La Spettrometria Ottica

Grazie alla spettrometria ottica è possibile identificare materiali e classificarli, sia che questi siano organici o no. Tale tecnica trova applicazione nei settori più svariati, che vanno da quello medico a quello industriale e scientifico.

L’analisi e l’identità dei materiali avviene solitamente all’interno di una particolare telecamera detta camera iperspettrale. Questo particolare tipo di strumento ha il grande vantaggio di riuscire ad abbinare le tecniche di analisi e di misura sfruttando la spettroscopia ottica.

Questo è dunque un componente molto importante dell’intero processo di analisi, in quanto consente di monitorare ogni processo produttivo al fine di garantire sempre una elevata qualità della produzione e dunque di fare in modo che tutti i prodotti offerti al cliente finale superino gli standard di qualità richiesti.

Il funzionamento di uno spettrometro

Tali strumenti hanno la capacità di riuscire a misurare le radiazioni provenienti dagli oggetti e in questa maniera riescono ad intuirne quella che è la composizione chimica. Ciò avviene grazie alla capacità degli spettrometri di riuscire a misurare e classificare il comportamento della luce su una piccola parte dello spettro elettromagnetico, in maniera da riuscire ad identificare i materiali che lo compongono. Questa caratteristica unica consente agli spettrometri di essere adoperati nei settori più impensabili che vanno ben oltre l’utilizzo medico-scientifico: parliamo infatti anche del settore militare, astronomico e automotive.

Miglioramento generale della qualità di produzione

Optoprim srl è un’azienda che offre tale tecnologia, e lo fa tramite un vasto catalogo che annovera strumenti di ogni tipo in grado di soddisfare le necessità di realtà provenienti da ogni tipo di settore. La consulenza offerta da Optoprim Srl consente di individuare esattamente il macchinario più adatto in base alle necessità specifiche, e rappresenta un valido aiuto anche per quel che riguarda l’integrazione della tecnologia prescelta all’interno del processo produttivo.

Grazie a tale tecnologia, è realistico affermare che la qualità di produzione di un impianto o di un settore di qualsiasi tipo è chiaramente destinata a migliorare.

Hamburger, gli italiani lo vogliono Usa in salsa Made in Italy

Comparso oltreoceano per la prima volta in un menù del 1836, l’iconico panino ha conquistato anche l’Italia, dove è diventato un cult con l’arrivo dei ristoranti McDonald’s negli anni Ottanta. E dall’inaugurazione dei primi fast food, il panino ha continuato a riscuotere sempre più successo, fino a entrare, nel nuovo millennio, anche nell’alta cucina. Ma quando si tratta di hamburger gli italiani hanno le idee chiare: grinta americana, ma in salsa Made in Italy, e soprattutto nessuna preoccupazione per le calorie. Questa la ricetta che emerge dall’Osservatorio social realizzato da Al.ta Cucina sulla propria community nel corso del progetto ideato per Uber Eats, in occasione della burger week (14-20 settembre) organizzata dal brand di delivery.

In Italia il burger preferito resta grasso e ipercalorico

Al.ta Cucina ha chiesto alla propria community quali ingredienti rendere protagonisti del panino ideale poi ordinabile su Uber Eats. E le risposte parlano chiaro. Nonostante la crescente richiesta di ingredienti healthy in Italia il burger preferito resta unto e grasso. A farla da padrona è infatti ancora la carne, quella classica e intramontabile del manzo, scelto dal 71% degli intervistati, che supera pollo (17%), salmone (7%) e lascia decisamente indietro l’alternativa vegana (5%).  Anche per il topping croccante gli italiani puntano sulla carne, e tra gli insaccati proposti scelgono il guanciale (44%), lo speck (42%) e le fettine di prosciutto crudo (14%).

Pane Usa, formaggio italiano: vince la crema cacio e pepe

Allo stesso modo, sulla scelta del pane le alternative particolari come carbone vegetale (13%), barbabietola (5%) e spinaci (7%) sono nettamente superate dalle preferenze per il classico pane da hamburger (75%), morbido e con la classica copertura di sesamo. Ma se gli ingredienti prediletti sembrano far vincere la ricetta originale Made in the Usa, diversa è la situazione quando si parla di formaggio, che deve essere rigorosamente Made in Italy. Ed è Roma, con la crema cacio e pepe, la tipica salsa del piatto capitolino, che conquista il palato di tutti con uno schiacciante 85% di voti, a discapito di cheddar (23%), emmental (9%) e fromage (5%).

