 giugno.

Strade protette, e limiti ridotti davanti agli edifici scolastici

Il testo è diviso in 9 articoli, che vanno dalle disposizioni in materia di tutela dei soggetti vulnerabili alle disposizioni per la sicurezza stradale, le norme per favorire la mobilità personale e ciclistica e quelle per veicoli pesanti, macchine agricole e veicoli d’epoca.

“Faremo una riunione alla ripresa dei lavori – spiega De Lorenzis – ed è possibile che ci sia qualche aggiustamento da fare”, ma esclude che si possa ritornare sul tema dell’aumento del limite a 150 km/h in autostrada, già escluso dal ministro, riferisce Ansa. Alcune delle misure contenute nel testo base mirano infatti a rendere le strade protette, delimitando zone a traffico limitato, e con limiti ridotti a 30 km/h davanti agli edifici scolastici.

Maggior sicurezza per i ciclisti

Una delle novità riguarda l’uso di moto e scooter, attualmente ammessi in autostrada solo con cilindrata superiore ai 150 cc. Con le nuove modifiche il divieto di circolazione su autostrade e strade extraurbane viene abbassato sotto i 120 cc. Ma la circolazione sarà consentita solo a soggetti maggiorenni con patente A, B o superiore, o da almeno due anni con patente A1 e A2 (quelle per sedicenni e diciottenni).

Per la sicurezza dei ciclisti viene introdotta poi la linea di arresto agli incroci, denominata “casa avanzata” (realizzata almeno 3 metri davanti allo stop, tenendo i ciclisti lontani dai gas di scarico), e vengono fornite alcune indicazioni sul sorpasso di una bicicletta da parte delle auto per assicurare una maggiore distanza laterale di sicurezza, che fuori dai centri urbani viene quantificata in 1,5 metri.

Mute quasi quadruplicate per chi usa lo smartphone durante la guida

Via libera, inoltre, alla circolazione di pattini, monopattini e skate sugli itinerari ciclopedonali, aree pedonali e spazi riservati ai pedoni. Proprio per i pedoni viene codificato che le auto dovranno dare la precedenza “quando si accingono ad attraversare la strada”, e hanno sempre la precedenza quando il traffico non è regolato da vigili o semafori. Confermato il divieto di usare smartphone, computer portatili, notebook e tablet durante la guida, pena una multa da 422 a 1.697 euro (quasi quadruplicate dalla attuale sanzione di 161 a 467 euro) e sospensione della patente da 7 giorni a due mesi. Multe che lievitano a 644-2.588 euro se si reitera la violazione nel corso di un biennio.