Mai senza verdure

In ogni burger che si rispetti, però, non possono mancare le verdure. Anche qui gli italiani vanno in controtendenza, le verdure piacciono sì, ma solo se sono fritte. Ecco allora che la vittoria va alle zucchine fritte (44%), sconfiggendo funghi alla piastra (22%) e cipolla cruda (29%). Davvero per pochi, invece, i piccantissimi peperoncini Jalapenos (5%).

Italiani popolo di cyborg: con la human augmentation potenziano il proprio corpo

Migliorare il corpo umano sfruttando la tecnologia. È la cosiddetta human augmentation, il processo che consente di potenziare le nostre capacità fisiche e mentali anche in modo permanente. Ma se un tempo si trattava di un concetto appannaggio esclusivo della fantascienza, oggi è sempre più vicino alla realtà. Del resto la tecnologia sta diventando parte sempre più importante della nostra vita quotidiana. Una ricerca commissionata dalla società di sicurezza Kaspersky ha rilevato che il 92% delle persone intervistate se potesse cambierebbe un aspetto del proprio fisico, mentre quasi due terzi (63%) prenderebbe in considerazione la possibilità di potenziare il proprio corpo con la tecnologia per migliorarlo in modo permanente o temporaneo. Lo studio, condotto su 14.500 utenti in 16 paesi in Europa e Nord Africa, ha scoperto che gli italiani sono i più propensi a considerare la human augmentation (81%) e gli inglesi sono i meno convinti (33%), mentre alcuni intervistati hanno addirittura espresso il desiderio di collegare al proprio corpo lo smartphone.

Obiettivo, migliorare la salute fisica o la vista

Per la maggior parte degli intervistati la human augmentation è da considerarsi solo se utilizzata per il bene dell’umanità, mentre per il 53% solo nel caso in cui serva a migliorare la qualità della vita. In generale, in ogni Paese coinvolto dall’indagine, l’obiettivo della human augmentation deve essere soprattutto quello di migliorare la salute fisica in generale (40%) o la vista (33%).

Permangono tuttavia alcuni dubbi. Il 69% degli intervistati ha dichiarato di temere che questa possibilità venga limitata esclusivamente ai ricchi (69%), mentre quasi nove persone su dieci (88%) dichiarano di temere che il corpo potenziato possa diventare bersaglio dei cyber criminali.

Potenziare il corpo per renderlo più attraente ha sedotto più di un terzo delle donne

Più in particolare, secondo la ricerca gli adulti intervistati che vivono nell’Europa meridionale (Spagna, Portogallo, Grecia, Italia, Marocco), sono tra i più aperti alla human augmentation, mentre più della metà degli adulti in Francia (53%) e nel Regno Unito (52%) ritiene che potrebbe essere pericolosa per la società. Inoltre, potenziare il corpo per renderlo più attraente ha sedotto più di un terzo (36%) delle donne e solo un quarto (25%) degli uomini. Gli uomini (23%) si sono dimostrati più interessati a potenziare la loro forza, rispetto alle donne (18%).

La human augmentation potrebbe aggravare le disuguaglianze esistenti

Per il professor Julian Savulescu, l’aspetto più importante della human augmentation è sicuramente quello psicologico: migliorare le capacità cognitive e quelle morali.

“La più grande minaccia che dobbiamo affrontare è la disuguaglianza nelle capacità comportamentali dell’essere umano, compreso il comportamento morale – avverte Savulescu -. La human augmentation ha il potenziale di aggravare le disuguaglianze esistenti, quindi la sfida per i governi di tutto il mondo è definire il modo in cui sfruttare le potenzialità della human augmentation per fare del bene”.

Con il 5G nella sanità ricavi per 399,8 milioni di dollari nel 2026

Con l’arrivo delle nuove reti la Sanità diventerà più smart. Secondo gli analisti di Abi Research il 5G modernizzerà in modo fondamentale i sistemi sanitari di tutto il mondo, che come ha dimostrato la pandemia da coronavirus, hanno un urgente bisogno di diventare più digitali. Gli analisti di Abi Research evidenziano inoltre che entro il 2026, con 4,6 milioni di connessioni, il 5G porterà il settore sanitario mondiale a generare ricavi per 399,8 milioni di dollari.

“Fornendo banda larga mobile potenziata – spiega l’analista Leo Gergs – una bassa latenza ultra affidabile e un’imponente comunicazione automatizzata di dati tra dispositivi, il 5G sarà un elemento fondamentale per sistemi sanitari più intelligenti ed efficienti”.

In Cina le reti di nuova generazione hanno consentito di effettuare diagnosi a distanza

La pandemia di Covid-19 ha reso evidente l’importanza di modernizzare l’infrastruttura sanitaria e ha accelerato l’adozione di reti 5G negli ospedali, specialmente nei Paesi più colpiti dal virus, come la Cina.

“Attraverso i consulti a distanza il 5G ha contribuito in modo significativo al contenimento del numero di infetti”, sottolinea Gergs.

Secondo Abi Research in Cina, dove lo sviluppo delle reti di nuova generazione è già ben avviato, il 5G ha consentito di introdurre strutture per effettuare diagnosi e consulti a distanza negli ospedali, evitando che pazienti potenzialmente infetti dovessero uscire di casa per ricevere una diagnosi preliminare.

L’adozione di tecnologie come la realtà aumentata e la realtà virtuale

Ma in futuro il cambiamento sarà ancora più profondo. “Con una grande ampiezza di banda e la bassa latenza, sotto i 10 millisecondi, il 5G – proseguono i ricercatori – sarà terreno fertile per l’adozione di tecnologie come la realtà aumentata e la realtà virtuale nel settore sanitario”.

Inoltre, il 5G consentirà un’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale, che trasformerà gli attuali processi manuali in flussi di lavoro automatizzati, e smart.

La telemedicina permette a medici e pazienti di scambiarsi dati a distanza

La telemedicina è forse la pratica che per prima vedremo influenzare direttamente la nostra vita di tutti i giorni, perché permette a medici e pazienti di comunicare e scambiarsi dati a distanza. La telemedicina è possibile grazie allo sviluppo di soluzioni hardware sempre più efficienti, precise e comode, nonché alla diffusione del 5G, che fornirà un ottimo servizio in ambito sanitario senza doversi muovere di casa. E in totale economicità, sia per il sistema sanitario stesso sia per il paziente, riferisce key4biz.

 

Post covid, la ripartenza del lusso è a “distanza”

Il business del lusso dà in primi segnali di ripresa. E dopo il deciso rallentamento durante la crisi da covid, questo mercato sta ripartendo anche in Italia, ma con una certa “distanza”. Le scelte più gettonate sono infatti proprio quelle che favoriscono una buona lontananza tra le persone, come l’e-commerce, le ville esclusive, le barche e gli yatch.

“Il lusso – spiega Giuseppe Angelo Di Sandolo, co-Founder e Ceo di One Luxury Day – ha sempre il suo fascino, sia perché percepito come innovazione sia perché visto come un fattore esclusivo”. Ma anche perché propone prodotti o sogni innovatici e interessanti. Anche il lusso però sta cambiano, e sull’onda del covid la tecnologia avanza rapidamente, portando diversi e radicali cambiamenti anche nel mondo del lusso.

C’è chi ha voglia di riattivarsi e godere dei piaceri della vita

“Lavorando nel mondo del lusso posso assicurare che le categorie più colpite sono sicuramente gli hotel e le società che si occupano di organizzare i grandi eventi – spiega il manager -. Questo causerà un danno economico veramente impressionante, nell’ordine di molte centinaia di miliardi di euro. Sicuramente, però, chi non ha grandi problemi di liquidità economica ha risentito meno di questa crisi, e ha avuto la possibilità di spendere meno potendo usufruire solo di beni essenziali. Ora tutta questa categoria – continua Di Sandolo – ha voglia di riattivarsi e godere dei piaceri della vita, facendo sicuramente più attenzione, ma senza rinunce”.

Yacht e ville, un rifugio vacanziero intimo ed esclusivo

Se per i negozi di lusso l’emergenza si è manifestata con la poca affluenza di turisti, core business di molti marchi, molti hotel non supereranno la crisi, ma quelli che ci riusciranno nei prossimi anni “avranno un boom incredibile”, sostiene Di Sandolo.

Per quanto riguarda il mercato di yacht, barche, catamarani e ville esclusive, si registrano i primi segnali di ripresa. Si tratta di opzioni utilizzate da molti anche come rifugio vacanziero. “Del resto, le ville come le barche permettono di avere una intimità e una distanza rimanendo in un contesto esclusivo”.

Con l’e-commerce lo chef stellato arriva a casa

“In questo mondo che cambia il lusso soffre un po’ della crisi, ma fornisce anche molti spunti per nuove iniziative e nuovi scenari di business – puntualizza ancora il manager -. Oltre all’affermazione di posti come ville e barche di lusso in questo business entra di diritto l’e-commerce per i brand di lusso, che grazie a un semplice clic, permette di far arrivare a casa propria anche una borsa firmata oppure il gioiello desiderato. In questo contesto rientra anche il food – continua l’esperto – con la possibilità di invitare chef stellati a casa o seguirli in conference call, oltre ai servizi che permettono ai clienti di alta fascia e alle aziende di organizzare una giornata con diversi servizi esclusivi, o fare regali unici nel loro genere”.

La risposta di aziende e direzioni HR al Covid-19

L’emergenza Covid-19 ha investito tutte le organizzazioni, cambiando le modalità di lavoro, di collaborazione e di integrazione tra fisico e digitale. La pandemia ha infatti riordinato le priorità delle aziende. Al primo posto, c’è l’introduzione e il potenziamento dello smart working (65%), seguito dallo sviluppo di cultura e competenze digitali (45%) e dalla gestione di riorganizzazioni aziendali, o il dimensionamento della forza lavoro (43%). Le Direzioni HR delle imprese hanno invece risposto all’emergenza Covid-19 sviluppando piani di comunicazione dedicati ai lavoratori e ampliando le policy per il lavoro da remoto.

Dai piani di comunicazione sull’emergenza alla formazione sugli strumenti digitali

Una ricerca BVA Doxa per l’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano ha descritto i cambiamenti affrontati dalle Direzioni del personale durante l’emergenza COVID-19, basandosi su un’analisi che ha coinvolto 198 medio-grandi aziende italiane e un panel rappresentativo di lavoratori. Le Direzioni HR delle imprese italiane hanno risposto sviluppando nella quasi totalità (95%) piani di comunicazione sull’emergenza dedicati ai lavoratori e ampliando le policy per il lavoro da remoto (93%), ma anche pianificando turni per contrastare il contagio e venire incontro alle esigenze delle persone (55%), con formazione sugli strumenti digitali per lavorare da casa (48%) e sulle soft skills digitali (46%), aggiungendo servizi ai pacchetti di welfare (42%).

Potenziare lo smart working, sviluppare cultura digitale, gestire le riorganizzazioni

La pandemia ha inoltre riordinato le priorità delle aziende per il 2020. Ai primi tre posti per le direzioni del personale ci sono l’introduzione o il potenziamento dello smart working (65%), lo sviluppo di cultura e competenze digitali (45%) e la gestione di riorganizzazioni aziendali o il dimensionamento della forza lavoro (43%). In questa situazione, le aziende più agili dotate di modelli flessibili si sono dimostrate più resilienti nell’affrontare i cambiamenti imposti dalla crisi sanitaria. Le organizzazioni “agili”, dunque, risultano più preparate nella trasformazione digitale dei processi HR e sono capaci di creare ambienti di lavoro più coinvolgenti e partecipativi, valorizzando le persone e i talenti.

Le aziende agili sono state più resilienti

Le aziende “agili” hanno avuto meno necessità di implementare nuovi strumenti tecnologici, e si sono dimostrate più resilienti rispetto a quelle tradizionali. Il 74% delle organizzazioni agili dichiara infatti un impatto positivo sulle attività di engagement, il 57% sulla comunicazione interna e il 51% sulle attività di formazione e sviluppo, mentre le percentuali sono in calo nelle organizzazioni meno agili. Tra le nuove iniziative per supportare i propri collaboratori durante l’emergenza, le organizzazioni agili sono state più attente a monitorare gli aspetti psicologici delle persone, come lo stato d’animo e il benessere (il 51% contro il 32% delle aziende tradizionali) o la creazione di momenti di condivisione non strettamente legati alle attività lavorative (54% rispetto al 35% delle organizzazioni non agili).

Quanti medicinali utilizziamo? Ogni italiano ne acquista 18,2 confezioni all’anno

La salute è la cosa più importante, si sente spesso dire. Ed è una verità incontrovertibile. Gli italiani, si sa, sono tra i popoli più longevi e sani del pianeta: merito anche, probabilmente, si un Servizio sanitario efficiente e di un’ottima disponibilità di medicinali. Bene, a proposito di medicinali, quanti ne consumiamo? Nel 2019 ogni cittadino italiano ha ritirato in farmacia in media 18,2 confezioni di medicinali a carico del Ssn, di prezzo medio pari a 9,26 euro. A fornire i numeri della spesa in farmacia dei nostri connazionali è Federfarma, la Federazione nazionale unitaria titolari di farmacia. Anche se il numero di confezioni di medicinali sembra alto, nel corso del 2019 la spesa farmaceutica netta a carico del Ssn ha fatto registrare un calo del -0,2% rispetto al 2018. Prosegue quindi il trend di riduzione della spesa per farmaci erogati dalle farmacie nel normale regime convenzionale, con un andamento mensile, però, differenziato nell’ambito del semestre e a livello regionale.

Cala il numero di ricette

Federfarma rileva che, sempre a consuntivo del 2019, il calo complessivo medio della spesa è stato determinato da una diminuzione del -0,9% del numero delle ricette Ssn, parzialmente compensato da un incremento del valore medio della ricetta, conseguente a un incremento del prezzo medio dei farmaci prescritti in regime convenzionale (+0,5%). Ne 2019 le ricette sono state oltre 571 milioni, pari in media a 9,46 ricette per ciascun cittadino. Le confezioni di medicinali erogate a carico del Ssn sono state quasi un miliardo e 100 milioni (-0,9% rispetto al 2018). Da qui la risultanza di  18,2 confezioni di medicinali a carico del Ssn, in media, per ogni cittadino.

Le farmacie fondamentali per il contenimento della spesa

A spiegare le ragioni del calo dello scontrino è sempre Federfarma, che ribadisce come le farmacie continuino a dare un rilevante contributo al contenimento della spesa con lo sconto per fasce di prezzo, che ha determinato nel 2019 un contenimento della spesa netta di oltre 320 milioni. Considerate una serie di altre voci, complessivamente il contributo diretto delle farmacie al contenimento della spesa è stato di oltre 566 milioni. Le quote di partecipazione a carico dei cittadini sono calate del -1,6% rispetto al 2018, con un’incidenza media del 15,3% sulla spesa lorda, con punte che arrivano fino al 19,6% della Campania e al 19,2% del Veneto. Anche nel 2019 i farmaci per il sistema cardiovascolare si sono confermati la categoria a maggior spesa, pur facendo segnare un calo di spesa (-2,6%), a fronte di un limitato aumento dei consumi (+0,6%), mentre la specialità medicinale più prescritta continua a essere la cardioaspirina seguita dal dibase.

A marzo aumentano i prestiti, in calo tassi di interesse e sofferenze bancarie

Dalle stime basate sui dati pubblicati dalla Banca d’Italia a marzo 2020 i prestiti a famiglie e imprese sono aumentati dell’1,4% rispetto a un anno fa. Lo rende noto l’Abi nel suo Rapporto mensile, che ne evidenzia l’incremento anche rispetto a febbraio 2020, quando l’aumento è stato dell’0,5%. L’aumento dei prestiti è riconducibile agli effetti delle diverse moratorie attivate a marzo, come le moratorie Abi, quelle previste dal decreto legge n.18 del 17 marzo, e quelle attivate dalle singole banche, ma anche dal maggior utilizzo delle linee di credito. Per quanto riguarda le sofferenze delle banche a febbraio 2020 ammontano a 25,9 miliardi di euro, in calo rispetto a 33,6 miliardi del febbraio 2019.

Dinamica della raccolta da clientela

In Italia i depositi, fra quelli in conto corrente, i certificati di deposito, e i depositi pronti contro termine, a marzo 2020 sono aumentati di oltre 77 miliardi di euro rispetto all’anno precedente, con una variazione pari a +5,1% su base annuale. La raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, negli ultimi 12 mesi è invece scesa, di circa 12 miliardi di euro in valore assoluto (pari a -5,0%).  La dinamica della raccolta complessiva (depositi da clientela residente e obbligazioni), sempre a marzo 2020, risulta in crescita del +3,7%.

La qualità del credito

Le sofferenze bancarie nette, ovvero al netto delle svalutazioni e accantonamenti già effettuati dalle banche con proprie risorse, a febbraio 2020 sono 25,9 miliardi di euro, in calo rispetto ai 33,6 miliardi di febbraio 2019 (-7,7 miliardi pari a -22,8%), e ai 54,5 miliardi di febbraio 2018 (-28,6 miliardi pari a -52,4%). Rispetto al livello massimo delle sofferenze nette raggiunto a novembre 2015 (88,8 miliardi), la riduzione è di circa 63 miliardi (pari a -70,8%). Il rapporto sofferenze nette su impieghi totali a febbraio 2020 è invece dell’1,53%. Era 1,95% a febbraio 2019, 3,16% a febbraio 2018 e 4,89% a novembre 2015.

Tassi di interesse su prestiti e raccolta

A marzo 2020 i tassi di interesse sulle nuove operazioni di finanziamento sono su livelli particolarmente bassi. Il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è l’1,22% (1,25% il mese precedente, 5,48% a fine 2007), sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è invece dell’1,40% (1,40% febbraio 2020, 5,72% fine 2007), mentre sul totale dei prestiti è il 2,46% (2,47%, 6,18%). Il margine (spread) fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie permane in Italia su livelli particolarmente bassi, e a marzo 2020 risulta di 189 punti base. In marcato calo dagli oltre 300 punti base precedenti alla crisi finanziaria del 2008.

Con la quarantena aumentano gli abbonati ai sevizi video streaming

L’hashtag #ioresto a casa potrebbe andare in coppia con quello #iomiabbonoallostreming. Nelle ultime settimane, infatti, l’aumento di questo tipo di servizi ha raggiunto valori davvero importanti. Certo, la ragione di questa nuova passione da parte degli italiani e non solo è da attribuire alla quarantena che ci costringe tutti a rimanere nelle nostre abitazioni, ma forse questa tendenza è anche l’espressione di quanto i nostri connazionali apprezzino nuove modalità di fruizione di contenuti. E, probabilmente, questo trend proseguirà anche oltre l’emergenza se si verificheranno le condizioni favorevoli. I numeri attuali, comunque, sono superiori alle più rosee aspettative. I ricercatori di Strategy Analytics hanno corretto al rialzo, causa coronavirus, le previsioni per il mercato globale dei contenuti audiovisivi in streaming. A fine 2020 gli abbonamenti a Netflix e servizi analoghi raggiungeranno i 949 milioni di unità su scala globale, 47 milioni in più (+5%) rispetto a quanto stimato in precedenza. Nel lungo periodo, gli analisti prevedono una crescita di 621 milioni di abbonamenti tra il 2019 e il 2025, quando le persone che pagano un servizio di video in streaming saranno 1,43 miliardi. In Cina se ne conteranno 438 milioni, e 342 milioni si registreranno in Usa, dove ad essere abbonate ad almeno un servizio saranno tre famiglie su quattro.

L’impatto del coronavirus sulle piattaforme

Naturalmente, a muovere verso l’alto – o il basso – gli abbonamenti alle varie piattaforme streaming sarà l’evolversi dell’emergenza sanitaria globale. “Un fattore significativo che influenza la futura crescita degli abbonamenti è l’impatto del coronavirus, sia a breve che a lungo termine”, spiega l’analista Michael Goodman, come riporta l’Ansa. “Nel breve termine il coronavirus farà aumentare sia gli abbonamenti sia le visualizzazioni, poiché un numero crescente di consumatori manterrà la distanza sociale o sarà costretto alla quarantena”. Insomma, se le persone sono costrette a casa, è facile che cerchino un più ampio ventaglio di forme di intrattenimento tra le mura domestiche.

Il futuro? Chissà: dipende dall’economia globale

Per quanto riguarda le previsioni a più ampio respiro, rimangono delle ombre. Nel medio-lungo termine, tuttavia, molto dipenderà dalla dal protrarsi della pandemia e dal conseguente danno economico. “Con le aziende che rischiano di chiudere e le persone che vengono licenziate, i consumatori dovranno prendere decisioni difficili su come spendere i loro soldi, e servizi come Netflix, Amazon Prime Video, Disney, per quanto meravigliosi possano essere, non sono essenziali”, ha specificato Goodman. Non ci resta che attendere.

Il mercato dei media nel 2018 vale 18,4 miliardi di euro. Prima è Sky

In Italia il Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC), ovvero il mercato dei media, vale 18,4 miliardi di euro, l’1,04% del Pil nazionale, un dato in aumento del 5%. L’area radiotelevisiva conferma il proprio primato per incidenza sul totale (49%), seguita dal comparto editoriale dei quotidiani, periodici, agenzie di stampa e annuari (21%). Il primo gruppo media per fatturato è Sky, seguita da Fininvest e dalla Rai, ma cresce la posizione in classifica di Google, che si conferma il quarto operatore italiano nei media. È quanto emerge dalla chiusura del procedimento per la valutazione delle dimensioni economiche de SIC per il 2018, deliberato dal Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. L’indagine dell’Autorità mira ad accertare che nessun operatore oltrepassi il 20% del giro d’affari complessivo del settore, soglia stabilita dal Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (Tusmar) del 2005.

Sky, Fininvest e la Rai guidano la classifica. Google al quarto posto

Più in particolare, dall’analisi del SIC emerge che nel 2018 il primo gruppo media in Italia per fatturato è Sky, attualmente controllata dall’americana Comcast, con una quota 15,7%, seguita dalla galassia Fininvest (13,4%) e dalla Rai (13,2%). Di pari passo, però, cresce la posizione in classifica dei cosiddetti over-the-top: nel 2018 infatti Google si conferma quarto operatore media italiano davanti a Cairo Communication e Facebook. Quest’ultima, in forte ascesa, ha superato il gruppo editoriale Gedi, e per la prima volta compare nella top 10, nonostante occupi l’ultimo posto della classifica, Netflix, preceduta da Italiaonline e Discovery.

La pubblicità online guadagna quote di mercato e cresce del 37%

Come risulta evidente da questi dati, la televisione è ancora prima per ricavi, pari a 8,3 miliardi di euro, il 4,5% del totale. Nel dettaglio, il giro d’affari dei servizi in chiaro si attesta a 4,8 miliardi, di cui 3 miliardi di raccolta pubblicitaria, e 1,7 miliardi di canone, mentre quello dei servizi a pagamento supera i 3,5 miliardi. La pubblicità online, però, sta progressivamente erodendo quote di mercato, ed è arrivata nel 2018 a un fatturato complessivo di oltre 3 miliardi di euro, con un aumento del 37%, riferisce MilanoFinanza.

Inversione di tendenza per il comparto dei quotidiani e periodici, +2,6%

Sale invece a 3,9 miliardi (+2,6%), con un’inattesa inversione di tendenza, il giro d’affari del comparto dell’editoria quotidiana e periodica (quotidiani, periodici, agenzie di stampa). Tanto per i quotidiani quanto per i periodici la prima fonte di introiti resta la vendita di copie cartacee e digitali, che rappresenta rispettivamente il 55% e il 60% delle risorse complessive. Complice la concorrenza dei colossi web, continuano invece a calare i ricavi da pubblicità, che nel complesso si attestano a 1,2 miliardi. I contributi pubblici, invece, rappresentano il 2% degli introiti del settore quotidiani, pari a 44 milioni di euro, e lo 0,6% del comparto periodici (11 milioni).